Tell the spring not to come this year. L’Afghanistan agli afghani

 

Ci voleva.

 

Ci voleva Tell the spring not to come this year, il film documentario di Saeed Taji Farouky,

ambientato e girato in Afghanistan, a Helmand la roccaforte dei talebani, regione ricchissima di raccolti di oppio.

Efficace, delicato, intimo, umanissimo, Tell the spring not to come this year allarga il diaframma dei nostri occhi, consentendoci di andare oltre le notizie del giornalismo mainstream su una guerra infinita. Quindici anni, la più lunga nella storia americana.

 

Tell the spring not to come this year è ambientato nel 2014, l’ultimo anno della missione NATO ISAF. L’anno che segna il pieno passaggio della responsabilità della sicurezza alle forze dell’ANA, l’Afghan National Army. “L’anno dell’abbandono.”

 

Farouky vive per un anno intero, giorno per giorno, con i militari afghani di stanza a Helmand, riprende la loro quotidianità, scruta il loro vissuto intimo, le loro paure, il loro coraggio e soprattutto la loro solitudine che fa da sfondo ad ogni emozione.

 

 

British soldiers of 3 Rifles play volley-ball with their interpreters and counterparts at FOB Blenhein, during to down time, near to the town of Sangin in Helmand Province, Afghanistan. Picture by Peter Nicholls-The Times-21/01/10

 

Giovani spesso costretti ad arruolarsi per sopravvivere. L’economia afghana oramai si regge solo sull’oppio.

Volevo studiare letteratura all’università ma non ho passato l’esame di ammissione. Dopo due anni di disoccupazione sono entrato nell’esercito nazionale.”(Jalaluddin, capitano)

Uomini mal addestrati, mal pagati.

Non ci pagano da nove mesi. Dopo sette anni che porto l’uniforme vorrei andare via da Helmand. ” (Sunnatullah, soldato semplice)

Uomini con la morte sul collo in ogni momento. Uomini spaventati da un nemico oscuro, invisibile, che combatte indefesso la stessa guerra da decenni.

 

Ne mettono di coraggio in campo per difendere Sangin, distretto di importanza strategica per il controllo delle vie dell’oppio. Scene di guerra vere, riprese in diretta da Farouky che rischia la vita insieme ai militari. Accerchiati e sotto tiro di invisibili talebani, riescono a mettersi in salvo per un soffio e tornare alla base. Con un uomo in meno …

Sangin è persa. Per i talebani è la più importante vittoria militare dall’inizio della guerra nel 2001.

 

La televisione annuncia che cinquantaquattro basi americane sono state chiuse, le forze afgane dovranno difendere da sole il Paese.

In generale gli americani hanno servito il Paese. Hanno aiutato le forze afgane, le hanno addestrate, e ora vogliono ritirarsi. Tocca a noi ora difendere il nostro Paese, costruire il nostro governo. Ma il 2014 è troppo presto per la comunità internazionale di lasciare il popolo afgano.” (il comandante della base)

A Helmand non c’è una guerra dichiarata ma una guerriglia infida e continua
È la stagione dell’oppio“, dice il comandante ai suoi pronti ad uscire in pattugliamento alla ricerca di talebani. “Non sparate solo perché coltivano oppio.

 

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Per molti moltissimi afghani la coltivazione di oppio è diventa l’unica alternativa alla povertà estrema in cui riversa il Paese dopo trent’anni di guerre e conflitti.

Distruggere i loro campi significa (purtroppo) spingerli nelle braccia dei talebani
Immense distese di papaveri, un paesaggio la cui bellezza Farouky riesce perfettamente a catturare malgrado le devastazioni della guerra.

I locali qui stanno in mezzo a due guerre. Se stanno dalla parte del governo i talebani li uccidono. Se stanno con i talebani l’esercito li fa saltare in aria.“, racconta il comandante.

A due anni di distanza da quel 2014, il presidente Obama ha dovuto rivedere (ancora una volta) la sua posizione.

 

Nel 2009 promette against all odds (e contro il parere delle più alte gerarchie militari) di chiudere entro il 2014 il dossier Afghanistan.

Non rientra nell’interesse nazionale” replica irreprensibile Obama a chi gli fa notare (Stanley McChrystal, comandante delle operazioni sul posto) che con meno di quarantamila uomini on the ground è impensabile stabilizzare l’Afghanistan.

Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, il ministro della difesa Leon Panetta, il Direttore della CIA David Petraeus, tutti sono ugualmente contrari ad una de-escalation della missione americana.

 

2014. Il 31 dicembre avrebbe dovuto essere il giorno del back home, del ritiro dall’Afghanistan con la fine della missione ISAF.

La ripresa della offensiva militare dei talebani costringe Obama a ingoiare il rospo. Ma lo fa a modo suo.

Tra l’escalation militare richiesta da McChrystal e il disimpegno totale, Obama sceglie (come sempre) il compromesso: un prolungamento della presenza militare internazionale per altri diciotto mesi (cioè fino a metà 2016).

Resolute Support, cosi si chiama la nuova missione. Diecimila uomini con funzioni di formazione e addestramento.

Alle orecchie dei talebani la decisione ha avuto un effetto “rassicurante”: gli americani se ne stanno andando, lentamente ma se ne stanno andando.

Ipso facto. Era dal 2001 anno, in cui sono stati rovesciati, che i talebani non controllavano tanta parte del Paese: circa 70 distretti su 398.

 

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Seconda metà del 2016. Sulla reale capacità dell’esercito nazionale afgano di contrastare l’avanzata talebana ci sono, purtroppo, molti dubbi. Obama deve di nuovo correggere la rotta della direttrice afgana.

Non deve essere stato facile per lui all’ultimo vertice NATO di Varsavia, lo scorso luglio, ammettere che in Afghanistan

“[… ] la situazione sul fronte della sicurezza resta precaria […] anche se le forze dell’ordine afgane migliorano non sono abbastanza forti quanto la situazione richiederebbe […]”

A rendere la dichiarazione inverosimilmente drammatica, la chiosa:

“L’Afghanistan potrebbe creare le condizioni per un altro 11 settembre.”

Il deterioramento della sicurezza in alcune provincia cruciali, Helmand Kandahar, Kunduz, (e persino nella capitale), e l’incapacità, ormai cronica, del governo guidato da Ashraf Ghani (non è riuscito a nominare nemmeno un ministro della difesa) hanno convinto Obama ad un nuovo (ennesimo) passo indietro, procrastinando di altri sei mesi il rientro dei circa novemila soldati presenti sul territorio, con l’impegno (!) di portarli a cinquemila nel 2017.

 

Le regole d’ingaggio del prolungamento di Resolute Support restano apparentemente invariate. Train, Advise, Assist, con una aggiunta di non poco conto però.

I militari americani sono autorizzati a partecipare ai combattimenti in caso di minaccia diretta dei talebani. A voler leggere fra le righe (e nemmeno tanto), la situazione sul terreno afgano volge al peggio. E volerla dire tutta, il nuovo impegno della coalizione internazionale è semplicemente risibile.

Perché mai poco meno di diecimila uomini dovrebbero riuscire laddove hanno fallito in quarantamila?

La questione afgana Obama l’ha ereditata da G. W. Bush e dalla sua guerra al terrore; contrariamente a quanto si era impegnato a fare, l’Afghanistan è una faccenda ancora ingarbugliata, e molto. Spetterà al successore decidere se e come continuare a “irritare” gli americani con una guerra durata quindici anni, costata duemila vite umane e oltre mille miliardi di dollari in una terra impervia e lontana come l’Afghanistan, “tomba degli imperi”.

 

Quindici anni dopo l’obiettivo si è addirittura aggravato. Accanto (e in concorrenza) ai talebani ora c’è anche l’ISIS. Un bel disastro i cui effetti sono arrivati a casa nostra.

Dopo i siriani, gli afgani dopo i siriani sono il gruppo più numeroso di richiedenti asilo in Europa.

“[…] Di alla primavera di non venire quest’anno, dille di non coprire questa terra bagnata di sangue, di agli usignoli di non cantare [….].”

Sono i versi di Khaliullah Khalili, uno dei poeti afgani più famosi del XX secolo. Li recita il capitano Jalaluddin.

Lui ha una passione per la letteratura.

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