Vincitori e vinti. Il verdetto di ogni guerra. I vincitori prendono, i vinti lasciano. Terre, case, identità, affetti. Dislocamenti territoriali in nome di compattezze etniche e nazionalismi posticci. Diaspore culturali e razziali, sempre più spesso consumate all’interno di confini nazionali.

 

Gli Internally Displaced People (IDPs), gli sfollati, sono più del doppio dei profughi richiedenti asilo (dati UCHR 2015). Sono i vinti che non varcano i confini nazionali, che “non si imbarcano”, espulsi dai loro territori, forzatamente costretti al movimento.

 

Per convenzione siamo portati a credere che ai vincitori vada meglio. Non sempre è così.

 

È questa la prospettiva, originale ed efficace (pur nella sua cripticità) di HOUSE OF OTHERS, della regista esordiente Rusudan Glurjidze, premio Miglior Film al Festival Internazionale del cinema di Karlovy Vary, nella sezione East of the West.

 

Già dal titolo è chiaro che lei, Rusudan Glurjidze, georgiana, intende puntare lo sguardo sugli abkhazi, che tra il 1992-93 hanno ucciso, saccheggiato, occupato.

 

Il film è ambientato in villaggio rurale della Georgia, dove tutto quello che un tempo apparteneva ai vinti ora è dei vincitori. Un villaggio dove per secoli si sono mescolati russi, armeni, ebrei, estoni, abkhazi.

C’erano pure i greci ad abitare quelle imponenti ville, testimonianze di comunità un tempo fiorenti, ora dimore desolanti e desolate, spettrali, pronte a diventare le case di qualcun altro.

 

Ci pensa Ginger, un losco miliziano faccendiere, a rianimare il villaggio, traghettando su per le colline i nuovi inquilini. Astamur, Liza e loro due bambini arrivano al villaggio a bordo del suo decrepito mezzo militare.

 

Da sfondo, lo scroscio di una pioggia ostinata, la foschia che avvolge le case, una volta imponenti, sparpagliate sulle colline.

Ginger decanta (in russo) le bellezze del posto e i suoi mandarini.

 

“I mandarini che arrivano dalla Georgia o dal Marocco non sono buoni hanno la buccia troppo sottile. I nostri sono migliori.“
“Chi ha vissuto qui?” (Liza)
“Non so” (Ginger)

 

Nella “loro” casa tracce di vita altrui che stentano a morire. Oggetti lasciati in gran fretta dagli ex inquilini, fuggiti di notte giù per il sentiero minato, in una gelida notte invernale.

Non capisco come siano riusciti a scappare di qui.” (Ginger)

 

In una sola notte, circa trecentomila georgiani hanno lasciato abitazioni, beni, identità.

Armadi pieni di vestiti, posateria, specchi, lampadari, scatole di medicine. Nelle stanze, come un fantasma, aleggia la presenza di chi c’era prima. I georgiani.

 

Tra il 1992-1993, nel pieno della guerra georgiano-abkhaza si consuma, nella disattenzione generale, una vera e propria operazione di pulizia etnica a danno dei georgiani. Tbilisi, sconfitta sul campo, si piega alla secessione della Abkhazia (pilotata da Mosca).

 

Quindicimila morti (dato CRI), decine di villaggi distrutti, duecentomila sfollati, prevalentemente nel distretto di Gali, nella punta sudorientale dell’Abkhazia, a ridosso del nuovo confine con la Georgia.

 

Prima della guerra, il 95% della popolazione era costituita da mingreli, un sotto gruppo etnico georgiano. Nel corso degli anni, circa cinquantamila sfollati sono tornati nel distretto di Gali. La maggior parte di loro non è in possesso di passaporto abkhazo.

 

 

mezhfsj

 

Il 7 giugno 2016, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto degli sfollati (indipendentemente dalla loro appartenenza etnica) di tornare nelle loro case.

Un diritto destinato a rimanere sulla carta in assenza di programmi di accoglienza e di reinsediamento abitativo e sociale da parte delle autorità abkhaze.

L’obiettivo degli abkhazi è far rientrare i loro connazionali (opportunamente incentivati), non i georgiani.

 

Astamur e Liza, Ira, Azida e sua figlia Nata, i loro vicini, sono i protagonisti di HOUSE OF OTHERS.  Vincitori, eppure perdenti, incapaci di ricostruirsi una vita “nei territori liberati”; sopravvissuti ad una guerra che ancora armeggia dentro di loro, negli interstizi dell’anima.

 

I nostri vicini ci hanno svegliato, ci hanno detto che i soldati erano in città diretti verso il teatro, vicino casa nostra. Siamo scappati fuori per strada. Papà aveva talmente tanta paura che ha messo le scarpe di diverso colore. Si sparava, siamo andati dai parenti di mamma. Siamo rimasti li a lungo, nove persone in due stanzette. Abbiamo saputo che la nostra casa è stata incendiata.

 

Leo, il figlio di Astamur e Liza, ricorda così quella fuga. Lui e Nata, due adolescenti, sono gli unici a “vivere” il villaggio, ad esplorare le sue case abbandonate, a dare la caccia ai loro fantasmi.

 

“Ho preso questi bicchieri dalla vostra casa prima che arrivaste“ (Nata)
“Li hai rubati?” (Leo)
“Cose lasciate da loro non hanno più importanza” (Nata)

 

Ira, dalle fattezze androgine, è il personaggio più ostile del film. Indossa l’uniforme militare, si sente ancora in guerra, pronta con il suo fucile a sparare, a incendiare, ad annientare.

I mandarini nei frutteti sono il suo bersaglio abituale, quando non c’è di meglio. Vuole insegnarlo anche a Leo come si fa, a sparare prendendo una buona mira.

«Perché dai fuoco a tutto? Tanto lo faranno gli abitanti del villaggio.» (Astamur)
«Ti sbagli, loro sperano di tornare e forse lo faranno.» (Ira)

 

russia-abkhazia_border_-_edm_october_3__2013

 

Astamur è il personaggio più tormentato, incapace di liberarsi del vecchio per abbracciare il nuovo. Si trascina nella sua apatia da una stanza all’altra, da un albero all’altro, mentre Liza cerca di “conquistare” la sua casa, di sentirla più sua e meno degli Altri.

 

«Non so più chi sono dove sono e perché ogni cosa qui è diversa. Mi sembra tutto una illusione.» (Astamur)

 

 

HOUSE OF OTHERS è un film di una certa cupezza, ermetico e spesso allegorico. Delicatamente inquietante. Un film sulle colpe dei vincitori, sulla occupazione di terre conquistate, sulla usurpazione di vite altrui.

Avvolto in ambientazione melanconicamente suggestiva (tutto è visto attraverso la foschia), il film ha anche il merito di attingere ad una testimonianza diretta, quella della regista stessa.

 

«Venti anni fa ho perso la mia casa e con lei la mia infanzia, i miei ricordi, il mio passato, la mia identità.» (Rusudan Glurjidze)

 

Un decrepito mezzo militare scende giù per la collina. A bordo, di nuovo Astamur e la sua famiglia.  Vanno via come sono arrivati, incapaci di vivere nella Casa degli Altri.