KABULLYWOOD di Louis Meunier – Il Cinema in Afghanistan

 

È un film la storia del cinema Aryub, un tempo il più famoso di Kabul. Aperto nel 1973, chiuso durante l’invasione sovietica degli anni 80, riaperto nel 1988 dopo la loro partenza, richiuso dai talebani e poi riaperto con l’arrivo degli americani nel 2001. Di nuovo chiuso sei anni dopo, nel 2007.

 

KABUL, AFGHANISTAN

 

Ne ha passate tante il cinema Aryub proprio come gli afghani in questi ultimi tre decenni.

“Siamo cresciuti durante la guerra civile. Avevo sette anni quando i talebani hanno preso Kabul. Non potevamo più giocare a palla né con l’aquilone, dipingere, ascoltare la musica, vedere film. La vita normale era diventata un reato […]. Quando gli americani hanno liberato il paese, eravamo adolescenti con tanta voglia di vivere [..]. Io e Shab andavamo entrambi all’università, facoltà delle Belle Arti. La vita culturale stava rinascendo, eppure incombeva su di noi la lunga ombra dei talebani … come se dovessero tornare da un momento all’altro…”

 

Sikandar e Shab, i protagonisti di Kabullywood, presentato per il pubblico italiano alla ultima edizione del Middle East Now, fanno parte di quella generazione di afghani per i quali la vita si identifica con la guerra anche quando ufficialmente è finita, come è sembrato nel 2001 con l’occupazione americana e il rovesciamento del regime dei talebani, arrivati al potere nel 1996, dopo anni di devastante guerra civile e di caos seguiti alla partenza dei sovietici nel 1989. L’uscita della Armata Rossa dal pantano afghano, dopo un decennio di impegno militare, un milione di morti tra i civili, cinque milioni circa di profughi tra Pakistan e Iran, apre la porta ai talebani, movimento politico e religioso ultraconservatore formatosi negli anni della presenza sovietica nelle madrasse, le scuole coraniche del Pakistan. 

 

Appoggiati dai pashtun, l’etnia afghana prevalente (undici milioni), i talebani danno vita al jihad anti sovietico, sostenuto, armato e finanziato da una congerie di attori internazionali, il cui unico collante è frenare l’espansionismo sovietico sullo scacchiere geopolitico mondiale.

 

Una Santa Alleanza tra Stati UnitiArabia Saudita, Pakistan e Iran, in crociata contro gli empi comunisti, con migliaia di volontari musulmani, gli Afghan–Arabs, provenienti da ogni angolo del mondo ad unirsi ai combattenti del jihad. Le prime formazioni di foreign fighters.

 

La presenza dei talebani è un black out totale sulla vita degli afghani. Non promettono solo di pacificare il paese dopo le lotte fratricide fra i vari Signori della guerra.

Ideale purista dell’Islam, radicale interpretazione della Sharia, amputazioni ed esecuzioni pubbliche per i trasgressori, sono questi le linee guida del programma di governo degli studenti di Dio.

 

Sulla società afghana, che pure aveva beneficiato con i sovietici di una certa laicità, cala un pesantissimo sipario di duro e puro oscurantismo. Agli uomini si impone la barba, alle donne il burqa. Televisione, musica, giochi, messi al bando. Proibite le scuole alle bambine.

L’80% della cultura nazionale, dai monumenti alle pellicole cinematografiche, è stata distrutta dal furore iconoclasta dell’estremismo talebano.

 

Sopravvissuto, malridotto ma non morto, il cinema Aryub, il più bello della città, novecento posti a sedere, una galleria riservata alle donne.

Pronto a ricominciare, perché la sua storia ha qualcosa di magico….Naser, il custode, il proiezionista, l’anima dell’Aryub per trentasette anni.

“Ero un bambino quando ho iniziato, ora ho la barba bianca.”

 

Un Nuovo Cinema Paradiso in versione afghana, un atto d’amore per la settima arte quello che compie Naser mettendo in salvo centinaia di pellicole dalle purghe talebane.

 

 

KABULLYWOOD - FILM -

 

Nella realtà è accaduto qualcosa di simile. Nel marzo del 1996, dopo aver cannonato i Budda di Bamiyan, i talebani passano all’archivio nazionale di cinematografie, intenzionati a distruggere le migliaia di pellicole custodite all’interno, testimoni del passato “blasfemo” del Paese, dove il cinema fa la sua prima apparizione nel 1922 grazie al re Amanullah che importa per la prima volta un proiettore. Nove archivisti hanno rischiato la vita per salvare oltre 6000 pellicole nascondendole, nottetempo, dietro un muro di cartongesso.

 

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Sikandar, Shab e un gruppo di amici decidono di rendere onore a Naser, di riportare in vita il cinema Aryub, di ristrutturarlo e farne il simbolo della rinascita culturale nella nazione.

È stato lo stesso Louis Meunier, in realtà, ad aver lanciato la raccolta di crowd-funding, “Kabullywood” allo scopo di finanziare il film e ristrutturare il cinema.

 

“Il nostro era un vero progetto, un atto di resistenza” racconta Sindakar, certo (ingenuamente) di avere l’appoggio del generale Hazrat in questa impresa. Ovvero di suo padre.

 

La vera mente di questa avventura è Shab (prevedibilmente) vittima del fratello, Khaled, un fondamentalista che (secondo copione) perseguita la sorella, la minaccia di morte, incendia il cinema fino a trasformarsi (altrettanto prevedibilmente) in un suicide bomber.

“Vi dico una cosa: ho chiuso il cinema quando sono arrivati i talebani e ho fatto bene.”
Il generale Hazrat si rifiuta di aiutare i due ragazzi, di difendere il cinema, di condannare Khaled.
A causa dell’incendio, l’Aryub è di nuovo un cumulo di macerie. Sikandar è solo, osteggiato da tutti, dai suoi compagni a cui ha mentito sull’aiuto del padre, dal padre a cui ha rubato gli smeraldi per finanziare i lavori di restauro, dai bambini dell’Aryub che lo accusano di aver ispirato,  con il suo comportamento, l’incendio che ha distrutto la loro casa.
Ma è Shab a pagare il prezzo più alto. In coma irreversibile, a causa di un incidente d’auto di cui è responsabile Khaled, il fondamentalista. Per lei, per il suo progetto, per il suo amore per il cinema Sikandar deve andare avanti.
“Tuo padre veniva tutti i giorni al cinema, aveva un posto riservato con il suo nome.” (Naser)
“Come ha potuto? Perché lo ha chiuso allora?” (Sikandar) 
“Per impedire ai talebani di distruggerlo completamente.” (Naser)

 

Sarà proprio Hazrat, il generale, il severo padre di Sikandar, il demiurgo della rinascita dell’Aryub. Arresta Khaled pronto a farsi saltare in aria insieme al cinema, partecipa orgoglioso (anche del figlio) alla sua inaugurazione. La televisione ne dà notizia, giocolieri, acrobati, musicisti e danzatori ne celebrano l’evento.
Libertà e cultura hanno vinto in Afghanistan, almeno secondo la magia del grande schermo. Fuori dalla finzione, il cinema Aryub, rinnovato proprio durante le riprese del film nel 2016, non ha mai aperto le sue porte. Molti addetti alle riprese sono stati feriti dalle ritorsioni dei talebani contro gli artisti, altri hanno dovuto lasciare il Paese.
Da quando è iniziato il graduale ritiro degli americani, malgrado le speranze, il cinema come la vita culturale stenta a rinascere in Afghanistan. La presenza del fondamentalismo islamico, ancora molto forte nel governo e nelle istituzioni nazionali, continua ad esercitare un forte potere di condizionamento sulla mentalità della gente e sul suo conservatorismo.

 

Il cinema, quel poco che c’è, paga il prezzo di trent’anni di oscurantismo culturale, privo, oltre che di fondi, di una corrente di cineasti in grado di raccontare le dinamiche della attuale società afghana con le sue enormi questioni irrisolte. Le pochissime sale cinematografiche, concentrate prevalentemente a Kabul, proiettano per lo più film indiani (introdotti illegalmente) e pakistani. A frequentare queste sale, inutile dire, solo uomini.

 

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Intanto l’avanzata dei talebani prosegue minando il debolissimo processo di pacificazione nazionale. Le prospettive di una ripresa dei negoziati di pace tra il governo di Ashraf Ghani e il comando di controllo dei talebani si affievoliscono lasciando voce a chi ritiene che la guerra in Afghanistan non sia mai finita; sta solo per iniziare un nuovo atto. Non ci sono incentivi alla pace né possibili soluzioni militari; i talebani riconquistano ogni giorno terreno perduto. Su 407 distretti che compongono il paese il governo ne controlla 258, il resto sono contesi o nelle mani dei talebani.

 

No, non è un film. È la vita degli afghani.