“Il pensiero progressista è morto.”

Non ha dubbi Maulana Mohammad Abdul Aziz, personaggio centrale di Among the Believers, il potente documentario di Hemal Trivedi e Mohammed Ali Naqvi girato all’interno della più importante scuola coranica del Pakistan, la madrasa Laal Masjid, la Moschea Rossa di Islamabad.

 

Va detto subito che i due registi acclamati e premiati nei maggiori festival internazionali hanno rischiato la vita per portare a termine il loro lavoro. Minacciati più volte di morte dai talebani, Hemal Trivedi e Mohammed Ali Naqvi non si sono limitati a sbirciare nella vita della Moschea Rossa; sono arrivati la dove nessuno è riuscito: convincere Maulana Mohammad Abdul Aziz a recitare se stesso.

 

Non è un predicatore qualunque. Nel 2007, anno in cui è ambientato Among the BelieversAbdul Aziz era il carismatico capo religioso della Laal Masjid, la centrale di tutte le madrase pakistane. A quel tempo Maulana Aziz vantava strette relazioni con il Mullah Mohammed Omar – la guida dei taliban afgani – Ayman al-Zawahiri – il numero due di al-Qaeda e Osama bin Laden.

 

Maulana Azizil era ed è dichiaratamente un sostenitore dell’ISIS, dei talebani e della Sharia ortodossa, la legge islamica. Ora come allora, ha un unico obiettivo: trasformare il Pakistan in uno Stato islamico. Anche con la forza se necessario, quella esplosiva di un esercito di mujāhidīn (i combattenti del jihad) addestrati dagli Ulama (il clero islamico) nelle tante madrasse sparse nel Paese. Giovani, bambini pronti ad immolarsi in nome di Allah, di una società islamica e della lotta al grande Satana americano. Le classi più povere del Pakistan offrono una manodopera pressoché illimitata.

 

geomovies - Among the believers

 

Among the Believers è una testimonianza storica straordinaria, la drammatica sequela degli avvenimenti più tragici della storia moderna del Pakistan.

Maulana Azizil, oggi agli arresti domiciliari è la guida, l’ispiratore della svolta che partendo dagli scontri alla Moschea Rossa nel 2007 trova il suo tragico epilogo nella strage di Peshwar del 2014.

 

In quegli anni, dopo l’11 settembre, la Moschea Rossa è accusata di essere la testa e il cuore del terrorismo islamico, la casa madre di un network che conta circa diecimila scuole islamiche. Sotto la guida “spirituale” di Maulana Azizil vivono e studiano cinquemila studenti. Studiano il Corano a memoria, salmodiano dalla mattina alla sera. Pochissime pause, zero diversioni. Molti, moltissimi di questi ragazzi provengono dal Kashmir e dalla provincia di Khyber Pakhtunwa, a nordovest del Paese.

 

GEOMOVIES - AMONG THE BELIEVERS

 

Among the Believers è inquietante fin dalla prima scena all’interno della Moschea Rossa.

 

Cosa farai da grande? chiede Maulana Aziz a un allievo 

Il mujāhidīn – risponde il bambino. 

Ti ricordi i sermoni che ti abbiamo insegnato?

Ti distruggeremo in nome di Allah […] Non ci potete conquistare, se osate entrare qui vi distruggeremo in nome del jihad.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Among the believers - GEOMOVIES

 

Il bambino ha superato la prova del fuoco, il maestro è tronfio di orgoglio.

 

“Una volta che abbiamo formato le loro menti non le cambieranno per tutta la vita” (Maulana Azizil) Assunto inquietante. Come topi da laboratorio, lobotomizzati dalla spossante litania dei versi del Corano che migliaia di bambini inermi sono costretti ad imparare a memoria fino allo sfinimento.

 

“Nelle scuole normali si insegna che l’istruzione porta ad una vita migliore, con una macchina, una famiglia, una casa. Noi qui insegniamo che lo scopo della vita è diffondere il messaggio di Allah attraverso il proselitismo o il jihad. Non solo in Pakistan, ma in tutto il mondo […]  i nostri studenti porteranno la rivoluzione nel mondo se Allah vuole […]”

 

Le madrase non sono sempre state scuole per aspiranti jihadisti. Nate circa un secolo fa, le madrase formavano, con lo studio del diritto e della teologia islamica, i funzionari imperiali e gli studiosi religiosi, in pratica la futura élite musulmana. Negli anni Ottanta la metamorfosi che le vede trasformarsi in campi di addestramento per il jihad antisovietico in Afghanistan, finanziati dall’Arabia Saudita (che in quegli anni introduce nel paese il wahhabismo) e dagli Stati Uniti.

 

Maulana Azizil ha visto morire il padre davanti ai suoi occhi, ucciso da un sicario, all’interno della Moschea. “Gli americani lo volevano morto – racconta Azizil  – [..[ ci diedero i missili per il jihad, per combattere i russi, ci chiamavano eroi poi ci hanno lasciato.”

 

Finita la guerra contro i sovietici, molti di questi jihadisti hanno continuato a combattere in altre campagne, in Kashmir innanzitutto contro l’India fino a raccogliersi intono ad al Qaeda. Le madrase diventano un problema per il Pakistan e per buona parte del mondo occidentale solo dopo l’undici settembre, ma bisognerà aspettare il 2007 con i sanguinari eventi della Moschea Rossa per un giro di vite del governo.

 

Fino ad allora si contavano oltre ventimila scuole coraniche, migliaia finanziate l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti. Molte veri e propri incubatori del radicalismo islamico.

 

Il pensiero progressista sarà pure morto in Pakistan, la povertà di certo no. Ed è tutta qui la forza delle madrase, particolarmente popolari tra le larghe sacche di povertà che si annidano nel paese. Le scuole private sono inaccessibili per la stragrande maggioranza della popolazione di un Paese di 180 milioni di persone. Nove milioni di bambini non riceve istruzione primaria o secondaria, molti di loro sono figli di rifugiati afghani o del Kashmir. A migliaia finiscono sulla strade a mendicare o a lavorare in condizioni bestiali nelle tante fabbriche di mattoni.

 

Per molte famiglie le madrase rappresentano l’unica fonte di istruzione e di sostentamento per i loro ragazzi. Tahla è uno di questi. La sua, una storia fra le tante. Viene dal Kashmir, da una famiglia povera che nella Moschea Rossa ha intravisto l’unica possibilità di dare al figlio un futuro migliore.

 

“Non sapevo che tipo di insegnamento davano in questa madrassa .. La nostra famiglia ha opinioni moderate, siamo semplicemente musulmani” dirà il padre dopo quel drammatico 3 luglio 2007, quando Maulana Azizil scatena la sua guerra Santa perché “time for peace is over”.

 

Armati di bastoni migliaia di studenti islamici si riversano nelle strade, attaccano barbieri, venditori di dvd, studentesse universitarie. Spacciatori di blasfemia. E’ la risposta violenta all’annuncio del capo dello Stato Pervez Musharraf di voler chiudere la Moschea Rossa. Principale sponsor dei talebani fino all’undici settembre, temendo la collera americana il Pakistan inverte bruscamente la rotta schierandosi saldamente al fianco degli USA nella guerra al terrore.

 

“Siamo sotto assedio. Migliaia di giovani stanno arrivando da tutto il mondo – annuncia Maulana Azizil – per diventare martiri della causa di Allah.  State attenti, ridurremo il vostro governo in briciole”

 

“Qui non abbiamo armi se non il Corano” aveva dichiarato il capo religioso. In realtà, la moschea nasconde un gran quantitativo di denaro e di armi illegali e, secondo fonti del governo, anche foreign fighters arrivati dall’Afghanistan e dall’Uzbekistan per addestrare alle armi i giovanissimi studenti.

 

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Nello scontri con le forze dell’ordine che per giorni assediano la Moschea Rossa restano uccise 94 persone, tra cui il figlio di Maulana Azizil. Un martire di Allah lo definisce il predicatore. Lui, al contrario, si rivela fin troppo umano cercando di fuggire dalla moschea travestito da donna. Con il burqa ovviamente. Da allora è Mullah Burqa.

“Ci chiamavano terroristi, siamo mujāhidīn”

 

Maulana Azizil, in carcere per due anni come ispiratore degli eventi del luglio 2007, ora agli arresti domiciliari.

 

Nel frattempo c’è chi a provato a resistere. Tariq un uomo del villaggio di Bunni Behkesta ha costruito una scuola laica sulla sua terra. Una salvezza per molti bambini, anche per Zarina, una ragazzina fuggita dalla Moschea Rossa

 

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“Ci insegnano il Corano a memoria.. non potevo uscire dalle mure della moschea senza il burqa, dovevo dimenticarmi dei miei genitori […] ci davano una fetta di pane al giorno. Sono fuggita, non ci avrebbero lasciati andare, non vogliono la pace, vogliono solo uccidere. Non sono musulmani, sono infedeli”

 

Pervez Hoodbhoy scienziato e attivista, portavoce della intellighenzia liberale pakistana, a capo di un movimento di opposizione e resistenza al dilagare della furia fondamentalista, reazionaria, integralista, militarizzata, sanguinaria.

 

Tra il 2007 e il 2014 ci sono stati oltre tremila attacchi terroristici in Pakistan, oltre 50 mila morti, 1200 scuole sono state distrutte dai talebani, anche la scuola di Zarina, che ora è costretta a sposarsi. Troppo debole, malgrado forte, per sottrarsi alla sorte di tante giovani fanciulle delle famiglie più povere. Data in sposa a soli dodici anni, malgrado la benevolenza del padre, che pur avrebbe voluto farla studiare.

 

Anche per Thala la via del destino è segnata perché “una volta che abbiamo formato le loro menti non le cambieranno per tutta la vita”. Thala non vuole tornare a casa con il padre. Continuerà a studiare per diventare un mujāhidīn.

La storia di Thala, come quella di Zarina, è emblematica di un fenomeno molto diffuso in Pakistan. Povertà e assenza di istruzione, i batteri su cui attecchisce l’estremismo islamico.

 

Dicembre 2014 – La strage di Peshwar

In una scuola elementare della turbolenta città di Peshwar vengono trucidate 141 persone tra cui 132 bambini.

Una ritorsione spietatissima dei talebani per la repressione del governo contro i militanti islamici iniziata proprio quel 3 luglio 2007 alla Lal Masjid di Islamabad e sviluppatasi costantemente nell’arco di sette anni.

 

“The smallest coffins are the heaviest” si legge sui cartelli che accompagnano le veglie organizzate in molte città del mondo.  Londra, Lahore, Toronto, Washington dicono basta al sangue dei bambini. Una tragedia nazionale di eco mondiale, i decibel dell’indignazione schizzano in alto come sempre quando si toccano i bambini.

 

Maulana Aziz fa la sua apparizione televisiva subito dopo rifiutandosi di condannare gli autori del terribile attentato: il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), i taliban pachistani attivi nelle aree pashtun lungo il confine afgano-pachistano.

In Pakistan è in atto un conflitto ideologico tra la modernità e la restaurazione islamica. Malgrado le pressioni internazionali il Pakistan resta il principale finanziatore dei talebani afghani. Dopo la strage di Peshwar, il governo allora in carica di Pervez Musharraf ha adottato un piano di de-radicalizzazione della società pakistana e introdotto l’obbligo per le madrase di registrarsi e a rendere pubbliche le loro fonti di finanziamento. Nessun governo è riuscito tuttavia da allora ad assicurarne il rispetto.

 

Negli ultimi anni il governo ha chiuso circa duemila madrase sospettate di legami con la militanza islamica radicale. Al momento ci sono quasi due milioni di studenti inscritti nelle scuole islamiche del Pakistan. Il National Action Plan, il pacchetto di misure adottate dal Primo ministro Nawaz Sharif, è troppo poco, troppo tardi e troppo legato alle élite religiose del Paese.

 

C’è chi resiste, tuttavia, chi si batte per le giovani generazioni, chi prova ad afferrare il Pakistan per una mano e trattenerlo dal precipitare nel pozzo dell’indottrinamento e della radicalizzazione.

 

Tariq nella scena finale di Among the Believers riapre la scuola attaccata dai talebani legati alla rete organizzativa della Moschea Rossa.

 

“Se la prossima generazione studierà tutti noi impareremo.”