FROST, gelo. Azzeccato il titolo che il regista lituano Sharunas Bartas ha scelto per il suo primo film presentato alla Quinzaine des Réalisateurs all’ultima edizione del Festival di Cannes.

 

Azzeccato non solo e non tanto per il gelo dei vari paesaggi e paesi che i due protagonisti attraversano a bordo di un furgone, quanto perché si parla di Ucraina, un Paese congelato da quattro anni or sono nella morsa della guerra del Donbass, che nel 2014 i separatisti filorussi hanno proclamato indipendente da Kiev.

 

Una guerra che dal punto di vista militare potrebbe definirsi a basso livello di intensità con scosse periodiche, fragorosi attacchi che producono come unico risultato la perdita di altre vite umane e risvegliano per qualche ora l’attenzione dei media internazionali su quest’angolo d’Europa.

 

FROST è un road movie che a poco a poco si trasforma in un war movie introducendoci lentamente (forse un pò troppo) nel cuore della questione : l’attuale conflitto in Ucraina.

 

In una strada qualsiasi di Vilnius, in una gelida sera d’inverno, Rokas, il giovane protagonista del film, incontra un amico.

 

“Ho bisogno di un favore… dovresti guidare un furgone al posto mio. Io non posso partire

 

 

 

 

Dove?

 

 

 

In Ucraina, come volontario. Devi portare aiuti all’esercito ucraino: scarpe, coperte, scatolame. L’organizzazione umanitaria che li aspetta è a pochi chilometri dal fronte […]

 

 

 

 

 

 

 

 

Devono essere molto amici i due perché il favore è uno di quelli che non si dimenticano.

Rokas è e resterà per tutto il film un personaggio indefinito, un insieme di naiveté e affettata inconsapevolezza che rende debole, invero, tutta la trama del film il cui pezzo forte, va detto, è la parte finale, girata a pochi chilometri dal fronte che separa truppe governative da milizie separatiste.

 

Non chiede nulla Rokas all’amico, né spiegazioni sul suo improvviso impedimento né informazioni su chi e soprattutto cosa lo aspetta alla meta. Nemmeno Inge la fidanzata chiede nulla, con lo stesso inverosimile candore. Dopo un sussurrato “In Ucraina? Stai scherzando?”, lo segue.

 

Una ricerca su internet (!) per chiarirsi le idee su dove stanno andando, su cosa sta accadendo in Ucraina. Le immagini di piazza Maidan, la guerra a est, colpi di mortaio, interi villaggi trivellati. È tutto in rete.

 

Cosa sta accadendo in Ucraina? Più o meno niente. Né guerra né pace. Nessuno degli attori coinvolti può fare un passo avanti. Ma nemmeno indietro. Sia il Cremlino che il governo ucraino sono imprigionati in un gioco delle parti dal quale entrambi non possono e, peggio, non vogliono recedere. Lo stesso vale per le cancellerie occidentali, nei cui corridoi si può solo mormorare, e a voce molto bassa, che Minsk-2, l’accordo sul cessate il fuoco firmato nel febbraio 2015 dal Quartetto Normanno (Francia, Germania, Russia, Ucraina) è morto.

 

La Russia ha avuto tutto quello che voleva: un territorio autonomo con una propria milizia, un sistema amministrativo e giudiziario indipendente, una modifica (ancora da realizzare) della Costituzione ucraina che riconosce le autonomie delle due regioni orientali del Donetsk e Lugansk.

 

Putin ha sferrato un fendente nel fianco di una Ucraina che rischia di morire esangue.

 

Rokas e Inga iniziano il loro viaggio in compagnia di lunghi silenzi, molti posti di blocco e la crescente desolazione dei paesaggi. Il più difficile dei confini da passare è quello polacco, cosi gli ha detto l’amico a Vilnius.

 

“[…] abbiamo amici lì, ci hanno promesso che ti aiuteranno, devi solo rigare diritto […] comunque abbiamo una lettera ufficiale della ambasciata ucraina. Lì c’è Andrzej, uno che ci ha aiutato spesso, rivolgiti a lui.”

 

Andrzej è un personaggio indefinito, ma soprattutto ambiguo. Una sorta di sherpa che scopriamo in lacrime all’indomani della notte passata con Inge. intorno a lui, nella sontuosa hall di un albergo a più stelle, in una imprecisata località della Polonia, un gruppo di giornalisti occidentali consuma tempo e (alcool) in artificiose conversazioni sulla natura di un conflitto che oramai è chiaro non si risolverà sul campo.

 

“Ma è una guerra civile? […] Da un punto di vista occidentale l’Ucraina non è nel cuore dell’Europa. Dovremmo innanzitutto capire se in Ucraina si combatte una guerra civile o no. […] Quella americana è stata chiaramente una guerra civile con un Nord e un Sud che si combattevano. Per l’Ucraina la percezione è diversa, di una guerra per procura guidata dai russi. Una guerra ibrida ..”

 

Una conversazione metafora della incapacità dell’Occidente di capire e di conseguenza di intervenire nel conflitto in Ucraina? Può darsi. Sta di fatto che anche i funzionari americani e le loro controparti europee si sono lambiccati alquanto il cervello intorno all’uso “appropriato” dei termini. Negli ultimi tempi sono più inclini ad usare la parola guerra al posto di conflitto e aggressione al posto di separatisti. Differenze sostanziali perché la presenza militare russa nel Donbass è stata una aggressione contro uno Stato sovrano e poco importa se l’Ucraina, lo Stato aggredito, e l’Occidente si sono mostrati fin dall’inizio recalcitranti a chiamarla con il suo vero nome.

 

FROST entra nel vivo, e molto, man mano che i due giovani si avvicinano alla meta, verso est dove inizia la regione del Donbass.

 

FROST- Festival di Cannes - Geomovies

 

Attualmente non esiste alcun confine formale tra le due parti del Paese che oramai di fatto costituiscono l’Ucraina.

 

Putin vince tutto, destabilizza l’Ucraina, ne condiziona la vita politica, riesce a respingere con successo l’avanzata occidentale in un Paese che ritiene suo interesse privilegiato, si riabilita agli occhi di un’Europa, e soprattutto di un’America che improvvidamente aveva relegato la Russia post-sovietica al ruolo di potenza regionale.

 

Alla sua gente Putin può dire che l’avanzata della NATO con le sue rivoluzioni colorate è stata fermata e che la Russia è in grado di difendere i suoi interessi vitali ovunque e a qualsiasi costo. Il prezzo è ovviamente alto, sia in termini di effetto-sanzioni sul Pil (1% di secondo le stime) che di presenza militare (sei mila uomini solo per garantire la sicurezza oltre agli uomini molti di più impegnati sul confine). Per suggellare la vittoria lo zar Vladimir ha bisogno che Kiev faccia ciò che Minsk le ha assegnato: indire elezioni locali nei territori separatisti e finanziare le enclave.

 

Nei piani di Putin non c’è quello di accollarsi formalmente la responsabilità economico-amministrativa del Donbass.

 

Poroshenko non intende onorare l’impegno preso almeno fino a quando i russi continueranno a mantenere le truppe. Un tiro alla fune che molto difficilmente avrà una soluzione militare. Se è vero come è vero che Minsk 2 è morto, l’unica strada percorribile, seppur dolorosa, sarebbe quella di prendere atto della situazione sul campo (la separazione dell’Ucraina in un ovest e un est) e stabilire, come tante volte nella storia delle disgregazioni statuali, una task force con compiti di peace keeping.

Dopo oltre tre anni di guerra e 10 mila morti, l’Ucraina ha assoluto bisogno di porre fine ad uno ad uno stato di guerra permanente e aprire una nuova fase politica (post Poroshenko).

 

“Perché succede in Ucraina, proprio in Ucraina e non altrove?” chiede Rokas a un militare ucraino (vero e non un attore). Già, perché?

 

“Perché siamo vicini – risponde l’uomo – e l’Ucraina è un grande paese, la nostra posizione geopolitica è molto strategica, siamo in mezzo alla Russia e all’Europa e abbiamo accesso al mare, questo ci rende attraenti [..] il solito vecchio imperialismo [..] Quando hai poco vuoi di più, quando hai di più vuoi ancora di più e come fai a mantenere tutto questo? A spese del popolo? Indebitandolo […]” 

 

“Sapete dove state andando? Li nessun contatto potrà aiutarvi. Ora è più complicato andare li.”

“Ci sono soldati?” (Rokas)  “Indossano uniformi? Quindi sono soldati”

 

“Ho notato la scritta Cargo 2000. Cosa è?” (Rokas)

“L’hai notata? Bravo. Cargo 2000 significa che ci occupiamo dei morti, evacuiamo i nostri cadaveri, li seppelliamo con onore e dignità. Non li possiamo portare indietro. La cosa peggiore è quando i separatisti non ti lasciano raccogliere il corpo, ci sparano addosso se proviamo a farlo. Noi andiamo disarmati quando facciamo questo lavoro [..]”

 

“ [..]  Noi non vogliamo invadere nessuno, solo difendere quello che ci appartiene. Non andiamo nei territori degli altri, la verità è dalla nostra parte e cosi la vittoria. Ama il tuo Paese, dove sei nato, cresciuto. Se capita nel tuo Paese tu non devi morire per lui devi uccidere per lui.”

 

Invece Rokas va a morire in un Paese che non è il suo, per guardala da vicino questa guerra, mosso da quella stessa inconsapevole e incosciente curiosità che lo ha spinto a partire. Cinquecento metri più avanti, ed ecco la guerra che ha visto su Internet, che lo ha messo alla guida di un furgone a macinare chilometri e neve per trasportare aiuti militari che non arriveranno mai. Anche lui non arriverà mai, né dai volontari umanitari né da Inge per riportarla a casa.

 

Una guerra di cui non ha capito niente. Solo che è una guerra.

 

“Ma perché proprio in Ucraina?”

 

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