THE CONGO TRIBUNAL di Milo Rau – Il tribunale del popolo in Congo

 

Teatro del reale, teatro politico, un’aula di tribunale, un processo simulato.

 

Tra testi e giuria un parterre di tutto rilievo: Jean Louis Gilissen, cofondatore della Corte penale internazionale dell’Aja, la sociologa Saskia Sassen, la giornalista Colette Breckman, una delle più accreditate esperte delle guerre del Congo.

Convitato di pietra il noto sociologo svizzero Jean Ziegler, rappresentante al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Il Palazzo di Vetro gli ha negato il permesso di partecipare.

 

“Non è mai accaduto […] probabilmente perché le Nazioni Unite sapevano che sarebbero state criticate durante il processo per la discussa condotta della missione di pace MONUSCO.” (Video messaggio di Ziegler)

 

 

 

Una pièce teatrale tra Bikavu, la capitale della provincia del Nord Kivu, a est del Paese, e Berlino per districare quel groviglio di cause che è la guerra del Congo orientale. A Bikavu il Tribunale indaga su tre incidenti: nella miniera di Bisie, uno dei più importanti giacimenti di cassitterite; a Twangiza, la più grande miniera d’oro nel Sud Kivu e il caso più difficile, il massacro di Mutarule, il villaggio tra Uvira e Bukavu al confine con il Ruanda.

 

 

 

A Berlino sul banco degli imputati l‘Unione europea e la Banca mondiale.

 

A comporre la giuria congolesi, europei, americani, esperti di diritti umani, attivisti, professori di diritto, avvocati e due giudici della Corte penale internazionale dell’Aja.

 

Dove vuole arrivare l’eclettico regista svizzero tedesco con questa “messa in scena”, a metà tra il teatro testuale e l’inchiesta politica? Il fine è catartico ancor prima  che giudiziale. Milo Rau si dedica da tempo, e con successo, a rappresentazioni artistiche (non solo teatro, anche cinema, installazioni, performance) di guerre e conflitti socio-politici.

 

The Congo Tribunal, presentato all’ultimo festival di Locarno, è il suo obiettivo più ambizioso: portare per la prima volta all’attenzione del popolo congolese, del pubblico europeo e dei media occidentali il tema della responsabilità del conflitto più lungo nella storia del continente africano.

 

Un tribunale del popolo per indagare il coinvolgimento del governo congolese, dei gruppi di ribelli, degli Stati della regione dei Grandi Laghi, delle Nazioni Unite, dell’Unione europea, della Banca Mondiale e delle multinazionali nella guerra civile che infuria da vent’anni nelle regioni orientali del Paese con oltre cinque milioni di morti al suo attivo. Ce n’è per tutti. Ma in mezzo alla vasta platea di correi della catastrofe congolese, il dito è puntato contro le compagnie minerarie internazionali.

 

Quanto le guerre del Congo sono funzionali ai loro interessi predatori? Quanto le multinazionali alimentano il caos nel Paese per ottenere concessioni vantaggiose ?

Quanto il proliferare di milizie sanguinarie, la creazione di masse di profughi, l’orrore di stupri e saccheggi pesano sulla coscienza dell’Occidente? Queste sono gli scomodi interrogativi che il Pubblico Ministero, Sylvestre Bismwa, noto avvocato per i diritti umani,  pone alla giuria e al popolo congolese.

 

“Hanno avvelenato la nostra acqua, buttato i loro rifiuti tossici nei nostri fiumi, i nostri  laghi sono diventati paludi, i nostri animali, la nostra fonte di ricchezza, sono morti. ” (testimonianza di un contadino del villaggio nel distretto di Bisie)

 

Prima che essere il prodotto di una infinita catena di guerre “tribali”, il sangue dei congolesi è figlio di una guerra economica combattuta, in perfetto stile neo-coloniale, per il controllo dei minerali. I migliori al mondo si trovano in Congo. Coltan, cassiterite, oro, tungsteno, stagno, tantalio. Mineral conflicts li abbiamo chiamati, i minerali provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dai paesi vicini.

 

“Abbiamo chiesto agli Stati Uniti di assumersi seriamente la responsabilità di consumatori delle nostre risorse minerarie.” (Fidel Bafilemba della ONG americana Enough Project)

 

La responsabilità è annacquata visto che il Dodd Frank Act firmato da Barack Obama nel luglio 2010 si limita (Section 1502) ad introdurre per imprese e fornitori un obbligo di due diligence nella informazione sulle componenti della intera filiera produttiva. Una moral dissuasion molto lontana dal divieto d’uso.

 

Non che l’Unione europea abbia fatto di meglio parlando di trading responsabile nelle catena di approvvigionamento.

 

Nessuno dovrebbe comprare questi minerali perché alimentano con i loro ricavati il conflitto e le gravi violazioni dei diritti umani, la loro presenza è la ragione della esistenza dei gruppi armati. La realtà invece è molto diversa, anche nel settore estrattivo esiste il laundering, una ripulitura i minerali delle guerre diventano conflict free.

 

“Non appena i minerali lasciano il Congo sono “puliti” – ci racconta  Liete Tutawa Tuta, Responsabile divisione miniere Sud Kivu –  non sono più conflict minerals e a tutto vantaggio dei paesi vicini.”

 

“I prezzi cominciano a salire ma nessuno può commerciarli, il mercato nero si anima, invece di migliorare la nostra attività tutti i minerali finiscono nei paesi vicini. Sono i minerali che alimentano i conflitti, che provocano i movimenti delle milizie, dei ribelli” (Zacharie Bulakali Project Manager NGO IPIS)

 

Sono sette sono le miniere di coltan in funzione nella regione del Nord Kivu, dove è concentrato circa l’80% delle riserve mondiali. 1 kg di coltan costa 40 dollari, 55 kg valgono 2200 dollari. Da Mombasa il coltan viene trasportato via nave in Malesia, dove viene fuso e va alla Motorola, alla Nokia, per farci gli smartphone.” (Robert Zeninga Agente di commercio)

 

Nella miniera di Bisie (Nord Kivu) ci lavorano 12000 persone. Quattro anni dopo la sua scoperta, una multinazionale, la MPC – Mining Processing Congo –  ha comprato i diritti di sfruttamento dando vita ad un aperto conflitto con i miniatori del posto.

 

“Noi c’eravamo prima –  dicono gli ex minatori  – abbiamo lavorato sodo, ci hanno cacciato e occupato le nostre miniere. Chi è questa MPC? Da dove viene?  Chi c’è dietro? […] Dicono che è stata messa qui dagli Stati Uniti e che gli Stati Uniti tollerano i crimini della MPC contro gli abitanti di Walikale”

 

Stephane Ikandi, direttore di una cooperativa estrattiva a Bisie sostiene che la MPC non ha mai rispettato gli accordi.

 

“Noi vogliamo continuare ad estrarre i nostri minerali in modo artigianale volgiamo compagnie che rispettino i nostri diritti di lavoratori…i nostri metodi se vogliono continuare a sfruttare le nostre risorse […] non ci stiamo Bisie appartiene a noi e non ce ne andremo.”

 

Giuridicamente la miniera di Bisie è territorio dello Stato della Repubblica Democratica del Congo, ricorda con una certo compiacimento Gilbert Kalinda, vice governatore della provincia del Nord Kivu e rappresentante delle compagnie minerarie.

In virtù di questa “sovranità”, la Banro, ad esempio, compagnia canadese concessionaria dei diritti di estrazione dell’oro nelle miniere di Twangiza e a Namoya, gode di una esenzione fiscale totale per l’intera durata del contratto.Twangiza è la più grande miniera d’oro nel Sud Kivu. Nei villaggi limitrofi non c’è acqua potabile né strade né scuole. A migliaia contadini e minatori cacciati dalle loro terre senza indennizzo alcuno.

 

In un video messaggio Ziegler rimuove l’ultima ipocrisia.

 

“La terra coltivabile espropriata dalle compagnie straniere coincide sulla carta geografica con le aree in conflitto, con le cosiddette guerre tribali. […] queste due cose sono connesse, le compagnie minerarie straniere fomentano questi conflitti cosi che non c’è stabilità, non c’è controllo nella regione. I conflitti inter-etnici vanno di pari passo con i progetti di ampliamento delle aree di estrazione.” (Ziegler)

 

Chi sfrutta le materie prime dei Grandi laghi? Chi sfrutta il Congo? Chi si accaparra cosa? Chi prende l’oro? Chi prende il coltan? Chi prende la cassiterite da Walikale?

 

“Le multinazionali esercitano forti pressioni sul Congresso americano e sul Parlamento europeo per continuare ad operare in una condizione di totale immunità fiscale e giuridica.” (Prince Kihangi, avvocato riconosciuto come il massimo esperto nella regione dei Grandi laghi  in materia di gestione delle risorse naturali.)

 

Se è tutta una questione di competitività tra America, Cina ed Europa, come sostiene il Ministro delle miniere, Kivu Adalbert Muhri, qual è il ruolo delle cosi numerose milizie? Se ne contano più di cinquanta sparse nel Paese.

 

È un miliziano il teste chiave, Mister J., l’uomo con il cappuccio. Era un minatore, ora appartiene a un gruppo armato chiamato Ceka Group nato per combattere la Mining Processing Congo e difendere i diritti delle comunità di Walikale.

 

THE CONGO TRIBUNAL - LOCARNO FILM FESTIVAL - GEOMOVIES

 

“Cosa giustifica la sua scelta di unirsi a questo gruppo?”

 

“C’è una grande insoddisfazione per il modo in cui le risorse naturali nazionali sono gestite a Walikale, non c’è polizia, non c’è esercito, i bambini non hanno niente, c’è tanta disoccupazione. Le compagnie saccheggiano le nostre risorse, non pagano tasse e alla gente non va niente.”

 

Non siamo al cospetto della versione congolose di Robin Hood. Sulla Ceka Group e su altri gruppi di milizie pesano ignobili accuse di stupri di massa, che Mister J respinge risolutamente.

Per il massacro di Mutarule sotto accusa è anche il non intervento della missione ONU MONUSCO, a nove chilometri dal luogo dell’eccidio. Come di consueto, le Nazioni Unite ricorrono all’astuto equilibrismo (oramai poco credibile e troppo datato) della natura unicamente difensiva degli interventi di peace keeping

 

“Chi ha avuto vantaggio dal massacro?”

 

“Il governo congolese.” Non esita a dirlo (ed era impaziente di farlo) Kabaka Shemu il rappresentante degli studenti di Bafulieru.

 

Ci sono state tante Mutarule, ricorda il Pubblico Ministero: Kasika, Makabala 1 e 2, Kaniola, Nindja , Maluku Bukavu, Beni 1, 2, 3, 4 e 5 e massacri continuano a Beni.

 

THE CONGO TRIBUNAL - LOCARNO FESTIVAL - GEOMOVIES

 

Le udienze a Bukavu sono finite il 31 maggio 2015 con un verdetto di condanna del governo congolese e delle compagnie minerarie multinazionali. Due mesi dopo sono finiti i lavori a Berlino con una seconda condanna: l’Unione europea e la Banca mondiale sono state ritenute responsabili per i crimini commessi nel Congo orientale. Le Nazioni Unite con la missione MONUSCO sono state assolte da ogni complicità diretta con il massacro di Mutarule.

 

Dal 2015 Sylvestre Bismwa  è impegnato, e non sul set, nella creazione di una corte permanente sul modello del Tribunale per il Congo con il compito di giudicare i crimini commessi nel Congo orientale.

 

Fin dove può spingersi la funzione dell’Arte quando la politica è ignava e l’umanità assente, ce lo ha dimostrato Milo Rau con questa sua lodevole opera.