“Lo sai perché gli inglesi se ne vanno? La guerra li ha messi in ginocchio, non possono più occuparsi di noi.”

 

È quanto si mormora nei corridoi del maestoso palazzo del governatore britannico a New Delhi, dove uno stuolo di servitù si appresta ad accogliere il nuovo viceré di suo Maestà britannica. L’ultimo.

 

IL PALAZZO DEL VICERÉ di Gurinder Chandha presentato Fuori Concorso all’ultima Berlinale racconta gli ultimi sei mesi dell’Impero britannico in India.

Il film pur non appartenendo al genere storico ha ambizione di rappresentare in una fiction stile soapopera bollywoodiano gli eventi più tragici della accidentata storia del subcontinente indiano. L’ambizione però naufraga perché il film pecca di superficialità e di una certa parzialità nell’imbastire la trama. Che purtuttavia, va detto, incalza lo spettatore.

 

Alla banalissima storia d’amore tra due domestici del palazzo, Jeet e Aalia, musulmana lei induista lui, fanno da sfondo le immagini plastiche di macilenti profughi vittime della improvvisa divisione dell’India in tre tronconi. Solo qualche immagine di repertorio sul finale ci restituisce il senso della Storia e della sua inaspettata  crudeltà.

 

1947 New Delhi. A Lord Louis Mountbatten, per volere di Re Giorgio VI e del primo ministro laborista Clement Atlee, l’onore di restituire a trecento milioni di indiani la libertà, l’indipendenza dal Raj britannico. Il sogno di Gandhi e di tanti altri nazionalisti indiani sta per diventare realtà. L’onere di tirare gli inglesi fuori dall’India il più presto possible, e in modo onorevole, si presenta invece più difficile del previsto.

 

“Lo sai che il 94% della popolazione è analfabeta? È questa l’eredità che lasciamo agli indiani dopo tre secoli?”, si domanda Lady Edwina Mountbatten, il vero “animale politico” della famiglia, come il marito non manca di riconoscerle.

 

Nell’agosto del 1947 quando la statua della regina Vittoria verrà rimossa dai palazzi del potere indiano, la legacy britannica sarà più pesante dell’analfabetismo e della povertà: un milione di morti, il collasso di intere comunità, la dissoluzione di identità complesse, feroci ondate di pulizia etnica, epidemie, stupri di massa (circa 70 mila le donne vittime di violenza), la più grande migrazione umana della storia : 14 milioni di sfollati.

 

14 milioni di cittadini indiani incrociano i loro destini lungo una direzione binaria che porta intere comunità di musulmani nel nuovo Pakistan e di sikh e induisti verso il resto del Paese. Entrambi, indiani e musulmani, fuggono dai pogrom incrociati.

 

Come la nonna di Gurinder Chandha a cui la regista dedica il film. Una donna costretta a percorrere una lunga distanza da casa sua alla nuova repubblica musulmana del Pakistan per ricongiungersi al marito trovato in un campo per rifugiati. Ce ne furono più di 600 in tutto il Paese. Moltissimi vi morirono di dissenteria, colera e altre malattie.

 

 

Nel 1947, ormai chiaro di aver perso ogni controllo sul Paese, gli inglesi accelerano la loro exit strategy. La missione di Lord Mountbatten è di quelle impossibili: attuare in meno di sei mesi e con un anno di anticipo (da giugno 1948 ad agosto 1947) una soluzione che salvi la faccia agli inglesi e l’integrità territoriale indiana come era stato promesso con lIndia Indipendence Act  votato dal Parlamento britannico il 20 febbraio del 1947.

 

 

“Trecento milioni di indiani vogliono un’India unita, cento vogliono la loro nazione. Entrambi vogliono liberarsi di noi.” (Lord Mountbatten)

 

Ottima sintesi. Tra i favoriti di Wiston Churchill, Grande Ammiraglio della flotta di Sua Maestà, pronipote della regina Vittoria, comandante supremo delle forze alleate nel sud-est asiatico durante la guerra, Louis Mountbatten, “Dickie” per gli amici, è l’uomo che ha respinto l’offensiva giapponese verso l’India e riconquistato la Birmania fino alla resa del Giappone a Singapore.

 

Per la diplomazia inglese è l’uomo giusto ad assicurare il rispetto degli interessi inglesi in India, capace di ricucire l’impossibile, di dissuadere chiunque e convincere tutti. Ma non questa volta.

 

“[…] Voi inglesi avete un debito con noi. due milioni di indiani hanno combattuto come volontari contro i nazisti. È ora di restituire il favore, quell’India libera e unita che ci avete promesso.” (Jawaharlal Nehru, leader dell’Indian National Congress)

 

“Gli inglesi hanno diviso l’Irlanda per la pace, stanno dividendo la Palestina, facciano lo stesso qui.” (Muhammad Ali Jinnah, leader della Lega Musulmana)

 

La causa indiana e quella musulmana avevano trovato la loro voce politica nel 1885 con la nascita dell’Indian National Congress, il partito di lotta per l’indipendenza dagli inglesi, e la Lega Musulmana, nata nel 1906, inizialmente con il solo obiettivo di proteggere i diritti dei musulmani in India. Durante la Seconda guerra mondiale gli inglesi continuarono a fomentare il contrasto tra indù e musulmani istituzionalizzando in una malsana logica di divide et impera a sfondo religioso le differenze identitarie. La politicizzazione della religione nella colonia indiana fu invero una creazione britannica.

 

L’India induista e la comunità musulmana per ragioni opposte, ma accomunate dal filo conduttore della appartenenza etnica, respingono la proposta di una India federata.

 

“Ci trasformerebbe nei negri d’America” (Muhammad Ali Jinnah). L’Indian National Congress, d’altronde, è quasi compatto nel respingere qualsivoglia ipotesi di condivisione di potere.

 

 

 

Richiamato a Downing Street, Lord Mountbatten torna al Palazzo con un piano di pace da attuare a tutti i costi perché  “l’India è una nave in fiamme” e nessun soldato inglese deve morire nell’incendio.

Invano i coniugi Mountbatten proveranno a usare l’estintore. Non ci sono uomini per riportare l’ordine del Paese, dove con sorprendente e inaspettata (ma non imprevedibile) rapidità si estendono a macchia d’olio atroci violenze settarie.

 

 

Fare a pezzi il subcontinente indiano sembra l’unica soluzione possibile per fermare i massacri e aprire un nuovo corso. Cosi non fu. Forse solo Gandhi, irriducibile nel suo rifiuto, comprende che la divisione avrebbe scatenato violenze ancor maggiori di quelle che proponeva di interrompere. Fu evidente dopo qualche settimana.

 

“Non si può tagliare un cuore e sperare che continui a battere” (Mahatma Gandhi).

 

No, e nemmeno dividerne le arterie. Grottescamente il PALAZZO DEL VICERÉ si trasforma in un microcosmo degli eventi tragici che corrodono il Paese. Oggetti, suppellettili, libri, posateria, tutto da dividere.

 

“80% agli indiani e 20% ai musulmani. L’enciclopedia no, quella non si può dividere !!! Jane Austen? … agli indiani.”

 

Cyril Radclif, un avvocato, è colui a cui spetta “tagliare” il Paese stabilendone i nuovi confini.

 

“Non sono mai stato in India in vita mia” (Cyril Radclif)

“Userà mappe e censimenti” (Lord Ismay, Capo di Gabinetto di Mountbatten)

 

Un altro infausto esperimento inglese del taglia e cuci in remoto. La carta geografica dell’Asia meridionale fu ridisegnata in 40 giorni.

 

“Non esistono linee rette in India […] Non è possibile infilare una lama nei corpi della gente […] abbiamo bisogni di commissioni speciali, delle Nazioni Unite.” (Cyril Radclif)

 

“Forse ho qualcosa che può aiutarla”, lo rassicura Lord Ismay tirando fuori dal cassetto una mappa preparata durante il governo di Churchill due anni prima: una linea di demarcazione tracciata a nord ovest dell’India. Al di là, l’invenzione inglese: un nuovo Stato, il Pakistan, la terra dei puri.

 

Cyril Radclif ora ha i suoi confini, non gli resta che adottarli. A Lord Mountbatten invece non resta che constatare l’inganno di essere stato una pedina nella mani di Downing Street. Il Lord a cui era stato affidato il compito di far credere agli indiani che l’India sarebbe rimasta unita.

 

“[…] per questo Jinnah non cedeva, sapeva di avere l’appoggio inglese.” (Lord Mountbatten)

 

Sopratutto quello di Churchill che nel Pakistan vedeva un importante bastione tra l’URSS e un’India con chiare inclinazioni per il socialismo sovietico.

 

“[..] ci stiamo appena liberando di un impero non abbiamo fretta di finire sotto un altro” cosi Nehru gela le avances dell’ambasciatore americano sulle future collocazioni geopolitiche dell’India. Siamo ai primi vagiti della Guerra fredda e al primo round della decolonizzazione sul cui ring si affacciano i campioni del terzomondismo per i quali anti colonialismo e anti-occidentalismo sono due facce della stessa medaglia.

 

“Non abbiamo sconfitto i nazisti e i giapponesi per fare un piacere ai sovietici. Churchill ha guardato al futuro alle nuove risorse le vie di transito del petrolio uno Stato sotto l’ombrello inglese per bloccare l’accesso al Mar arabico.” (Lord Ismay) 

 

“Avete diviso un popolo per il petrolio?” (Lord Mountbatten)

 

Il 17 agosto 1947 due giorni dopo la proclamazione della indipendenza (il Pakistan la celebra il 14, l’India il 15) sono annunciati i nuovi confini. L’India viene amputata a nord ovest e nord est, aree a maggioranza musulmana. Il neonato Pakistan comprende una parte del Punjab e il Bengala (il futuro Bangladesh), separate tra loro da migliaia di chilometri. Lo Stato di Jammu e Kashmir rivendicato da entrambi i paesi diventa funestamente parte dell’India. Da un giorno all’altro milioni di persone, indiane e musulmane, si trovarono dalla “parte sbagliata” improvvisamente minoranze in terre altrui, colpite da una spirale di violenza etnica senza precedenti. Le vittime furono all’incirca un milione, l’epicentro fu il Punjab ma anche il Bengali.

 

Una soluzione diversa era possibile? Probabilmente no, ma ciò non cancella le colpe degli inglesi e l’improvvisazione con cui prepararono un evento di portata storica e atteso da tempo.

 

 

Dal 1947 India e Pakistan si guardano in cagnesco con riflessi che vanno ben oltre il raggio geopolitico dell’Asia del sud e di cui la principale vittima è l’Afghanistan– Il Kashmir a maggioranaza musulmana, rivendicato tanto dagli indiani quanto dai pakistani, impedisce la normalizzazione tra i due paesi prigionieri di un continuo stato di mobilitazione militare, che in più di una occasione ha sfiorato lo scontro nucleare.

 

Possiamo incolpare Lord Louis Mountbatten per questo? Ogni piano di pace porta la firma di qualcuno, come cinicamente gli ricorda Lord Ismay e gli la spartizione delle colpe è il campo di battaglia preferito dagli storici. Non di meno nel caso della India Partition.

Lord Moutnbatten rimase a New Dehli per dieci mesi fino al giugno 1948, primo governatore ad interim della nuova Repubblica Indiana. Nell’estate del 1979 fu fatto esplodere dall’IRA, l’Irish Republican Army, nella sua barca a Warrenpoint, nella contea di Down.

 

Ma questa è un altro capitolo, non meno travagliato, della storia inglese.

 

 

 

 

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