Presentato all’ultimo Festival del Cinema di Varsavia BOARDING PASS del regista iraniano Mehdi Rahmani è un film insolito nella ricca e apprezzata cinematografia iraniana. Una trama scorrevole e trascinante per un tema poco frequentato dai registi nazionali. La piaga del traffico e del consumo di stupefacenti in un Paese con una delle più giovani popolazioni al mondo.

 

Mansour e Neda non la utilizzeranno mai la loro boarding pass, non decolleranno mai dall’aeroporto di Teheran. Mansour l’ha riconosciuta subito, con la postura incerta e il volto livido. Neda non è del mestiere. Non è una mule di professione, uno dei tanti corrieri della droga che inondano il mondo di sostanze narcotiche.

 

 

“Cancella il volo, ci beccheranno [..] guarda la tua faccia, sei pallida, sta perdendo [..], se ne accorgeranno, finiremo in carcere e condannati a morte.”

 

Le vite di Nabi e di Masour si incrociano in un vivaio fuori dalla capitale a ingoiare ovuli di plastica.

 

 

“Mica è quella cinese? Spero di no, si rompe…” (Masour)

“No, è tedesca, la Schneider” (faccendiere)

 

“Fammi un favore, parla con Zarrabi, fammi mandare in Australia.” 

“Pagano bene in Australia ma l’aeroporto è pericoloso.”  

“No, non voglio andarci per lavoro.”

 

“No, non gli parlo, è difficile avere il visto per l’Australia. Perché dovrei farlo?”

“Tu parlagli e io ti darò il 30% di questo viaggio.”

 

Forse quel 30% basterà a Masour ad assicurargli un’altra vita, lontano da Teheran, dal miserabile tugurio che condivide con un gatto e con l’assenza di riconquistare una donna troppo esigente.

 

“Sono 23, te ne porto altre se vuoi.” (faccendiere)

 

È bravo Masour nel suo mestiere, un esperto.

 

Con Neda è un’altra storia. Sorsi d’acqua uno dietro l’altro.. invano. Non le vanno giù facilmente, gli ovetti di lattice. E poi deve continuamente andare in bagno. Eppure dovrebbe evitare la toilette con quello che ha in corpo.

 

300 dollari, passaporto, bagaglio a mano. Un ultimo saluto a Bardiya l’amato figlio che l’ex marito vuole portarle via “[..] I soldi mi servono per pagare un trafficante [..] andare via, in Turchia,  avere la protezione delle Nazioni Unite e poi da lì in un altro paese”, racconterà qualche ora dopo a Masour. Le ultime della sua vita.

 

Per la rete della criminalità c’è sempre un traffico da alimentare, vite disperate su cui lucrare, donne da illudere, uomini da sfruttare. Corpi su cui affondare gli artigli affilati di una avidità senza scrupoli.

 

Neda e Masour sono body packers. Vengono chiamati cosi i corrieri della droga che usano il loro corpo come fosse una valigia, da riempire alla partenza e svuotare a destinazione.

 

Riescono a buttar giù nelle caverne delle proprie intimità fino a un chilo di droga alloggiato in minute confezioni di plastica, solitamente condom, palloncini, ovuli in lattice. In media, ogni packer è in grado di stipare fino a 100 confezioni, da otto-dieci grammi ognuna. Se le confezioni si bucano, la morte è quasi assicurata. E non sempre dipende dalla cattiva qualità della confezione, basta un movimento dello stomaco o l’assorbimento chimico della nastro che lega l’involucro. Pupille dilatate, respiro affannoso, intestino perforato, infarto.

 

photo: omid salehi

 

Succede a Neda, il cui corpo è irrimediabilmente pervaso da veleno mortale. Masour è furioso, se solo lei avesse rinunciato a partire, lui avrebbe continuato…, se solo gli avesse dato ascolto.. ma ora è tardi, tutto è compromesso, la vita di Neda, la reazione di Zarrabi non appena scoprirà che i suoi messi non sono mai partiti e nel loro corpo c’è tanta roba….

 

 

Un vagare disperato, senza meta, contro il tempo, tra gli anfratti di una Teheran notturna e inquietante, alla mercé di uomini senza scrupoli, ex trafficanti, ex amici, alla ricerca di un dottore che li aiuti, perché Neda ha bisogno di una operazione codice ASAP, as soon as possible. C’è sempre bisogno di denaro per il lavoro sporco. E Masour non ne ha.

 

Ore febbrili, sospesi entrambi tra la vita e la morte, quella certa di Neda e quella probabile di Masour, se gli uomini di Zabbiri lo prendono. Non ci saranno ragioni perché questa è gente che pensa solo ai loro guadagni.

 

“Ti ricordi di quelle due ragazze scomparse? Hanno trovato i loro corpi, aperti […]  Zarrabi la squarterà viva per prendersi la sua preziosa roba [..] lascia stare, avrà pure una famiglia, un amico [..].”

 

Ci va per le spicce Tala, la vecchia amica di Masour. Una prostituta che fra qualche giorno diventerà un uomo. Potrebbe lasciarla, abbandonare Neda al suo destino, sola nel suo corpo infetto. Ma non può, non ora che ha saputo del piccolo Bardiya, del marito che vuole sottrarglielo.

 

Nel 2015, secondo la Direzione Generale dell’Ufficio di Medicina Legale iraniano, 1762 packer sono morti a causa di confezioni di narcotici bucatisi nel loro corpo. Le principali vittime sono donne e bambini.

 

boarding pass - warsaw film festival - geomovies

 

Con una frontiera di oltre 900 chilometri condivisa con l’Afghanistan, indisturbato primatista nella produzione mondiale di oppio (circa due terzi sul totale di mercato),  l’Iran è il primo anello di una lucrativa e mortifera catena di morte che dall’ “Oppistan” si snoda lungo la Balkan Route, un corridoio che attraversa il PakistanTurchia, Grecia, Serbia, Ungheria fino ad arrivare nell’Europa occidentale per un giro d’affari di 20 miliardi di dollari.

 

Un terzo della eroina prodotta in Afghanistan segue questa traiettoria. La parte restante dell’Europa è coperta dalla Northern Route che passa per il Tajikistan e il Kyrgyzstan o, alternativamente, per l’Uzbekistan e il Turkmenistan fino al mercato russo.  Malgrado negli ultimi anni la Southern Route, che dal Pakistan via Iran arriva ai paesi del Golfo e in Africa (soprattutto quella orientale), abbia acquisito maggiore importanza, la cosiddetta Balkan route resta ancora la principale rotta per il traffico mondiale di oppiacei.

 

 

Per decenni l’Iran ha combattuto una battaglia solitaria contro le droghe, sviluppando una delle più forti capacità di contrasto al narcotraffico; una crociata religiosa per la purezza della teocrazia islamica più influente al mondo.

Una performance di tutto rilievo con il 74% di oppio e il 25% di eroina sequestrati dalla task force antidroga iraniana. Otto e tre volte in più, rispettivamente, di tutti gli altri paesi messi insieme (dati United Nation Office on Drugs and CrimeWorld Drug Report 2015).

 

Centinaia spacciatori, trafficker e packer condannati a morte. Tanti da far balzare la Repubblica Islamica al secondo posto (dopo la Cina) nella classifica mondiale dei paesi con il più alto tasso di esecuzioni capitali. Il 65% delle condanne a morte è per crimini legati al traffico (e spesso consumo) di droga. Ciononostante, e malgrado la mole di denaro investita per il controllo delle frontiere, (oltre 30.000 uomini e circa 700 milioni di dollari), l’Iran non ha vinto la sua battaglia, confermandosi la principale destinazione delle droghe afgane.

 

Non si tratta solo di transito, ma di consumo interno. Cifre allarmanti, sottaciute dalle autorità politiche. Sarebbero tre milioni, secondo fonti ufficiali, gli eroinomani e gli oppiomani; di questi oltre un milione è schiavo dei cristalli di eroina, il famigerato Shisheh (vetro). Parliamo di uno dei tassi di tossicodipendenza più alti al mondo.

 

Nel 2015 l’UNODC ha approvato un programma di aiuti da 20 milioni di dollari per cinque anni; una compensazione alla decisione di molti governi europei di sospendere il sostegno finanziario all’Iran nelle sue azioni di contrasto al narcotraffico di fronte all’escalation di condanne a morte legate al traffico di stupefacenti.

 

Accasciata sul sedile posteriore di un autobus che fende la notte, Neda se ne va. Lentamente, inesorabilmente, dopo aver dato un ultimo furtivo sguardo al piccolo Bardiya.

 

Un corpo packed nella ostile notte di Teheran.

 

 

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