Ai morti bisogna dare degna sepoltura. Se poi sono vittime di guerra è un imperativo morale collettivo.

 

Premio internazionale Menzione Speciale all’ultimo festival del cinema di Varsavia, The Miner della regista slovena Hanna Slak è un film “tipicamente balcanico”, in cui la trama centrale è un passato che “non passa”, anche quando ha seppellito i suoi morti.

Peggio se non lo ha fatto, se i morti di una terra dannata al dolore sono ancora lì, in attesa di rimuovere la loro ingombrante presenza.

 

I wait for you aveva scritto Mirsada su un pezzo di carta. Ma Alija Basic non è mai tornato a Srebrenica. È rimasto in Slovenia, dove è arrivato da ragazzo, si è costruito una vita, un lavoro da minatore, una moglie, due figli. Mentre la Jugoslavia si disgregava. Nel frattempo, l’11 luglio 1995, in una “United Nations safe area”, a pochi chilometri da Srebrenica, si è consumato il Genocidio, nel cuore dell’Europa, dove la Storia ha dimostrato di non essere affatto finita performando il più grande massacro dai tempi della Seconda guerra mondiale.

 

Il film si ispira a un fatto di cronaca e al racconto autobiografico del  protagonista, Mehmedalija Alić, un minatore di origini bosniache, simbolo di tutti i disastri umani commessi nella ex Jugoslavia. L’11 luglio di ogni anno, nel giorno del memoriale dell’eccidio in cui hanno perso la vita 8000 musulmani, si consuma il lugubre rito di seppellire le nuove vittime identificate dalle fosse comuni nella località di Potocari a sei chilometri da Srebrenica. Per l’anniversario del 2017 sono state identificati i resti di 70 corpi. Migliaia di famiglie stanno ancora aspettando di ritrovare i resti dei loro cari.

 

Un giorno particolare per il popolo bosniaco, ancor più per Alija tormentato da quel “pezzo di Srebrenica” che porta dentro di se.

Ironica la sorte con lui. Proprio in questo giorno ad Alija viene assegnato un incarico molto particolare, da svolgere in tutta fretta e segretezza. Deve ispezionare una cava chiusa e murata dalla fine del conflitto mondiale e farne rapporto al suo boss. Un compito importante per uno dei minatori più esperti e stimati; una metafora potente che porterà Alija a scavare nel suo passato e in quello del Paese, fino a portare alla luce il più grande e triste trauma collettivo sloveno.

 

Per la gente del posto è la “miniera malvagia”

 

“Ne hai mai sentito parlare? […] Nessuno del posto lo farebbe,  per questo hanno mandato te. Dopo la Seconda guerra mondiale c’è stata una pulizia [..] e alcuni cattivi ragazzi sono finiti lì, nella miniera.”

 

Non alcuni, tanti. Decine di teschi, resti umani, impronte di mani, capelli. Dietro una parete, giù nella cava Alijc scova tracce di vita che fu.

 

“Ci sono resti di civili, donne, perfino bambini” (Alijc)

“Non sono civili, sono traditori, nazisti, prigionieri di guerra…Fatti gli affari tuoi, è meglio. Voglio che controlli cosa c’è e scrivi un rapporto.” (Direttore della miniera)

 

“Come verranno tirati fuori?” (Alijc)

“Resteranno dove sono, la miniera sarà un memoriale militare” (Direttore della miniera)

 

“Ho visto trecce di capelli di donne [..] sono stati murati vivi, stavano cercando di uscire da li. Devo scrivere che la miniera è vuota?” (Alijc)

“Il nostro lavoro è finito. Si c’è la crisi Scrivi il report [..] Chi ti credi di essere? Sherlock Holmes? il tuo lavoro è di scrivere un report. Chiaro?” (Direttore della miniera)

 

 

No, non è chiaro e non può esserlo per Alija. Si inabissa nelle profondità della cava malvagia,  scava per saldare il suo conto con il passato, scava per dimostrare che quelli sono resti di civili e meritano una degna sepoltura. Quella sepoltura che non è riuscito a dare a sua sorella Mirsada, sparita nell’eccidio di Srebrenica.

 

“Era speciale – racconta Alija alla figlia –  la migliore della sua classe. Voleva andare all’università [..] è rimasta nel villaggio mentre io sono stato mandato qui in Slovenia a lavorare. Mirsada è diventa una insegnante, non ha voluto lasciare la scuola mentre tutte le altre andavano via quando è iniziata la guerra […] non ha voluto lasciare i suoi alunni fino alla fine, fino a quel giorno quando sono arrivati a prendere ragazzi di 12, 13 anni […] mi hanno raccontato che ha bloccato il cancello della scuola con il suo corpo […] li hanno presi tutti, non hanno mai ritrovato nessuno né Mirsada né i bambini [..] avrei dovuto cercarla, trovarla […] non dare sepoltura a qualcuno è come una macchia oscura sulla coscienza nulla può rimuoverla.”

 

Ufficialmente i resti nella cava apparterrebbero a soldati tedeschi fatti prigionieri sul finire del conflitto, quando l’esercito si ritirò. Gente per cui non vale la pena di fare rumore e mettere in pericolo la vendita della miniera. E se cosi non fosse? Se non fossero prigionieri di guerra ma civili? Se Alija fosse di fronte a uno dei tanti orrendi episodi delle ultime fasi della guerra, quando i primi regolamenti di conti tra vincitori e vinti furono liquidati con deportazioni, uccisioni di massa, fosse comuni per prigionieri, oppositori, disertori, civili. Spesso senza distinzione alcuna.

 

In realtà come racconta un uomo del posto “Sono civili, rifugiati [..] gli inglesi li hanno mandati indietro qui dai campi in Austria […] gli avevano detto che sarebbero stati condotti al porto di Trieste […] invece furono portati alla mina per tutta la notte, nessuno ne uscì. Quanti? 10, 20 vagoni.”

 

“Perché non hai chiamato la polizia?” (Alijc) “La polizia lo sapeva. Anche oggi la gente ha paura non parla […]”

 

Nel 1944, prima della fine del conflitto, forze britanniche e statunitensi misero in atto una serie di operazioni (bollate a Yalta con il nome l’operazione Keelhaul) per il rimpatrio forzato di prigionieri di guerra e rifugiati, in special modo russi (quasi due milioni e mezzo di prigionieri furono costretti a tornare in URSS contro la loro volontà) e jugoslavi, in fuga dalla avanzata dei partigiani di Tito.

Non solo nazifascisti e collaborazionisti arresisi agli angloamericani. A finire nelle mani dell’Esercito popolare di Liberazione della Jugoslavia, la totalità degli anti comunisti dichiarati: ustascia croati, cetnici serbi e montenegrini, domobranci e civili sloveni insieme a molti civili, vittime malgrado le rassicurazioni degli alleati di eccidi di massa e lunghe detenzioni in campi di lavoro.

 

Molti di loro vennero bloccati sul confine con l’Austria e riconsegnati dagli inglesi direttamente alle truppe jugoslave; diverse decine di migliaia di persone finirono nella odierna Slovenia, dove si consumò una vera e propria mattanza : 150-200.000 il totale stimato delle esecuzioni sommarie avvenute dopo la fine del conflitto.

La tragedia di Bleiburg (comune lungo il confine tra Carinzia e Slovenia) è la più nota, ma non l’unica. La lista si allunga man mano che in Slovenia si rinvengono fosse comuni, grotte carsiche, pozzi minerari; veri e propri cimiteri come quello nella foresta di Tezno (nell’area di Maribor, a 120 chilometri da Lubiana), più grande di quello di Srebrenica: 15 mila vittime.

 

Sono più di 600 le fosse comuni rinvenute in tutta la Slovenia; 55.000, secondo storici e ricercatori, i militari disarmati uccisi e circa 30.000 i civili trucidati.

 

Pensavano di trovare la salvezza consegnandosi agli alleati e invece i prigionieri slavi trovarono la morte grazie al tradimento degli inglesi che li consegnarono all’esercito di Tito. Un “omaggio” alla scelta antisovietica del Maresciallo.

 

“Questi eccidi sono avvenuti in Slovenia perché la guerra stava finendo e la cortina di ferro stava calando qui in questi luoghi” (Joze Dezman, storico sloveno e presidente della Commissione di Stato per le indagini sulle fosse comuni).

 

Fino alla dissoluzione della ex Jugoslavia le autorità comuniste si sono sempre rifiutate di riconoscere questi crimini, per quasi cinquant’anni l’opinione pubblica è stata tenuta all’oscuro.

 

Nel 2014 Mehmedalija Alić ha ricevuto la medaglia d’onore dalle mani del presidente sloveno Bortut Pahor per il suo contributo al recupero (nel 2009) di 300 vittime (potrebbero essercene oltre 2000) nella cava di Santa  Barbara, la miniera abbandonata chiamata Huda Jama vicino alla città di Laško.

 

Nella fiction cinematografica Alija viene licenziato e arrestato dalla polizia per aver proseguito indagini non autorizzate.

 

La verità non verrà mai fuori “perché questa non è la Bosnia, lì continuano a cercare finchè non li trovano tutti”.

 

Quando esce dal carcere ad attendere Alija c’è la figlia “[…] somigli tanto a tua zia [..]”

Mirsada come i civili nella mina non avrà mai degna sepoltura; Alija ha perso la sua battaglia e il passato, si sa, non passa mai del tutto nei Balcani.

 

 

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