TRIUMPH di Kreshnil Jonuzi presentato all’ultimo Festival del Cinema di Varsavia segue l’avventura della Nazionale albanese nella sua prima competizione calcistica internazionale: la qualificazione a Euro Cup 2016.

 

Che il calcio metta in campo i più retrivi e bestiali istinti dell’uomo, soprattutto laddove occupa la prima scena delle arti sportive, è cosa nota. Altrettanto lo è che il calcio, e lo sport in generale, possano “fare diplomazia”, rappresentare un’occasione di costruzione e ricucitura di relazioni fra Stati (una per tutte la famosa diplomazia del ping-pong tra Stati Uniti e Cina). Olimpiadi e Mondiali hanno oramai assunto una indiscutibile connotazione geopolitica, offrendo a capi di Stato, negoziatori e sherpa un backstage preziosissimo.

 

Per Serbia e Albania ha prevalso purtroppo la prima caratteristica, la peggiore.

 

La sera del 14 ottobre 2014 sul campo dello stadio Partizan di Belgrado c’è qualcosa di più della qualificazione a Euro Cup 2016. C’è il Kosovo, a cavallo tra Serbia e Albania, con una popolazione etnicamente albanese e musulmana, conquistato dai serbi nella Prima guerra balcanica (1912), diventato Stato indipendente nel 1998.

 

Per Belgrado la questione kosovara è ancora una partita aperta. Nessun governo finora ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo ed è difficile immaginare che qualcuno sia disposto a farlo in un futuro prossimo, malgrado esso sia un presupposto per l’ingresso della Serbia nell’UE.

 

Il 14 ottobre 2014 per la prima volta Serbia e Albania si affrontano su un campo di calcio dopo essersi scontrati molte volte sui campi di battaglia. Lo stadio tracima di tifosi. Tifosi serbi, perché, per ragioni di sicurezza, agli albanesi non è stato consentito di assistere all’evento. Ma c’è sempre il cielo. Al 41° minuto di gioco sullo stadio Partizan si inabissa un drone da cui penzola il vessillo della Grande Albania.

 

 

Fondo nero, macchia rossa al centro, l’aquila a due teste (simbolo dell’Albania) e due volti: Ismail Kemali e Isa Boletini, i campioni dell’indipendenza albanese. Nel mezzo la scritta autochthonous. 

Un’onta insostenibile per i serbi che fino a quel momento si erano “scaldati” intonando inni del tipo “Kosovo is Serbia“o “Kill the Albanians until they don’t exist“.

 

Il clima è incandescente, la politica “ha invaso il campo”, l’aggressività della folla è incontenibile. La miccia l’accende il difensore serbo Stefan Mitrovic afferrando la bandiera. Contro di lui si avventano alcuni calciatori albanesi e contro di loro uno stormo di tifosi serbi che invade il campo. In un attimo è “guerra”. Un vero e proprio atto politico organizzato per mandare all’aria il match.

 

I calciatori albanesi sono costretti a ritirarsi negli spogliatoi da cui non vorranno più uscire. Almeno non in pantaloncini. La partita poco dopo viene sospesa. Lo stadio di Belgrado ha mostrato al mondo intero quanto siano tese le relazioni fra i due vicini. All’aeroporto di Tirana i calciatori albanesi sono accolti come eroi. Molti di loro sono di origine kosovara.

 

La Nazionale albanese era arrivata a Belgrado con grandi aspettative, per lo più legittime.

 

“La Serbia è importante per la nostra qualificazione ma è anche importante per un’altra ragione, per dimostrare che noi siamo diversi [..] non mi interessano i risvolti legati alla guerra dei Balcani, la Serbia, il Kosovo. Mi interessa raggiungere l’obiettivo.” (Gianni de Biasi, Allenatore della Nazionale albanese)

 

“È una squadra che ha fatto innamorare milioni di albanesi, con una vittoria dietro l’altra, fino a questa qualificazione storica [..] non ci hanno preso sul serio e questo ci aiutato” (Gianni de Biasi)

 

La qualificazione è davvero storica. Per la prima volta nella sua storia l’Albania partecipa a un torneo internazionale. Non è solo calcio, non sono solo gli europei. È orgoglio nazionale.

 

“ […] i tedeschi sono famosi per la BMW, gli italiani per la pizza. Noi albanesi per cosa siamo famosi?” si chiede un calciatore della Nazionale.

 

L’atavica contrapposizione tra le due etnie si riattizza attorno a un pallone. Al centro  c’è la Grande Albania, l’ideale di uno Stato etnicamente puro che abbracci nei suoi confini tutta la popolazione albanofona presente della complessa realtà balcanica: il Kosovo (dove la presenza degli albanesi rappresenta circa il 90% della popolazione), la Metochia (regione a ovest del Kosovo), la Macedonia occidentale, il nord della Grecia, il sud del Montenegro.

 

TRIUMPH -WARSAW FILM FESTIVAL - GEOMOVIES

 

Guerre, deportazioni e genocidi hanno caratterizzato per un secolo e mezzo le tormentate relazioni fra le comunità serbo-albanesi, a partire dalla Pace di Santo Stefano del 1878 che infligge il primo colpo all’Impero Ottomano e porta le potenze europee a vedere gli albanesi un utile bastione contro l’espansione panslavista russa nel sud-est europeo.

 

Non è cambiato molto da allora. La nascita dello Stato indipendente del Kosovo nel 2008, benedetta dagli Stati Uniti e riconosciuta dalla maggioranza degli Stati europei risponde alla stessa logica di contenimento dell’abbraccio russo ai cugini slavi.

 

In mezzo, la nascita dell’Albania nel 1912 (una delle conseguenze della Prima guerra balcanica) con le discriminazioni, spesso violente, ai danni dei non albanesi; lo sciovinismo albanese fomentato dalla occupazione fascista durante la quale per la prima e unica volta la Grande Albania diventa una realtà; la dittatura comunista di Enver Hoxa, rimasto al potere 45 anni segnati da una politica di assimilazione e repressione delle popolazioni slave.

 

Con Tito il fattore albanese diventa uno strumento importante della sua strategia politica di limitazione della supremazia serba. Ma è solo verso la fine del titoismo che la propaganda a favore della Grande Albania ottiene i maggiori successi con la nuova Costituzione federale del 1974 che riconosce al Kosovo la condizione di Stato semi-indipendente. La morte di Tito nel 1980 riaccende la tensione fra le due comunità, i serbi si sentono discriminati, temono di finire sotto il governo di Tirana. È il primo cavallo di battaglia di Slobodan Milosevic.

 

“Vinceremo la battaglia per il Kosovo” (Slobodan Milosevic,1989)

 

Rimossa l’autonomia concessa da Tito, Milosevic inizia la pulizia etnica degli albanesi in Jugoslavia. Il  21 marzo 1999 Bill Clinton annuncia l’intervento militare NATO in Kosovo.

 

“Gli Stati Uniti e l’Albania sosterranno l’indipendenza del Kosovo” (G.W. Bush, 10 giugno 2007, Tirana).

 

Il 17 febbraio 2008 nasce lo Stato del Kosovo. Centinaia di migliaia di kosovari albanesi tornano in Kosovo, ma oltre 200.000 serbi e non albanesi sono di fatto costretti a lasciare le loro terre.

 

“La Nazionale albanese è composta da figli di immigrati – racconta De Blase – figli di padri fuggiti dal Kosovo, i primi a mostrare all’Europa e al mondo intero che gli albanesi hanno dignità e sono persone realizzate. Qui l’Albania ha l’opportunità di presentarsi al mondo.”

 

“[…] tanti ragazzi sono nati all’estero o sono emigrati molto piccoli. Dovevano scegliere per quale nazionale giocare [..] molti hanno scelto l’Albania perché si sentivano albanesi [..]” (Paolo Tramezzani, – vice allenatore)

 

“La mia famiglia come molte altre albanesi è fuggita dal Kosovo durante la guerra jugoslava, nei primi anni Novanta, ha chiesto asilo in Svizzera [..] Il calcio era la sola opportunità per gli albanesi durante quel periodo di essere ascoltati” (Lorik Cana, capitano della Nazionale albanese)

 

 

Il primo ministro albanese Edi Rama ha sottolineato in più occasioni che l’unione con il Kosovo potrebbe essere una alternativa all’ingresso dell’Albania nella Unione europea. Tradotto, suona più o meno cosi: se agli albanesi verrà tolto il sogno di entrare in Europa, siamo pronti a rispolverarne un altro, quello della Grande Albania. Nei Balcani si sa la bandiera del nazionalismo non è mai a mezz’asta. E la memoria è assai corta.

 

La Grande Albania non è più né una idea né un ideale. È una grave minaccia pronta a partire da Pristina, a scoppiare a Skopje (dove già esiste un movimento separatista), e a riverberasi violentemente in Serbia.

 

 

Il 10 luglio 2015 la Corte di Arbitrato per lo Sport ha annullato la decisione della Commissione disciplinare UEFA e ha assegnato all’Albania la vittoria a tavolino del match sospeso la sera del 14 ottobre 2014. La Serbia, si legge nella motivazione, sarebbe responsabile per l’interruzione dell’incontro non avendo adottato tutte le misure di sicurezza necessarie ad evitare l’accaduto.

 

Le Aquile dicono addio agli Europei agli ottavi di finale, dopo aver battuto al primo turno  Portogallo (vincitore di Euro Cup 2016), Armenia e Romania. Nel 2016 il Kosovo è diventato membro della FIFA.