LES BIENHEUREUX è un film sui conflitti. Ce ne sono tre a fare da trama al promettente esordio di Sofia Djama in anteprima mondiale all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

 

Il primo è generazionale, comune ad ogni tempo e ogni luogo; il secondo è coniugale, inevitabile in una coppia di mezza età; il terzo, sotterraneo ed esplosivo, è il conflitto sociale che alberga nelle viscere di una Algeria, insidiosa e misteriosa, sulla eredità della cui storia, drammatica e traumatica, si consuma il dissidio tra i protagonisti.

 

Tutti e tre i conflitti, ottimamente costruiti e sceneggiati, sono inestricabilmente connessi fra loro.

 

Amal e Samir, una coppia borghese di ex militanti, professoressa universitaria lei, ginecologo lui; Fahim il loro unico figlio diciottenne, Feriel e Reda, i suoi amici.

 

Tutto si svolge in una sera del 2008 in cui Amal e Samir festeggiano il loro ventesimo anniversario di matrimonio. Vent’anni sono passati anche dalla fine del Decennio Nero, la devastante guerra civile che ha spappolato l’Algeria per impedirne la deriva islamica dopo l’affermazione del Fronte islamico di Salvezza (FIS) alle prime elezioni libere dall’indipendenza del Paese. Un colpo di Stato militare, 200 mila morti, 15 mila “dispersi”. Una ferita ancora aperta, purulenta. Per la generazione di Amal e Samir più che un trauma, una sconfitta, se la si guarda in faccia, come fa impietosamente Amal.

 

Il contrasto tra Amal e Samir è netto, destinato a consumarsi in tutta la sua ineluttabilità la sera del loro anniversario, a casa di Amin, un intellettuale progressista da poco alla direzione di un giornale. Samir è solo di fronte alla borghesia francese di Algeri, ad Amin e alle sue amiche “parigine”, andate via quando è scoppiata la guerra e mai più tornate in Algeria.

 

 

È solo Samir con il suo patriottismo orgoglioso di ex militante e il suo progetto di aprire una clinica dove le donne possano abortire. Clandestinamente, perché in Algeria è vietato.

 

“Questa è la tua piccola protesta Samir?”  (Amal)

 

“Stai riscrivendo la storia Samir [..] siamo rimasti perché tu volevi rimanere [..] abbiamo vissuto come topi ma siamo sopravvissuti [..] è già un miracolo che siamo vivi.” (Amal)

 

“Non potevamo partire tutti, abbiamo lottato, non conta niente per te? [..] siamo stati felici [..]” (Samir)

 

“Non siamo mai stati felici, avevamo paura, eravamo troppo disperati per ammetterlo [..]tutti quegli anni senza lavoro a causa dei terroristi, i nostri amici massacrati come pecore uno per uno, non potevamo nemmeno andare al loro funerale, temevamo di essere uccisi al cimitero […] oggi è addirittura peggio con questo bigottismo religioso che il governo sta instillando dentro di noi, questo Paese è troppo danneggiato.” (Amel)

 

“Amel cosa vuoi che ti dica che questo paese è totalmente devastato? che abbiamo perso su tutti i fronti? Nessuno, né Samir né io né nessun altro in questo Paese marcio lo ammetterà mai.” (Amin)

 

“È peggio, abbiamo tradito” (Amel)

 

L’amara disfatta di una intera generazione che si è battuta contro l’islamizzazione della società, che ha visto l’Algeria trasformarsi in una democrazia autoritaria in nome del pericolo jihadista, spolpata dal pouvoir, un impenetrabile intreccio di connivenze fra il mondo politico-militare e l’élite economico-industriale, un sistema invisibile, complesso ma funzionale a mantenere il regime al potere, sotto la guida sempre meno salda di Abdelaziz Bouteflika (l’anziano e malconcio presidente in carica da 18 anni) e del suo partito, il Fronte di Liberazione nazionale.

 

La distanza tra Amel e Samir è incolmabile e profonda si ripercuote sul figlio Fahim e sul suo futuro. Che per Amel può essere solo lontano, in Europa, a Parigi, “perché in Algeria, oramai, se non vai via finisci in moschea.”  Per Samel, invece, il futuro suo e di suo figlio è l’Algeria.

 

Sofia Djama scompiglia con originalità gli schemi classici del conflitto generazionale con i genitori che bramano (anche se da prospettive diverse) democrazia e modernità, mentre i giovani come Fahim cercano le loro certezze nella religione.

 

LES BIENHEUREX è un atto di denuncia, un manifesto politico che va dritto al punto senza ipocrisie e faziosità: la spaccatura sociale della società algerina, il suo torpore, la sua ignavia di fronte alla crescente islamizzazione del Paese. Il j’accuse contro la religione e alla sua influenza sulle coscienze di migliaia di giovani non potrebbe essere più esplicito.

 

“Questa gente è una vostra creazione.” Parole sprezzanti quelle che Fahim rivolge alla madre stizzita dall’intrusione di un uomo in tunica che cerca di sedare i loro animi. “Dovete seguire la parola di Dio, non lasciate che il diavolo si metta fra di voi.”

 

Il mondo di Fahim è abitato da Feriel e Reda.

 

È lui, Reda, il personaggio più denso di simboli e significati, un giovane fanatico, un ragazzo che compone taqwacore (il punk islamico che utilizza versi sacri) che vive “la fede attraverso la furia”, che vende e fuma hashish, e vuole tatuarsi una sura sul corpo “Tutto il mio corpo appartiene a lui, a Allah”. 

Naturalmente è anti-occidentale: “Tu sei totalmente lobotomizzata dalla società progressista capitalista americana. Vuoi divertirti? Vai a Berlino, a Los Angeles, a New York se vuoi divertirti!”

 

“Dovunque ci si diverte più che in Algeria” , gli fa eco Feriel, giovane donna laica impegnata ad affermare il suo femminismo contro il maschilismo padre e il fratello che non ne accettano l’indipendenza. In Algeria, come in altre società arabe, sopravvive l’arcaico istituto del “guardianship”, che impone alle donne di avere un tutore.

 

 

Oltre il 90% dell’Islam in Algeria è salafita. Per ciò stesso rigorista e conservatore. Il Fronte islamico di Salvezza è scomparso dalla scena politica ma l’islamizzazione della società avviata dalla sua guerriglia, al contrario, è forte e rigogliosa. Non potendo estirpare il “male” il regime cerca di inglobarlo, di ammansirlo concedendo ai religiosi mano libera nel dettare le regole della vita sociale e culturale del Paese.

 

La re-islamizzazione dell’Algeria è un fatto tangibile, visibile, non una discussione da salotto. Circa il 70% delle donne indossa il velo, negli ultimi cinque anni il numero delle mosche è salito a 17 mila, senza contare la costruzione alle porte di Algeri (al costo di un miliardo di dollari) di una nuova moschea per 120 mila fedeli. La più grande d’Africa e la terza nel mondo musulmano dopo quelle di Mecca e Medina. Una concessione agli islamisti in nome della riconciliazione nazionale, una contropartita, secondo molti, per tenerli nel recinto, lontani dalla vita politica ufficiale. Non in ultimo, il tentativo di comprare il consenso della maggior parte della popolazione in un momento in cui la narrazione del nazionalismo laico, combattente e progressista è in crisi e la presa della religione sugli animi umani è forte. Soprattutto tra i giovani, le prime vittime della paralisi politico ed economica del Paese.

 

La metà della popolazione (venti milioni) ha meno di 30 anni. La stragrande maggioranza di loro è disoccupata, emarginata, senza prospettive. Terreno di coltura ideale per l’islamismo più reazionario.

Per diverse ragioni, dal discredito ereditato dalla guerra civile e dalla efferatezza della sua strategia, alla frammentazione interna è molto difficile che l’Islam politico riesca a capitalizzare e mobilitare politicamente l’enorme malcontento sociale (come ha fatto FIS negli anni 90).

 

La maggior parte delle espressioni organizzate dell’Islam algerino ha preso le distanze dalla eredità del FIS, innanzitutto il Movement of Society for Peace (MSP), la principale forza politica islamica che negli anni Novanta rifiutò di rispondere alla chiamata al jihad optando per un lento approdo al governo sul modello della Fratellanza.

 

Tutto si svolge in una sera del 2008. Samir, Amal, Fahim, Feriel, Reda vivono “la loro Algeria”  in un crescendo di conflitti interiori e conflittualità reciproca, ingabbiati nelle loro solitudini incomunicabili mentre tutto intorno è Algeria, con la sua esistenza precaria i suoi fragili equilibri abbandonata alla rassegnazione e ai richiami religiosi.

 

 

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