Geopolitica, politica estera, affari internazionali, notizie dal mondo, storia e attualità attraverso le fantasmagoriche lenti del Cinema. Nel 2017 GEOMOVIES vi ha portato da una parte all’altra del mondo, proponendovi film e documentari che parlano di storie e di luoghi, di persone, di popoli, di identità, all’interno delle nuove e complesse dinamiche internazionali, di fluidi equilibri geopolitici e realtà globali in continuo divenire.

 

GEOMOVIES ha fatto parlare il Cinema con la forza delle sue immagini e la potenza delle sue visioni. E ancora di più lo farà nel 2018 presentandovi film e documentari che vanno al cuore delle grandi questioni globali del nostro tempo e incidono sul modo in cui vediamo il mondo; festival che fanno la differenza distinguendosi con una programmazione coraggiosa e di qualità e alla scoperta dei nuovi talenti della cinematografia mondiale.

 

THE BEST OF 2017…

 

Al Medio Oriente il triste primato di aver occupato la scena, Siria in testa raccontata prima  e durante la Primavera del 2011, dopo la Rivoluzione con le atroci violenze inflitte da un regime al suo popolo, l’ingerenza straniera, la presenza del Califfato, l’estensione perniciosa del conflitto al vicino Iraq, la frantumazione di intere aree, lo smantellamento di confini, l’emergere di nuove linee di frattura.

Tantissimi i titoli, Last Men of Aleppo, White HelmetsCries from Syria, City of Ghosts, Lost in Lebanon, Radio Kobane, Suspended Lives, The War Show, tutti film legati dal fil rouge del racconto dal vivo, di riprese e filmati realizzati da attivisti sul campo, mentre per alcuni prevale l’aspetto psicologico individuale.

 

Non solo Medio Oriente. GEOMOVIES la guerra ha scelto di guardarla attraverso lo spioncino dell’animo umano con due documentari: HOUSES WITHOUT DOORS di Avo Kaprealian, vincitore del premio Internazionale.doc al Torino Film Festival 2017 e SEE YOU IN CHECHNYA di Alexander Kvatashidze.

 

Siria e Cecenia, due guerre lontane fra loro nel tempo e nello spazio. Due guerre entrambe vissute da dentro, dall’interno di un appartamento alla periferia di Aleppo o all’interno di se stessi, cercando nel proprio animo  le ragioni che spingono ad avvicinarsi alla guerra.

 

Dal balcone di casa sua, nel quartiere di Midan dove vive con la sua famiglia di origini armene, Avo Kaprealian riprende la distruzione di Aleppo est collegandola sapientemente ad un’altro eccidio, quello degli armeni avvenuto un secolo prima.

Immagini e lacerti di repertorio che intessono scene di vita quotidiana pubblica e privata a storie di marce e di fuga si sovrappongono al tragico presente dando allo spettatore l’impressione di assistere ad un’unica vita ad un’unica grande tragedia umana.

La storia che si ripete nella vita della sua famiglia. Un secolo dopo un’altra partenza, un’altra nuova vita, a Beirut. Il passato e il presente di un popolo racchiuso lì in quella valigia sul letto che Lena, la madre di Avo, sta per chiudere.

 

Le memorie umane, umanissime nella loro schiettezza e assenza di pudore di Alexander Kvatashidze in SEE YOU IN CHECHNYA, un viaggio intimista nella guerra; un mosaico di personaggi, sette reporter, che la guerra in Cecenia l’hanno scelta, apparentemente per investigarla per raccontarla, o forse per inconfessabile narcisismo. Alexander attraversa la vita di queste persone straordinariamente coraggiose e al tempo stesso incredibilmente fragili, cercando invano di capire cosa li ha spinti a guardare la guerra cosi da vicino, perché se non si devi?

 

Uno dei migliori film che vi abbiamo proposto sul finire di questo 2017 è LES BIENHEUREUX, promettente debutto di Sofia Djama alla Rassegna Orizzonti della 74esima Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia. Les Bienheureux ha il merito innanzitutto di incuriosirci. Grazie anche ad una buona sceneggiatura, Sofia Djama compie una operazione indispensabile per un film che voglia rappresentare sinceramente l’Algeria, collocando il passato e il presente del suo Paese all’interno di dinamiche familiari e generazionali. Conflitti di cui diventiamo partecipi oltre che spettatori,  e dietro i quali si snoda la storia drammatica e traumatica dell’Algeria con la sua mitologia del passato, la fiacchezza del presente, le pesanti incognite del futuro.

 

Un gran lavoro senza dubbio è THE CONGO TRIBUNAL di Milo Rau, approfondito spaccato dei complessi e stratificati conflitti armati africani. Il The Guardian lo ha definito il più ambizioso progetto teatrale mai messo in scena. Nel silenzio assordante della comunità internazionale Milo Rau fa un esperimento utile e coraggioso inscenando, con attori veri e testimonianze dirette, un processo contro i responsabili del più lungo e sanguinoso conflitto d’Africa: il Congo. Vent’anni di guerre e cinque milioni di morti. Sul banco degli imputati il governo di Kinshasa, le Nazioni Unite, l’Unione europea, la Banca mondiale, e soprattutto le multinazionali affamate di conflict minerals.

 

Spionaggio internazionale, un evergreen al cinema. Tema intrigante, di attualità scottante, sempre capace di inquietare i sonni dei grandi del mondo.

Ieri era “la spia venuta da lontano”, oggi lo spionaggio è cyber, attacchi e intrusioni informatiche in tutte le arterie vitali di un Paese.

 

Il passato al tempo della Guerra fredda e delle sue iconografie. Tra i The Best del 2017 sul tema complottismo e affini, HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM di Ziga Virc, un mockumentary, ovvero un falso documentario, sulla Jugoslavia di Tito e il fantomatico accordo multimilionario che il Maresciallo avrebbe strappato agli Stati Uniti di Kennedy in cambio di un programma spaziale segreto in grado di preoccupare seriamente i sovietici.

Arguto, ironico, esilarante Houston, We have a problem è ottimamente costruito sulla dicotomia vero/falso nel mondo della informazione. Un falso può dirci molto sulla realtà in cui viviamo ci ricorda un cammeo di Slavoj Žižek.

Ora come allora, cosa è vero e cosa è manipolato nell’era delle fake news e della post verità, del declino della fiducia nei media? E ancora la verità ha mai contato qualcosa nel tritacarne della narrazione storica?

 

E per il 2018 aspettiamo…

 

Senza musica né voci fuori campo, MACHINES di Rahul Jain ci porta nel cuore pulsante e inumano della industria tessile globale. Sono le macchine con i loro diversi e assordanti rumori  a scandire tempi e movimenti degli operai di fabbrica tessile nel Gujarat indiano. Tre dollari al giorno per dodici ore. Giovani uomini mescolano tinozze colme di sostanze tossiche coloranti. Machines è una storia di disuguaglianze, di sfruttamento, di oppressione che getta un’ombra sulla narrazione degli effetti benefici del commercio globale sulle popolazioni più povere.

 

La Rete è stracolma di dati e informazioni. Chi li seleziona? Chi “pulisce” il web?  THE CLEANERS, ovvero un migliaio di persone dalla Silicon Valley che ogni giorno elimina da Internet contenuti e immagini inappropriate. Una censura subdola, occulta, non troppo diversa da quella di intere popolazioni il cui accesso alla Rete è controllato, deviato, oscurato da regimi liberticidi. Democrazia digitale e social media:  il difficile equilibrio fra libertà di informazione e i rischi di una sua radicalizzazione nel debutto di Hans Block e Moritz Riesewieck.

 

Vincitore Premio speciale della Giuria all’ultima edizione del Festival internazionale del Documentario di Amsterdam- IDFA THE DEMINER di Hogir Hirori e Shinwar Kamal è la storia di Fakhir Berwari, un colonnello che ha passato quasi 14 anni a disinnescare mine nel Kurdistan iracheno armato solo di un coltello e una pinza. Il clou di The Deminer sono gli anni a Mosul, tra il 2014 e il 2016 quando nella città irachena ai confini con il Kurdistan sono arrivate le milizie dell’IS dopo la ritirata americana, ed emergono le frizioni tra i combattenti curdi e i soldati dell’esercito iracheno. Immagini di poetica umanità si alternano a momenti ad alta tensione come quando Fakhir salta in aria mentre cerca di disinnescare una mina. La seconda volta perde una gamba. Messo a riposo dall’esercito si unisce ai peshmerga curdi. “Se sbaglio, muoio solo io; ma se ci riesco, salvo molte vite.

 

 

George W. Bush e la fabbrica delle fake news in SHOCK AND AWE, la vera storia vera dell’intervento americano in Iraq. In anteprima mondiale all’ultimo international film festival di Zurigo uno dei capitoli più discussi e densi di conseguenze della recente storia americana raccontati da Rob Reiner attraverso i quattro coraggiosi reporter – Jonathan Landay, Warren Strobel, John Walcott and Joe Galloway – che hanno osato sfidare la verità ufficiale portando alla luce la strategia manipolatrice del 43° presidente degli Stati Uniti d’America.

Non sarà facile trovare un distributore negli Stati Uniti, perché probabilmente, come dice Rob Reiner, il pubblico americano potrebbe non essere ancora pronto a “digerire” questa vicenda. GeoMovies è impaziente di farlo.

 

Interessantissimo I AM NOT A WITCH sulle moderne persecuzioni delle “streghe” in Zambia e Ghana della regista Rungano Nyoni, al suo primo debutto di successo all’ultimo Festival di Cannes. La storia di una bambina di nove anni, Shula, accusata di stregoneria e confinata in campo, dove vive legata ad un albero sotto la sorveglianza del losco Mr Banda. Una maledizione orribile incombe sulla piccola: se proverà a scappare sarà trasformata in una capra! Dietro questa assurda credenza popolare d’altri tempi si nasconde una moderna e diffusa misoginia, messa in scena attraverso una dark comedy che non mistifica il senso della tragedia.