Meritatamente acclamato dai più importanti festival internazionali, TASTE OF CEMENT del regista siriano Ziad Kalthoum è interamente costruito sul binomio costruzione/distruzione, sul succedersi regolare di guerre, dal Libano degli anni 80 alla Siria dei giorni nostri secondo la perversa staffetta di un karma maligno.

 

 TASTE OF CEMENT è dedicato a tutti i lavoratori in esilio, in primis ai siriani.

 

Svettati da un montacarichi verso altezze vertiginose, nei cieli azzurri e sonnolenti che sovrastano Beirut, come formiche industriose, composte nei loro giubbotti fluorescenti.

E poi all’imbrunire giù, inabissati nelle viscere del suo sottosuolo, oscuri e invisibili per il resto della città. Silenziosi, negletti, invisibili, accompagnati dai suoni ritmati delle lame, delle pialle, delle betoniere, del ferro avvitato, svitato, battuto.

 

Sono i chirurghi della ricostruzione di Beirut, operai edili all’opera sui corpi trivellati di una città dal doloroso passato.

 

 

Rifugiati siriani costretti a lasciare il loro Paese devastato dalla guerra per andare in un altro dove la guerra è appena finita. Ma ricomincerà, sembra volerci dire che quel carro armato che appare di tanto in tanto nel film aggirandosi fra le macerie di una città distrutta. Aleppo oggi? Beirut ieri? Beirut domani? Che differenza fa, ci sarà un’altra guerra in Libano, distruggerà nuovamente case, palazzi, grattacieli, vite. E allora gli operai siriani, che ora vivono nascosti negli scheletri degli edifici che innalzano, torneranno a casa a ricostruire il loro Paese.

 

Un carosello crudele. Costruzione, distruzione, ricostruzione. Colate di cemento come lava vulcanica, paludi in cui affondano le calosce degli operai tra una guerra e l’altra. Il cemento è vita e morte.

 

Una voce fuori campo si alterna ai rumori meccanici del cantiere ripercorrendo le memorie di uno dei tanti rifugiati, uno qualsiasi senza una precisa identità. Lui come suo padre è un operaio edile. “Quando è finita la guerra civile mio padre è venuto a lavorare in Libano come muratore [..] tornavo a casa da scuola e mi accorgevo dall’odore che era tornato […], odore di cemento nelle sue mani, lo sentivamo perfino nel cibo. Andava via quando mio padre ripartiva […], il palmo della sua mano era la città di Beirut […]. Quando tornava dal Libano mi portava l’oceano, la prima volta che l’ho visto dalla cucina volevo tuffarmici [..] poi è tornato per costruire la nostra casa con le sue mani che odoravano di cemento.”

 

Molti siriani sono andati a ricostruire il Libano dopo la lunga guerra civile (1975-1990) che ha cristallizzato la frammentazione propria del Paese dei Cedri.

 

Il Libano è un complesso mosaico di fazioni religiose ed etniche, un amalgama instabile ma indispensabile tra cristiani maroniti (la minoranza), musulmani divisi al loro interno tra sunniti e sciiti, drusi concentrati al sud del Paese, migliaia di rifugiati palestinesi (circa il 10% della popolazione) concentrati nei campi profughi. Negli ultimi due anni sono arrivati circa 2 milioni di rifugiati siriani su una popolazione totale di sei milioni di abitanti.

Il delicatissimo accordo di spartizione del potere che affida ai cristiano maroniti la presidenza della repubblica, ai sunniti il premierato e agli sciiti la presidenza del Parlamento, si regge su una fotografia etnico-demografica scattata dai francesi nel 1932 e mai più ripetuta per non alterare gli equilibri confessionali.

 

 

 

Un equilibrio fragile, costantemente intaccato nelle sue linee di faglia confessionali da attori regionali che si contendono il controllo del Paese. Trent’anni è durata la presenza della Siria degli Assad, diciotto (1982-2000) quella delle truppe israeliane. Il Libano è un vaso di Pandora che rischia di essere nuovamente scoperchiato dalla profonda spaccatura che si sta consumando all’interno del mondo islamico tra sciiti e sunniti, alias lo scontro geopolitico fra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita per il predominio nel Medio Oriente.

 

In mezzo c’è Israele che si dichiara pronto a combattere ancora una volta Hezbollah, la milizia-partito sciita di Hassan Nasrallah.

 

Sarebbe la terza guerra israelo-libanese dopo quella del 1982 e del 2006. La prima, iniziata con una invasione di Israele deciso a sradicare una volta per tutte dal suolo libanese la presenza dell’OLP stabilitasi in Libano dopo la cacciata dalla Giordania nel famoso Settembre nero del 1970. L’operazione è un successo militare per gli israeliani che occupano il sud del Paese (dal 1984 al 2000) con la South Lebanon Army, la milizia cristiana maronita finanziata e addestrata dagli israeliani.

 

È il clima dell’occupazione e della resistenza anti-israeliana l’humus in cui nasce e prospera Hezbollah, la milizia islamica filo-iraniana, rafforzatasi dopo la seconda guerra con Israele nel 2006, che per tre mesi espone il Libano ad una pesantissima offensiva israeliana (con oltre 1000 raid aerei) contro le sue postazioni nel sud del Paese e a ingenti danni alle infrastrutture nazionali. Da allora, e negli anni, Hezbollah, il “Partito di Dio”, a tutti gli effetti una “filiale operativa” di Teheran, ha conosciuto un un incremento costante delle proprie capacità militari e politiche.

 

Secondo le stime vanterebbe oltre 20 mila combattenti addestrati e 100 mila missili, in grado per qualità e quantità di raggiungere punti nevralgici della macchina da guerra israeliana, a cominciare dalle basi aeree. Gli uomini di Nasrallah hanno dimostrato di essere superiori a qualsiasi forza armata araba, mentre sul piano propriamente politico Hezbollah tiene in pugno il Libano con una forte presenza in Parlamento.

 

Il rischio che uno sconto tra Israele e Hezbollah si trasformi in un’altra guerra tra Israele e il Libano o addirittura allarghi il suo raggio d’azione a tutta la regione è altissimo e per questo probabilmente scongiurabile. La disgregazione del Libano con uno scenario tipo Iraq post-Saddam o peggio ancora modello Siria non è sostenibile per nessuno degli attori in causa a dispetto della recente convergenza tra Israele e Arabia Saudita e della retorica USA contro l’Iran.

 

Quest’ultimo è più forte che mai dopo i successi in Iraq, Siria, la tenuta nello Yemen e il consolidamento della sua posizione in Libano grazie alla assoluta superiorità militare di Hezbollah sui rivali regionali e sullo stesso esercito nazionale libanese

Riyad per ragioni speculari ha bisogno di un successo internazionale per alimentare la retorica nazionalista wahabita su cui si regge la dinastia dei Saud.

 

Ma nessuno dei protagonisti è ansioso di sbrandellare il Libano e mettere a disposizione dell’estremismo jihadista un’altra patria dopo le sconfitte subite dall’IS in Siraq. ll Libano è troppo frammentato nella sua coesistenza settaria (e troppo indispensabile) per poter essere un altro terreno di confronto tra Riyadh e Teheran, che come unico risultato certo avrebbe quello di indebolire il Paese ancora di più.

 

E di maciullare altro cemento.

 

 

 

I siriani ricostruiscono ciò che la guerra ha distrutto mentre allo stesso tempo le loro case in Siria sono rase al suolo. Operai di giorno, rifugiati di notte, intrappolati nel cemento, costretti a vivere da reclusi nei sotterranei del cantiere. “Il coprifuoco per i lavoratori siriani scatta dopo le ore 19. Violazioni saranno punite da legge” recita uno striscione alle porte del cantiere. Di notte guardano la TV per seguire la loro guerra, sui cellulari scorrono le immagini di Aleppo mentre il notiziario annuncia che sta per cominciare un’altra guerra, in Libia “approvata da David Cameron per l’importanza strategica dell’area […]”

 

“Quando i palmi si consumano smetti di contare i giorni, il tempo si ferma e non ricordi più il giorno in cui per la prima volta ti sei calato giù …  le tue dita diventano dure come pietre. il cemento mangia la pelle non solo l’anima.

 

 

 

 

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