La schiavitù dell’economia globale. La conosciamo bene e la ignoriamo meglio quando da consumisti bulimici scegliamo beni provenienti da paesi esotici a prezzi stracciati. Prezzi che non sarebbero gli stessi se l’oggetto dei nostri effimeri desideri fosse prodotto da quest’altra parte di mondo. Ma non lo è, viene dalla Cina, dal Vietnam, dall’India, dal Bangladesh e da tutti gli altri “paradisi produttivi” del mercato globale.

 

MACHINES, il documentario debutto del venticinquenne Rahul Jain, Premio Speciale della Giuria per la Cinematografia all’ultimo Sundance Film Festival, ce ne fornisce uno spaccato, una fotografia reale, cruda ed efficace, riprendendo con una intensità penetrante la vita lavorativa degli operai indiani all’interno di uno stabilimento tessile di Surat nello Stato indiano del Gujarat, la Manchster dell’Est.

 

 

Si chiamano sweatshop, opifici dove si “suda”, luoghi caratterizzati dallo sfruttamento della forza lavoro di dickensiana memoria. 1.500 operai tra fornaci ardenti, macchine che sferragliano a tutte le ore del giorno e della notte, catene di montaggio della  filatura, grandi vasche di lavaggio, insalubri tinozze di colorazione, ragazzini che svuotano enormi lavatrici, uomini con enormi balle di stoffa sulle spalle, corpi esausti che cercano sollievo su montagne di tessuto, volti scavati dalla fatica, consunti dalla rassegnazione.

 

Un bambino si addormenta per qualche secondo, trasmettendoci meglio di qualsiasi altra immagine il senso di profonda inumanità che scorre nelle viscere delle fabbriche dell’abbigliamento globale.

 

Turni di 12-16 ore al giorno per 3 dollari all’ora. Fino a 70 ore di overtime alla settimana. Cosa altro potrebbe essere MACHINES se non un manifesto politico, una chiamata all’indignazione, un appello alla mobilitazione?

 

Nessuna voce narrante, nessun suono se non lo sferragliare delle macchine. E i colpi di tosse degli operai. Nello stabilimento si respira polvere di silice per gran parte dei turni di lavoro. Nella maggior parte dell’anno le temperature sono insostenibili.

 

 

“Meno di 200 rupie per turni da 12 ore,” racconta uno dei tanti operai senza nome. Ha  viaggiato per 1.600 chilometri per trovare lavoro.

 

“Dio ci ha dato le mani, perciò dobbiamo lavorare.” Non si sente fruttato.

 

Non ci sono dialoghi, sono in pochi a parlare ma è come se parlassero in molti. I più sono  immigranti, si sono indebitati per venire a lavorare in uno sweatshop. Hanno pagato per vendere il loro lavoro. Per essere sfruttati. Provengono prevalentemente dall’Uttar Pradesh, dal Bihar, dall’Uttarakhand, dal Chhattisgarh i paesi più poveri della Hindi Belt, la regione a Centro-Nord del continente indiano.

Con il 5,2% delle esportazioni globali, l’India è il secondo esportatore mondiale di tessili dopo la Cina. 45 milioni di persone sono direttamente impiegate nel  settore (il 2% del PIL), circa 12 milioni  sono bambini. La legge vieta di impiegare ragazzi al di sotto di sedici anni.

 

“Tutti lavoriamo 12 ore, alcuni fanno lavori che richiedono forza fisica, altri usano il cervello, altri le mani e i piedi, altri i muscoli per lavorare con le macchine”, racconta un altro operaio.

 

Rahul Jain ci regala una sequenza “armonica” di immagini. Rulli che colorano tessuti, rulli che li fanno scorrere a chilometri, ruote che li avvolgono. Uomini d’affari che scelgono i tessuti. Parlano in arabo. “Questa stoffa è buona d’estate, è il voile, è cara, costa 127 dollari.”

 

“Entro alle 8 di mattina ed esco alle 8 di sera. Mangio qualcosa e dopo un’ora di pausa vengo per un secondo turno. La povertà è molestia, non si può fare nulla, non c’è cura. Nessuno mi sta sfruttando. Mi sono indebitato per venire qui. Da quello che guadagno devo mangiare e risparmiare per la mia famiglia cerco di risparmiare 1000, 1500, 2000 rupie. Dimmi chi ha la forza di lavorare ininterrottamente per 36 ore? O peggio per 48? I ricchi come possono conoscere i problemi dei poveri? Ho dovuto prendere soldi in prestito per venire qui, al 10% di interesse.”

 

Le storie sono tutte uguali.

 

“Lo Stato del Gujarat ha dato da mangiare ai poveri. Non c’è da mangiare a casa, un ragazzo di 10, 15 anni qui guadagna fino a 6000 rupie al mese. Anche se non riesce a risparmiare almeno riesce a mangiare. Nell’Utter Pradesh, Bihar, Bengali, Orissa, Chhattisgarh non è scontato trovare di che mangiare.  Se i lavoratori si unissero potrebbero ottenere condizioni migliori, potrebbero lavorare 8 ore e non 12. [..] Qui nessuno ha ferie o paghe extra, straordinari.  Se crei problemi ti buttano fuori in un attimo [..] oggi i lavoratori potrebbero essere delle tigri ma sono divisi non organizzati e perciò deboli come pecore.”

 

Dagli anni ’60 l’India ha vissuto una industrializzazione senza regole, la Contract Labour Law (l’ossatura della normativa sul lavoro in India) è stata progressivamente liberalizzata in molti Stati. Il lavoro a contratto è consentito in tutti i processi della produzione tessile ed è sempre più frequente è la presenza del contractor, l’appaltatore di forza lavoro.

 

Ne conosciamo uno e non è una bella esperienza. Un omaccione tozzo e arrogante. Le sue parole non di meno contribuiscono a spiegare il basso livello di sindacalizzazione presente nelle fabbriche del tessile.

 

“Il sindacato esiste ma i contractor sono più forti. Basta il contractor. Io, ad esempio, sono forte, i miei lavoratori non vanno da nessuna parte […], nessuno mi può fare niente. Se volessero farmi causa dovrebbero spendere più di 1000 rupie e poi devono mangiare. Immagini fare causa da lì dall’Uttar Pradesh? Ecco perché i sindacati sono deboli, perché c’è sempre un contractor pronto ad aiutare un lavoratore. Se un lavoratore ha bisogno di soldi lui glieli dà.”

 

Passiamo dal boss. Le sue parole semplicemente ripugnanti.

 

“Negli ultimi 12 anni i costi per mantenere una casa sono raddoppiati. Cosa potrebbero fare altrimenti questi analfabeti? Sarebbero finiti. Spendono i loro soldi in tabacco, alcool […] gli indiani possono essere motivati solo con la paga, capiscono solo una cosa: i soldi. Prima non era cosi. La paga ora è dieci volte di più di dieci anni fa, ma allora il livello di sincerità era buono. Avevano lo stomaco vuoto, si preoccupavano della fabbrica. Ora hanno lo stomaco pieno sono rilassati [..].”

 

Non si direbbe invero a guardare i loro volti.

 

 

Fuori, tra gli scoli, bambini vuotano con le mani i bidoni dei rifiuti tessili. “È appiccicosa”, dice uno di loro.  È melma nera. “Ce n’è molta per voi da tirare fuori.”

 

La macchina da presa si sposta verso l’esterno, all’ingresso della fabbrica c’è un assembramento di uomini. Pochi di loro vogliono parlare “Siamo contadini i nostri raccolti sono andati male a causa della siccità. Non cresce più niente […], abbiamo piantato patate per 20 rupie al chilo, le vendiamo a 5. Abbiamo perso 15 rupie al chilo. Con 5 rupie dobbiamo sfamare le nostre famiglie [..]. Nessuno fa niente, i ministri vengono, fanno i loro discorsi e vanno via. Tu puoi fare qualcosa?  Puoi farci ridurre il turno a 8 ore?”

 

La povertà è sopruso, signore, non si può fare nulla, non c’è cura.