Manodopera a basso costo. Bassissimo. Oltre un milione e mezzo di braccia sono arrivate negli ultimi anni in Qatar per lavorare nell’enorme cantiere della FIFA World Cup 2022. Vengono dal Bangladesh, dall’India, dal Nepal e, ovviamente, sempre più dall’Africa.

 

Secondo la International Trade Union Confederation  (Special Report THE CASE AGAINST QATAR) il numero delle vittime dei cantieri dei Mondiali qatarioti, in assenza di provvedimenti, può raggiungere la stratosferica cifra di 600 mila all’anno, alias una dozzina a settimana. Prima del calcio di inizio la World Cup 2022 sarà costata la vita almeno a 4 mila lavoratori immigrati. Per il Qatar il business dei Mondiali vale 14 miliardi di dollari.

 

Adam Sobel con il suo documentario THE WORKERS CUP, presentato alla edizione 2017 del Sundance Festival, entra dietro le quinte del campionato di calcio mondiale del 2022, nelle storie di chi lo sta rendendo possibile, anche al prezzo della propria vita.

 

Le organizzazioni per i diritti umani parlano di migliaia di morti bianche (se ne stimano oltre mille dall’inizio dal 2011) dovute alle lunghe giornate di lavoro con temperature che sfiorano i 50 gradi. La causa principale dei decessi è l’arresto cardiaco. Secondo Human Rights Watch sono milioni i lavoratori migranti a rischio di morte in tutti i paesi del Golfo a causa delle inumane condizioni di lavoro a cui sono sottoposti.

 

 

 

Il fenomeno migratorio in Qatar non è cosa nuova. Comincia negli anni ’50, quando il Paese era ancora una colonia britannica, con iraniani, pachistani e yemeniti impiegati prevalentemente nel settore petrolifero. Dopo l’indipendenza (1971) e la nazionalizzazione del settore petrolifero (1977), la guerra in Medio Oriente cambia la composizione dei flussi migratori con gli arrivi dalla Palestina, dalla Giordania, dalla Siria, dal Libano. Poi, negli anni ’80, è la volta di filippini, egiziani, sudanesi e infine di indiani e bengalesi, che dagli anni ’90 rappresentano la comunità più numerosa.

 

I qatarioti sono appena il 10% su una popolazione di circa 2,3 milioni di abitanti. Una minoranza a casa loro. Gli stranieri  rappresentano il 93% della forza lavoro. L’immigrazione, come nelle altre monarchie del Golfo, è regolamentata dalla Kafala o sponsorship, un insieme di norme che permette di delegare la gestione dei migranti ad agenzie private di appaltatori, subappaltatori e fornitori di forza lavoro, “legalmente” sequestrata al momento dell’arrivo con la confisca del passaporto. I lavoratori immigrati non possono cambiare lavoro né tornare a casa. La Kafala è in pratica la regolamentazione giuridica dello schiavismo del terze millennio. Malgrado sia stata emendata di recente (2015), gli aspetti più tirannici della legge permangono. Per tutta la durata del contratto, normalmente 4 anni, i lavoratori stranieri restano totalmente legati alla agenzia che li ha reclutati.

 

THE WORKERS CUP ci rende i racconti, i sogni ma soprattutto le amare delusioni di tantissimi giovani lavoratori intrappolati nella ricca e muscolosa monarchia qatariota, impegnata negli ultimi tempi in una diplomazia di “resistenza” all’oscuramento (non solo di al Jazeera), a cui l’Arabia Saudita la vorrebbe condannare a causa del suo sostegno al terrorismo islamico (Fratellanza musulmana) e la sua vicinanza all’Iran.

 

Adam Sobel non cede al pietismo né alla tentazione della denuncia urlata. limitandosi ad attraversare con la sua macchina da presa i cantieri, i campi dormitori, le patinate  torri del centro di Doha, i desolanti shopping centre.

 

 

 

 

“Non è questo quello che si aspettavano – racconta un impiegato di una agenzia indiana di  recruiting – vedono le fotografie dei grattacieli e pensano di finire in una specie di paradiso. Poi si ritrovano nei campi che sono tutta un’altra cosa.”

 

Infatti, sono un’altra cosa. Dal paradiso dei sogni all’inferno della realtà dei campi-alloggio, squallidi e sovraffollati dormitori-caserme alla periferia di Doha, lontani dai luoghi di “socialità” o di qualsivoglia contatto umano con la popolazione locale. Un vero e proprio apartheid.

 

 

Con gli occhi addosso di Amnisty International, della Human Right Watch e da poco anche delle Nazioni Unite, la Qatar Supreme Committee for Delivery and Legacy sponsorizza da cinque anni la Workers Cup Football Tournament, il torneo di calcio degli operai dei Mondiali per «integrarli nello spirito dell’evento, porre fine alla loro segregazione, valorizzare la loro presenza e il loro contributo per l’economia del Qatar.»  dichiara un funzionario qatariota alla televisione.

 

THE WORKERS CUP riprende scene del torneo del 2015. 24 sono le imprese edili che partecipano al torneo. Il premio per gli operai-calciatori è di circa 400 dollari, il doppio del loro stipendio mensile. Kenioti, ghanesi, indiani, nepalesi. Paul, Kenneth, Umesh, Padam, Graham, Arjun, Bernard, Biju, Douglas, Kenneth, Jasper, Purna, Samuel, Umesh, Jasper …. ce la mettono tutta ad allenarsi, a onorare la maglia della Gulf Construction & C., a vincere per le loro tifoserie e per se stessi. Per qualcuno come Kenneth Hamissah, il capitano della GCC, potrebbe essere una occasione per realizzare il suo sogno, diventare un calciatore di professione. Non sarà possibile perché per quattro anni è proprietà della Gulf Construction & C.

 

 

“Amavo il calcio. Cercavo di capire come entrare in qualche club per giocare fuori. Poi in Ghana ho incontrato questo agente, mi ha detto che cercavano lavoratori per il Qatar. Mi ha chiesto 1.500 dollari, sono un sacco di soldi in Ghana. Non è quello che mi aspettavo, non giochiamo al calcio, mi ha mentito. Dopo essere arrivato ho realizzato che ero in un campo di lavoro.” (Kenneth)

 

“E’ una presa in giro questo torneo, non è per i lavoratori, è per avere altri appalti [..], giusto per fare qualche articolo sul giornale e far vedere che i bianchi si comportano bene qui. Sono sotto pressione, tutto il mondo sa il costo umano dei Mondiali 2022 – riferisce il manager di una agenzia – ci sono molti controlli ora da parte delle Nazioni Unite, di Amnisty International, c’è più attenzione sui diritti dei lavoratori, le norme all’interno dei campi degli alloggi restano però molto severe. Ma non c’è alternativa per loro noi forniamo anche l’alloggio. Quando il loro contratto scade sono nuovamente indebitati e devono tornare qui, una storia infinita.”

 

Samuel Alabi Ago viene anche lui dal Ghana.

 

“Sono arrivato in Qatar una settimana fa. Giocavo nella under 12, under 14, under 17. Ho giocato perfino in prima divisione. Ma non potevo comprarmi da mangiare, qui mi hanno offerto un lavoro, la paga non è buona ma meglio che in Ghana. Ho mentito a mio padre, gli ho detto che sono qui per giocare il calcio. I soldi sono soldi, non importa da dove vengono. Se questo è l’inferno è meglio del paradiso in Ghana.”

 

“Qui i soldi arrivano a fiumi, ogni nuovo edificio deve essere migliore di quello precedente, hanno cosi tanti soldi [..]. Non c’è ragione per andare da nessuna parte. Prima ero a Dubai per tre anni nei cantieri [..], il mio sogno è costruire una casa per la mia famiglia. Anche se lavorassi ancora otto anni qui non potrei permettermi una macchina a casa. Un lavoratore immigrato non può avere un visto per la moglie a meno che non guadagni più di 2.750 dollari al mese.” (Padam)

 

Padam, viene dal Nepal insieme ad altri 400 mila lavoratori immigrati. Con i suoi 400 dollari al mese non va da nessuna parte “[..] erano andati tutti via cosi ho fatto lo stesso ciecamente, poi ho scoperto la realtà ma era troppo tardi, sono in ritardo di 8 anni.” Sono otto anni che vive separato dalla moglie. Hanno vissuto insieme solo pochi mesi dopo il matrimonio.

 

 

Il numero dei lavoratori che arriveranno in Qatar nei prossimi anni per costruire stadi e infrastrutture è destinato ad aumentare, oltre 300 mila, per lo più dall’India, dal Nepal e dal Bangladesh.

 

 

La decisione di assegnare l’organizzazione dei Mondiali 2022 ad un Paese molto ricco ma molto carente in materia di diritti umani, con temperature estive insostenibili e senza alcuna cultura calcistica è stata fin dall’inizio molto dibattuta. Non sono mancate accuse di corruzione contro alcuni dirigenti della FIFA, che finora nel suo insieme si è rivelata prevedibilmente incapace e riluttante ad esercitare concrete pressioni sul Qatar.

 

A cinque anni dal fischio d’inizio, il Mondiale 2022 rischia di passare alla storia come la manifestazione sportiva dei diritti umani violati. Un primato che solo la Russia potrebbe strapparle con il trattamento non meno inumano riservato ai lavoratori impegnati nelle opere per i Mondiali 2018. Vengono dell’Asia centrale, della Bielorussia, dell’Ucraina, dalla Corea del Nord. La schiavitù, come sempre, ha una sua mappa geopolitica.

 

 

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