«Vorrei non fosse mai accaduto»

 

Inizia cosi THE UNFORGIVEN il documentario del regista danese Lars Feldballe Petersen, presentato in anteprima mondiale al Festival internazionale del Cinema Documentario di Copenhagen.

 

Esad Ladzo vorrebbe non aver mai vissuto ciò che ha vissuto nel 1992 in Bosnia Erzegovina. Da carnefice, non da vittima. Vorrebbe non aver mai fatto le cose che ha fatto. O almeno questo è ciò che dice. Siamo di fronte ad un argomento da maneggiare con molta cura, che non ammette deviazioni. La redenzione e il perdono di un ex criminale di guerra, un aguzzino, carceriere spietato e gaudente, torturatore e assassino a soli 19 anni. Può esserci redenzione, cambiamento, perdono? E soprattutto si può chiedere perdono?

 

Nel 1992, nel campo di prigionia di Celebici nella città di Konjic, a cinquanta chilometri da Sarajevo, ci sono prigionieri serbi nelle mani di carcerieri bosniaci musulmani e bosniaci croati.

 

«Ho fatto delle cose terribili, non posso credere che in questo ragazzo c’è un mostro», dice Esad guardando una foto che lo ritrae bambino.

 

La guerra in Bosnia inizia nel 1992 e termina nel 1995. La Repubblica socialista federale di Jugoslavia ha smesso di esistere nell’estate del 1991 con le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia. Nel gennaio 1992 la Bosnia Erzegovina fa lo stesso di fronte alle pressioni del nazionalismo serbo. La risposta di Belgrado non si fa attendere, qualche mese dopo i serbi bosniaci creano una entità distinta, la Repubblica di Srpska.

 

 

Nella primavera del 1992 Esad ha diciannove anni e come tanti, come troppi, cade nella trappola del nazionalismo etnico. Forse non sa nemmeno cosa sia, ma entrare nell’esercito bosniaco lo fa sentire qualcuno dopo che il padre gli ha negato di studiare all’istituto d’arte Sarajevo. La madre non se lo perdonerà mai. «Forse, se avesse lasciato Konjic il suo destino sarebbe stato diverso.»

 

Arrestato nel maggio del 1996 dalle autorità di Bosnia Erzegovina, Esad viene trasferito all’Aja dove fino al 21 dicembre 2017, data in cui è stato chiuso, aveva sede il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia fondato dalle Nazioni Unite nel 1993. La Corte dell’Aja lo riconosce colpevole di 17 capi d’accusa condannandolo a 15 anni di carcere. Le accuse sono orribili.

 

«Crimini brutali e premeditati [..] torture, uccisioni, trattamento inumano gravi violazioni della Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei civili in tempo di guerra […]»

 

 

«Andavo a tutti i raduni politici, ma per divertirmi conoscere ragazze. La tensione era nell’aria, arrivavano notizie di quello che accadeva nei paesi vicini», racconta Esad. 

Quanto fosse alta la tensione ce lo ricordano le immagini di Radovan Karadzic alla televisione: «I musulmani saranno spazzati via.»

 

 

«C’era energia negativa e la guerra era una ottima opportunità per farla uscire.»

 

Energia purificatrice che inocula passione e impeto dopo gli anni grigi e omologanti del socialismo titino.

 

«Mi sono unito alle unità militari della mia città. Volevo andare subito al fronte invece mi  mandarono a fare la guardia ai prigionieri serbi. Volevano giovani in questo ruolo.» 

 

Quando i serbi iniziano la pulizia etnica della Bosnia orientale, nella primavera del 1992, nelle aree sotto il controllo delle autorità bosniache inizia la mobilitazione. Forze armate bosniaco musulmane e bosniaco croate attaccano villaggi intorno a Konjic popolati prevalentemente da serbo bosniaci. Nel campo di Celebici vengono imprigionate circa 700 persone, diciannove detenuti sono morti a causa delle torture subite.

 

 

«Mi piacevano le uniformi, le armi, volevo essere un soldato perfetto. Avevo 19 anni e pesavo 65 chili. Avevo potere, si facevano addosso dalla paura [..], è qualcosa che ti piace. Prima della guerra non ero nessuno, ora in città tutti mi conoscevano, mi piaceva, era come una droga non ti basta mai.»

 

Il suo esempio era il comandante Hazim Delić. Voleva diventare come lui. Hazim Delić è stato condannato a 18 anni per crimini di guerra. Nel 2003 Esad viene trasferito in Finlandia dove sconta gli ultimi tre di condanna nelle prigioni di Kylmäkoski e Hameenlinna. Esce dal carcere nel 2006. Nel frattempo, è proprio nel 2003 che il regista Lars Petersen Feldballe progetta un documentario sulla psicologia dei criminali di guerra condannati dall’Aja. Scrive una lettera a tutti per invitarli a raccontare la loro storia. Solo Esad Ladzo risponde. Nel 2010 Esad ha un permesso di residenza permanente in Finlandia. Ogni altro Paese gli è precluso, nessun rilascerebbe un visto di ingresso a un ex criminale di guerra.

 

«Ho provato a cercare lavoro ma all’ufficio di collocamento, mi chiedevano che esperienza di lavoro avevo. Io non ho presente e non ho futuro. Non mi sono mai sentito cosi nemmeno quando ero all’Aja, al Tribunale mi sentivo meglio di ora. I miei demoni mi vengono a trovare di notte e non mi lasciano dormire.»

 

Quando era in carcere Esad ha fatto molta psicoterapia.

«L’Aia mi ha salvato la vita mi ha aiutato a scoprire chi ero, ho scoperto alcune cose su di me che non avrei potuto scoprire se fossi rimasto in Bosnia [..] Non avrei accettato i fatti che ho accettato grazie al processo, incluso il fatto che sono colpevole. Ho imparato il punto che le persone sono capaci di tutto.» (Esad)

 

Anche di chiedere perdono per l’imperdonabile come ha fatto lui. Sono passati 24 anni quando, nel 2015, decide di ritornare in Bosnia, sulla scena del crimine. I demoni non gli danno pace. Coraggiosamente scrive una mail ad alcuni sopravvissuti e familiari delle vittime. Vuole incontrarli. Vuole chiedere scusa. Scusa per un male gratuito, feroce indelebile.

 

«Ti vuoi scusare?», gli chiede il padre, «e di cosa? Mi hanno fatto più male di quello che noi abbiamo fatto a loro […]. Ma se non ammettono nemmeno il genocidio di Srebrenica, figuriamoci scusarsi. Nessuno nella Repubblica serba vuole scusarsi per ciò che ha fatto».

 

Pochissimi accettano di incontrare Esad e nessuno gli concederà il perdono.

 

«Tutta la mia vita dopo il processo è stata una menzogna [..].  Mento a me stesso e mi dico che sono felice. Ho fatto cose terribili, ho ucciso uomini innocenti. Non importava cosa volesse il mio superiore, mi sentivo bene quando venivo elogiato. Ero come un cagnolino». 

 

Dai racconti di alcuni sopravvissuti, Esad Ladzo, più che un cagnolino, sembra una bestia assetata di ferocia e insaziabile di brutalità.

 

«Lazo mi ha fatto inginocchiare davanti a 280 prigionieri, mio fratello ha dovuto tirare fuori i genitali e mettermeli in bocca.. i genitali di mio fratello davanti a tutti i prigionieri. Poi mi ha portato fuori e mi ha bastonato. Dopo mi ha legato fusibili intorno, li ha accessi e li ha ficcati nell’ano davanti a 280 prigionieri. Non posso perdonarlo.» (Veso)

 

Il brevissimo incontro di Esad con Petko davanti all’ex prigione di Celebici è la parte più dura e complessa di THE UNFORGIVEN.

 

«Ho chiesto di incontrarti per scusarmi, ho davvero bisogno di scusarmi con te come persona e con il tuo popolo.» 

 

Un uomo distrutto di fronte ad un altro uomo distrutto.

 

«Ti ricordi di Samoukovic Bosko? Lo hai picchiato.» «Si, mi ricordo.» «Aveva due figli, puoi immaginare come si sono sentiti a guardare il padre mentre lo picchiavi a morte? E quello che è accaduto a Scepo Gotovic, te lo ricordi? È arrivato qui di sera, è stato picchiato a morte.» 

 

«Ci faceva bere la nostra urina, mangiare escrementi», ricorda Slobodan, un altro prigioniero serbo. Lui vorrebbe incontrarlo Esad, ma un attacco di cuore poco prima glielo impedisce. Davanti al cancello della ex prigione c’è Vesa, una madre a cui Esad ha portato via per sempre il figlio.

 

È possibile perdonare? È sincero il pentimento di Esad? Non possiamo azzardare alcuna risposta ai delicati e conturbanti interrogativi a cui THE UNFORGIVEN ci pone di fronte.

Esad Landzo non tornerà mai più a vivere in Bosnia perché «non c’è vita qui per persone con un passato come il mio». In Finlandia, dove accettando di girare il documentario ha perso l’anonimato, Esad ha conservato il suo nome e anche il passaporto bosniaco. Lavora come addetto alle pulizie di un caffè, ha sposato Bosank, una bosniaca. Lazo Esad ha perdonato se stesso? Non lo sappiamo. E non sappiamo nemmeno se i suoi demoni smetteranno mai di andarlo a trovare.

 

«Se uccidi un innocente è come se avessi ucciso l’umanità, dice il Corano», gli ricorda spesso il padre.