Non siamo di fronte ad una rappresentazione antropologica del mito del buon selvaggio e men che meno ad un documentario a sfondo erotico ambientato nella giungla africana. I TESTICOLI DI TARZAN del regista rumeno Alexandru Solomon, presentato al pubblico italiano dal Trieste Film Festival, è un documentario complesso e sfaccettato in cui temi apparentemente scollegati fra loro finiscono con l’intrecciarsi progressivamente in una narrazione coerente ed  unitaria. Umana e disumana insieme.

 

Alexandru Solomon mette sul piatto molti argomenti sensibili. L’etica della e nella ricerca sui primati, il patriottismo post-comunista comune a molte delle ex repubbliche sovietiche, il richiamo della religione, a lungo repressa in nome della fede nel marxismo leninismo.

Il tutto contornato dalla decadenza sincronica del passato imperiale sovietico, di una sua regione, l’Abkhazia, e dell’istituto di ricerca di patologia e terapia sperimentale situato sulle colline di Sukhumi, la sua capitale, i cui ancora vengono testati vaccini.

Su scimmie e scimpanzé, circa 600. Un tempo, prima della guerra, erano 6000 racconta una operatrice del centro.

 

Si impone in un crescendo il tema della guerra tra lo Stato della Georgia e la regione secessionista dell’Abkhazia,  scoppiata nel 1991 dopo che con un referendum i georgiani dicono addio al loro passato sovietico per diventare una repubblica indipendente. Il conflitto, il più feroce all’interno dell’ex spazio sovietico (oltre 20 mila vittime e 250 mila sfollati), segna la fine della sempre difficile convivenza tra i due popoli (per altro mai etnicamente compatti) e l’inizio di un conflitto, che seppur a bassa intensità, è destinato a non estinguersi mai.

 

Le sue ferite sopravvivono tenaci, negli edifici e negli animi. La città di Sukhumi sul Mar Nero somiglia più una città fantasma, decadente, decrepita e abbandonata, che alla famosa località balneare prediletta dalla nomenklatura sovietica.

 

Dal 1927 Sukhumi ospita il più antico centro al mondo di ricerca sui primati. Un fiore all’occhiello del comunismo sovietico. La sede non fu scelta a caso, il clima subtropicale del luogo lo rendeva adatto alle scimmie. Alcune di loro, hanno avuto “la fortuna” di andare in orbita durante gli anni d’oro della competizione nello spazio.

 

Oggi con 100 rubli i bambini in visita a quello che somiglia più a uno zoo che un centro di ricerca sperimentale possono farsi una fotografia con uno scimpanzé. Uno dei tanti in gabbia. Emaciati, decrepiti, inebetiti dalle sperimentazioni subite, dai vaccini iniettati, da una barbarica cattività. La maggior parte delle scimmie è vecchia, malata, agonizzante. Gli arti inermi, pronti a ricevere l’ennesimo laccio emostatico; gli occhi tristi, spenti, imploranti. Immagini che ci porteremo dentro per giorni.

 

Alcune di loro, le baby scimmie, riescono a scamparla, grazie a donne come zia Tanya, una impiegata del centro, che si è portata a casa il piccolo Cicico, o un’altra inserviente che si prende cura di una piccola scimmia senza madre, o un’altra ancora decisa a salvare il piccolo Mitya dagli esperimenti : «sono stanca di questi esperimenti, di quello che fanno alle scimmie, gli iniettano ogni sorta di vaccino e poi le uccidono…e gli fanno l’autopsia…non fa per me.»

 

L’istituto di ricerca è retto quasi esclusivamente da donne. Medici, ricercatrici, inservienti, custodi. La loro numerosa presenza rimarca l’assenza di uomini. Morti al fronte, in alcuni casi, per lo più emigrati. Nel parco, all’ingresso dell’istituto, spadroneggia la statua di un eroe: Hamadryas, un babbuino, conosciuto come Murray.

 

«Murray è una personalità, ha vissuto 39 anni, ha avuto 400 figli da 200 partner diversi», racconta la guida a turisti e visitatori. La statua, eretta nel 1977 per il cinquantesimo anniversario dell’istituto, è il dovuto riconoscimento al contributo che lo scimpanzé ha dato, suo malgrado, alla ricerca sulla febbre gialla, sulla tubercolosi, l’epatite, la polio.

 

 

Ora l’istituto e quel che ne resta si occupa di ricerca oncologica. E non solo. Anche di sperimentazioni sugli effetti della DHEA, il deidroepiandrosterone, l’ormone della giovinezza. Uno scimmia di 30 anni è stata sottoposta per tre mesi a dosi di DHEA ed è stata ancora in grado di procreare. Un orgoglio per i ricercatori. Nelle tre stanze adibite a museo un miscuglio di foto, scheletri di primati illustri (tra cui l’orangotango chiamato Tarzan), e immagini filmate della missione in Africa occidentale di Ilya Ivanov, l’eminente biologo esperto di inseminazione artificiale, mandato dalla Accademia sovietica delle scienze per condurre esperimenti di ibridazione uomo-scimmia.

 

«La sua spedizione fu un successo, catturò tre esemplari di femmine da inseminare con sperma umano. Era uno specialista della ibridazione, incrociava mucche, pecore, cavalli. Presentò un documento prima della Rivoluzione bolscevica, sostenendo che era possibile creare un ibrido uomo-scimpanzé. Questa era la sua ipotesi. Irrealizzabile durante il periodo zarista in cui la religione aveva un ruolo importante. Più tardi durante il periodo sovietico chiese finanziamenti per questa idea. L’accademia gli diede molti soldi per il suo progetto ma i suoi esperimenti non ebbero successo, perché le scimmie non hanno lo stesso nostro numero di cromosomi come noi. […]» (Alisa, medico ricercatore)

 

Il professor Ilya Ivanov è morto in un gulag.

 

«Negli anni 20 l’endocrinologia non era una scienza [..] su Ivanov ci sono molte leggende. Effettuava trapianti di testicoli per stimolarne la secrezione ormonale, le sue operazioni chirurgiche erano molto popolari a quel tempo, negli anni 30», racconta l’unico medico uomo rimasto al centro dopo cinquant’anni di permanenza.

 

«Quest’uomo ha vissuto in un tempo in cui la religione era ripudiata. Questi esperimenti servivano a smentire l’esistenza di Dio, che l’uomo poteva creare un nuovo essere umano. In realtà non è stato possibile. Gli uomini hanno bisogno di credere in qualcosa, prima c’era la fede nel comunismo ed è finita. Non crediamo nemmeno nel capitalismo» 

 

Paradossalmente, le giovani ricercatrici non credono alle teorie evoluzioniste ma alla origine divina. «Mi rifiuto di credere che ero uno scimpanzé» dice Alisa.

E non è la sola. Oltre ad essere religiosa Alisa è anche molto nazionalista. «Abbiamo combattuto una guerra per questa bandiera» – spiega al figlio nel giorno del 22esimo anniversario della liberazione della Abkhazia dalle truppe georgiane. «Volevano impedirci di avere la nostra bandiera, la nostra lingua, il nostro Paese.»

 

Religione e nazionalismo, sentimenti comuni a tutti a Sukhumi, dentro e fuori dal centro, hanno sostituito la narrazione ideologica del comunismo, che purtuttavia, come le testimonianze dei più anziani lasciano intendere, aveva raggiunto grandi cose.

 

Gli abcasi sono molto fieri di aver ricacciato i georgiani.

 

«Una nazione di 4 milioni di persone non è riuscita a sconfiggere un Paese di 100 mila abitanti perché c’è Dio che vede ogni cosa e conosce la verità..noi siamo pochi ma molto forti.» E soprattutto capaci di realizzare in poco tempo una efficace pulizia etnica contro i georgiani. Nel 2008 dopo la guerra nella Ossezia del Sud, che vede i carri armati russi alle porte di Tbilisi, l’Abkhazia si proclama indipendente con il solo riconoscimento della Russia di Putin. Il “piccolo impero”, come Andrej Sakharov chiamava la Georgia per la sua composizione multietnica (armeni, ebrei, greci, osseziani, russi, abcasi), si sgretola sotto i colpi del secessionismo ribelle sponsorizzato e protetto dal Cremlino e dalla sua geopolitica di riconquista dello spazio post sovietico.

 

L’Abkhazia (convertita all’Islam durante il dominio ottomano) è stata sempre considerata parte “naturale” della Georgia. «[..] mia madre ha studiato in georgiano non in abcaso.»  protesta lo zio di Alisia. «Tutti gli insegnanti erano georgiani, ci avrebbero assimilato del tutto con il tempo, fino a farci scomparire come popolo. Invece hanno preferito attaccarci. E guarda cosa è successo, abbiamo tre passaporti, uno abcaso, uno per andare in Russia e uno russo. Con questo puoi andare all’estero, con quello abcaso puoi solo andare in Russia per 90 giorni. E questo significa che la Russia ci ha riconosciuto? Pensi davvero che gli importi di noi?»

 

Per la Georgia l’autoproclamata repubblica abcasa è un territorio nazionale occupato dai russi. I cittadini dell’Unione europea per entrarci devono passare per la Georgia. Ha circa 250 mila abitanti, vive un totale embargo politico ed economico e sopravvive solo grazie alla Russia. I cittadini georgiani che ancora vivono in Abkhazia, principalmente nel distretto di Gali, devono pagare quasi 2000 dollari per avere un passaporto abcaso con cui entrare in Russia a cercare lavoro. Tbilisi vuole estendere ai cittadini georgiani residenti nelle due regioni secessioniste l’accordo sulla liberalizzazione dei visti concluso lo scorso anno con l’UE. Eventualità a cui le due “enclave filo russe” si oppongono fermamente.  

All’inizio della guerra alcune scimmie sono state trasferite in Russia, ad Adler, dove ha sede un braccio operativo dell’istituto di Sukhumi, che è riuscito comunque a sopravvivere grazie al lavoro volontario del suo staff. Delle sue donne, vere e proprie madri delle scimmie.

 

Superstiti delle glorie passate dell’URSS, vittime del suo fantasma, le scimmie di Sukhumi sono uno spettacolo duro da mandar giù. Ce lo porteremo dentro per giorni.