Più forte del fragore delle armi? La potenza della musica.

 

È ricco di immagini e di musica LOUDER THAN GUNS, il bel documentario del giovane Miroslav Sikavica, presentato all’ultima edizione del Trieste Film Festival. È ricco di suggestioni e curiosità perché attraverso interviste e testimonianze di star della musica ripercorriamo (a suon di musica!) la parabola della disgregazione della ex Jugoslavia, il trionfo del secessionismo nazionalistico e la attuale crisi delle nuove compagini statali.

 

La musica non è mai stata sorda ai richiami della politica né immune al suo fascino. Cassa di risonanza, amplificatore di idee e ideologie, termometro di umori e malumori sociali, occultatrice e mistificatrice degli stessi. Musica di regime, di propaganda, di protesta, di rivolta, di impegno sociale. Musica di guerra e per la guerra, musica che va alla guerra.

 

La Jugoslavia, finché è esistita, non si è sottratta a questo rituale. Più liberal (o meno oppressivo) degli altri ‘fratelli comunisti’, il regime di Tito è sempre stato tollerante verso le infiltrazioni culturali provenienti a ovest della Cortina, soprattutto dopo il divorzio dall’URSS e il conseguente battesimo della via jugoslava al socialismo. Posizione geografica e scelte geopolitiche (la politica del non allineamento) hanno reso assai particolare il caso jugoslavo all’interno dei due blocchi. Anche per i musicisti, che grazie a confini porosi, hanno potuto recarsi all’estero (via Trieste o Vienna) e lasciarsi allettare dalle influenze musicali del tempo.

 

 

LOUDER THAN GUNS è ambientato nella Jugoslava a cavallo tra gli anni 80 e l’inizio della guerra, e più precisamente in Croazia, la realtà politico-nazionale più moderna tra le compagini nazionali della ex Jugoslavia, dove la musica, fino all’inizio della guerra, è stata  rock e punk (già nel 1977), e poi New Wave, nei primi anni 80. Fenomeno unico nel mondo comunista, la musica in Jugoslavia si è ‘allineata’ ai canoni delle grandi capitali europee di quegli anni. Con il beneplacito del Maresciallo che ha tollerato queste avanguardie musicali, temendo molto di più (e non a torto) i movimenti sovversivi all’ombra del regime che i giovani desiderosi di sfogare con la musica frustrazioni e istanze di libertà. Da queste band di capelloni Tito pretendeva una sola cosa: la loro musica doveva rimanere nella cd Yugo sfera. Niente canti e ballate dal vago odore di patriottismo nazionalistico.

 

Vera Sviboda, famosa cantante popolare croata racconta che non era consentito negli anni 70 e ancora nei primi anni 80 cantare canzoni nazionaliste «[..] nel 1971 stavo pubblicando il mio LP di canzoni patriottiche, me lo impedirono, non gli piacque l’idea. Era pericoloso cantare canzoni nazionaliste, non sapevi mai come la polizia poteva reagire.»

 

Vice Vukov, una delle star più famose degli anni 60, viene messo al bando dalla vita artistica del paese, dalla televisione, dalle case discografiche per il suo sostengo alla causa nazionalista croata. È tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 che la musica in Croazia diventa un’altra musica: folk, tradizionalista, violenta, megafono di un emergente etno-militarismo.

 

Molti gli artisti che hanno messo a disposizione il loro talento a sostegno della ‘Homeland War’, la guerra di Franjo Tujman per la secessione, l’indipendenza, la costruzione di una nuova identità croata, in grado di respingere le avanzate del leader serbo Slobodan Milošević, di riempire sul terreno delle divisioni etniche il vuoto di potere creato dalla morte di Tito.

 

Nel 1988, la famosissima rock band Bijelo Dugme, (fondata da Goran Bregović) incise il suo ultimo album contenente una canzone che combinava l’inno nazionale croato “Our Beautiful Homeland” con una tradizionale canzone serba “There Far Away“. Verso la fine degli anni 80 c’è una produzione notevole di musica serba dedicata alla questione del Kosovo, testi ultra-nazionalisti su musica popolare. Un annuncio bell’e buono di dove sta per esplodere la miccia, il preludio musicale all’infiammato e infausto discorso di Milošević di Pristina ai serbi kosovari dell’aprile 1987.

 

Nel 1989 Slobodan Milosevic diventa presidente della Federazione jugoslava. La musica serve a mandare messaggi alle masse di elettori, e più tardi a quelli che andranno al fronte.

 

’Mia cara Serbia … ti hanno diviso in tre parti ma tornerai ad essere unita [..]‘ 

 

Nel 1990 l’ Unione democratica croata, il partito di centro destra di Tujman vince le prime elezioni multipartitiche della storia jugoslave, polverizzando il partito comunista. I serbi di Croazia fanno la loro una secessione nella regione della Krajina, dove sono maggioranza etnica.

 

La televisione nazionale croata, la HRT, (il principale finanziatore della musica patriottica) trasmette canzoni del tipo “Farewell Yugoslavia, paper dragon, your tyranny is near its end, your time is up …”,  e per i soldati al fronte “My Belgrade friend”.

 

Mister General“, canta Vladmir Kous Zec, I’ll tell you one more thing, remember Vukovar”  Nel settembre 1991 è Vukovar la Sarajevo asburgica della ex Jugoslavia. In mano serba fino al 1995, quando, dopo quattro anni, con l’Operazione Tempesta le forze croate liberano la maggior parte dei territori occupati (eccetto la Slavonia orientale sottoposta per un anno all’autorità di forze di pace internazionali). C’è una colonna sonora anche per la riconquista della Krajina di Krin.

 

 “Hi Cetnik look up in the sky there is a storm coming, smell like a hurricane – It’s time for Vukovar.”

 

«La Serbia ha iniziato una guerra mediatica contro la Croazia, la nostra unica risposta possibile è stata fare musica patriottica che risvegliasse gli animi», racconta un discografico del tempo.

 

Franjo Tujman deve molto alla musica; centinaia le canzoni patriottiche sono state composte per la causa croata senza esclusione di alcun genere, dalla musica tradizionale al rock, al punk, ai suonatori di violini e di liuti. La musica serviva a mantenere alto il morale dei combattenti croati e dei civili nei rifugi, canzoni come God Watch Over Croatia oppure Great Croats, ma anche canzoni contro la guerra, da far arrivare all’estero come Stop the War in Croatia, un appello alla comunità internazionale. Un gruppo di attrici si è messa perfino a cantare la celeberrima Lili Marleen.

 

«Fummo attaccate per questo», racconta una protagonista, «la gente diceva che era fascista in un momento in cui alcuni politici cercavano di far rinascere la Croazia indipendente dei tempi della Prima guerra mondiale e la soluzione degli Ustascia era tollerata […] registrammo una cassetta e la mandammo in giro.»

 

E a conferma dell’inossidabile appeal del soft power anglo-americano arriva il Live Aid in versione croata, organizzato della rete televisiva HRT. Le più grandi star nazionali si ritrovano, non per combattere la fame nel mondo, ma per incoraggiare il popolo all’ultimo sforzo con My Homeland.

 

Anche la danza è travolta dal clima di guerra patriottica. «[..] stavamo facendo propaganda, non c’è alcun dubbio […]», ricorda il coreografo e compositore Borut Separovic, acclamato autore del videoclip Croatia in flames, il primo video musicale croato trasmesso su MTV.

Non si sa quante canzoni patriottiche sono state composte durante la guerra, molte non sono sopravvissute alla fine delle ostilità, cosi come i loro autori:  Zrinko Tutić, Vera Svoboda, Josip Ivanković, Mladen Kvesić, Mario MihaljevicDavor Gobac, Sandra Kulier, Mario Pešo, Borut Šeparović, Miroslav Lilić, Ante Perković.

 

«Credo che la musica popolare in questa regione sia sempre stata politica», dice lo storico Dean Vuletic, «noi eravamo con Tito.» La Jugoton, la più grande compagnia discografica della ex Jugoslavia ha pubblicato molti dischi patriottici dedicati al Maresciallo.

 

«Nessuno doveva pensare a come incorporare la musica nella politica, accadeva automaticamente.» (Ksenija Umlicie, Capo redattore della televisione croata).

 

C’è stato però chi si è opposto a tutto questo. La band Kud Idijoti con il loro remake di   ‘Bandiera Rossa’. «[..] la cosa peggiore che poteva accadere al regime erano quattro ragazzi che facevano musica contro il nazionalismo del momento [..] il rock and roll doveva essere la resistenza (Davor Zgrabljić, bassista dei Kud)

 

La televisione di Stato croata ha vinto la guerra prima dell’esercito sul campo. Non ha avuto poi cosi tanto torto il rappresentante dell’Unione europea, Lord Carrington, a dire che la Croazia ha vinto perché aveva una televisione migliore.

 

«My Homeland? Oggi non scriverei una singola nota di quella canzone.» È senza mezzi termini Nikša Bratoš, autore del famoso brano musicale. «Abbiamo sprecato molto tempo, molta vita, senza contare gli uomini che sono morti. Per che cosa?»

 

Alla televisione scorrono le immagini delle proteste che nella primavera del 2011 (‘Oggi Tunisia, domani Croazia’ recitano i graffiti a Zagabria) hanno attraversato le principali città del Paese. Una mobilitazione variegata di giovani, ex comunisti, destra radicale, clericali, per un momento uniti contro l’immobilismo e la corruzione dilagante delle élite politiche.

«Ladri, andate a casa, vogliamo libere elezioni.»

 

Bruciano le bandiere dell’Unione democratica croata cosi come quelle del SDP, il Partito socialista. Non si risparmia nemmeno il vessillo stellato. Quelle giornate non si sono trasformate in Politica, ma la Croazia da allora non gode di buona salute.

 

Sleep well, sweet Homeland

 

 

 

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