Dima è morto in Daghestan, nel Caucaso del Nord. Con un colpo alla testa. Aveva 21 anni. Proveniva da Novosibirsk, nel distretto federale siberiano. Era addestrato a combattere il nemico più insidioso: il terrorismo islamico.

 

Come il sergente maggiore Lobor Nikolai Petrovitch o i sergenti Serzhen Yurt, Zyabnitskyi Dimitry Sergeivitch, Ilynukhu Dmitry Aleksandrovitch, tutti “morti coraggiosamente in missioni di combattimento in Cecenia o in Daghestan”. A tutti è conferita l’onorificenza dell’Ordine del Coraggio. Postuma.

 

Fendono l’aria gelida i loro nomi, urlati a gran voce dalle giovani reclute raccolte nel cortile di una caserma imprecisata, in un luogo imprecisato, in Siberia.

È qui, nel più remoto avamposto orientale dell’ex Impero sovietico che Alexander Abaturov ambienta THE SON, il suo ultimo documentario presentato alla sezione Forum della 68esima Berlinale e in questi giorni al pubblico del Cinema du Reel.

 

THE SON è dedicato a Dima Ilukhin, suo cugino. Costruito su due piani narrativi che si rimbalzano a vicenda, dalla quotidiana durezza dell’addestramento militare al composto dolore di due genitori a cui l’amor di patria ha strappato per sempre il figlio, per planare sul terreno paludoso della morte, spietatamente accaduta o infidamente in agguato.

 

Una coreografia armonica ci immerge nella vita dei brothers in arms, ordinati e sincronizzati mentre imparano a cucire i bottoni delle loro divise, gagliardi negli addestramenti nei boschi, virili nella lotta a corpo libero, veloci nel maneggiare kalashnikov e granate, irreprensibili nella disciplina, incrollabili nella loro missione: “[..] giuro di essere fedele alla Federazione russa […]”

 

Fragili e umani quando stringono mamme e fidanzate convenute alla cerimonia del giuramento. In quello stesso momento si consuma un’altra celebrazione, il rito funebre di Dima, la messa ortodossa, il pranzo con gli affetti più cari per parlare di lui, per ricordarlo. Come la scultura inaugurata in sua memoria, accanto alla sua tomba. Come hanno voluto i suoi compagni.

 

Il carosello crudele della guerra non conosce soste, e cosi la vita militare. I compagni di Dirma continuano ad addestrarsi, non mollano, ce la mettono tutta. Alla fine solo 34 tra le 112 reclute avranno l’onore di indossare il Red Beret, il simbolo delle Spetsnaz, le forze militari speciali russe, prima di essere inghiottiti nella portaerei che (nell’ultima scena) li porterà al fronte, verso i sentieri di steppe e le aspre montagne del Caucaso del Nord.

 

Il buco nero della Russia. Una delle regioni più ‘calde’ e ricche di insidie al mondo, dove la presenza spietata di Mosca e dei suoi accoliti non è bastata a stroncare gli antichi e indomiti aneliti indipendentisti (la presenza russa della regione risale allo zar Nicola I) né ad impedire che la crescente jiahdizzazione si sostituisse ai primi, finendo con l’identificarsi capziosamente con la causa del nazionalismo separatista di popolazioni di etnia mista e di religione prevalentemente musulmana.

 

 

Hotspot Cecenia e Daghestan. Due repubbliche “sorelle” della Federazione russa, unite da un passato comune di lotta contro l’annessione forzata all’impero russo, e da un  presente che le vede islamizzarsi, pericolosamente, sempre più.

 

Il big bang è l’invasione del Daghestan da parte di ribelli ceceni filo jihadisti all’indomani della prima guerra russo-cecena (1994-96). Il  rischio di un fronte islamico unico lungo tutta la regione scatena Putin e il secondo atto della guerra russo-cecena (1999-2009). Mosca riconquista Grozny ‘con il sangue’, quando oramai la causa nazionalista si è trasformata in una islamista con una marcata componente jihadista antirussa.

 

Cecenia e Dagestan hanno esportato (e continuano a farlo) molti dei foreign fighters in giro per il mondo, innestando una questione di nazionalismo interno in uno scenario globale.

La Cecenia “pacificata” dal pugno di ferro di Ramzan Kadyrov e dal braccio armato di Mosca, ha riversato nel corso degli anni molti degli ex combattenti nelle aree limitrofe, innanzitutto in Daghestan, dove si è aperto un conflitto inter-settario tra la corrente sufita, un tempo prevalente, e quella più radicale dei salafiti.

 

I pochi rapporti disponibili (e di fonti accreditate) sul Daghestan e sulla guerra segreta di Putin fotografano una situazione ai limiti della esplosione, un cocktail micidiale di guerriglia jihadista, malcontento generalizzato verso il Cremlino, corruzione pervasiva, costanti violazioni dei diritti umani.

 

Il Daghestan è la più povera, la più instabile, la più multietnica e la più musulmana tra le repubbliche del Caucaso settentrionale. La sua popolazione, circa tre milioni di persone, compone un mosaico etnico complesso. Oltre 30 gruppi etnici, con una predominanza di avari, dargua, laki, ceceni-ingusci, komi. I daghestani non esistono. La maggioranza di questo popolo composito vorrebbe, a quanto pare, rompere il cordone ombelicale con ‘madre Russia’ in nome di uno Stato islamico indipendente, che sia sotto la bandiera dell’ISIS o nelle vesti di un risuscitato Emirato del Caucaso, proclamato nel 2007 e progressivamente confluito nel primo.

 

Il Cremlino guarda il diavolo negli occhi e che in quelle terre indocili manda i suoi uomini migliori  “perché un Paese è considerato forte se può difendere se stesso.”

C’è poco tempo per ricordare Dima. L’imboscata che lo ha ucciso quella notte in cui piovevano pallottole, il tentativo di salvarlo, di fermargli il sangue. L’uomo che lo ha freddato è anche lui ‘un padre orfano’ del figlio. Glielo hanno portato via e lui ha imbracciato le armi. “What a crazy fucking system”, dice uno commilitone.

 

Alexander Abaturov è entrato, con prevedibile difficoltà e comprensibile circospezione, all’interno di un centro di addestramento per le future forze speciali russe, nelle camerate dei giovani militari dalle teste rasate. Prevedibilmente non ci sono commenti o illazioni, men che meno critiche. Cosa pensano e cosa sentono questi ragazzi sta a noi immaginarlo.

 

“Ragazzi, il vostro addestramento è finito, domani farete il giuramento, ci aspetta un duro compito”, ricorda il comandante, “lavoreremo insieme nel Caucaso nel Nord, combatteremo il terrorismo. Dovete essere forti, mostrare coraggio, eroismo e soprattutto resistenza.” (Comandante)

 

Saranno all’altezza del compito, hanno giurato di servire con onore la libertà, l’indipendenza e la patria. E poco conta se uno di loro scimmiottando il comandante si lascia sfuggire una smorfia burlesca. È pur sempre un giovane dalla testa rasata e la maglia a strisce.

 

 

“Now we are going to war, we are going to kill”