“Ci costruiremo un rifugio e ci dormiremo, possiamo anche farci una coperta per la notte.”

 

Il gusto dell’avventura dei bambini per sentirsi adulti. Peccato che non siamo in un ritiro dei boy scouts ma seduti su una inimmaginabile mole di rifiuti di plastica. Il parco giochi di Yi Jie, Ah Zi, Hi Qiu, un piccolo impianto per il riciclo della plastica nella città di Tsingtao, nello provincia orientale dello Shandong.

 

Gli sguardi di questi bambini, sorridenti, dolcissimi, mai smaliziati, sono un vero e proprio dono di PLASTIC CHINA, il documentario di Jiuliang Wang. Un manifesto politico, una denuncia pacata e toccante dei mali di un consumismo insaziabile che lega la Cina a doppio filo al resto del mondo avanzato.

 

A Tsingtao ci sono circa 5000 officine per il riciclo della plastica con conseguenze ambientali terrificanti. Distese di rifiuti su cui brucano pecore sparute. “Iniziano a perdere peso perché mangiano plastica. Quando le aprono al macello, i loro stomachi sono pieni di plastica“, racconta un uomo che un tempo, probabilmente, era un pastore.

 

Nel porto di Tsingtao approdano i nostri scarti, i nostri rottami, le nostre cattive abitudini. La Cina è il primo importatore al mondo di rifiuti (plastica, carta e metallo) con dieci milioni di tonnellate all’anno provenienti dagli Stati Uniti, Europa, Giappone.

 

Oltre 7 milioni di tonnellate di plastica, 29 milioni di carta. Il rapporto preferenziale è con gli Stati Uniti che nel 2016 hanno spedito in Cina più di un milione di tonnellate di rifiuti di plastica e 13 milioni di carta, per un valore complessivo di oltre 5 miliardi di dollari, secondo quanto riportato dal Institute of Scrap Recycling Industries.

 

Un rapporto win win che ha contribuito a fare della Cina la fabbrica del mondo (grazie all’utilizzo di input produttivi ottenuti dalla catena del riciclo) e generato oltre 150 mila posti di lavoro nella industria americana di settore.

 

Il basso costo del lavoro, l’assenza di tutele sindacali, il controllo sulla informazione hanno reso la Cina il posto ideale in cui riversare i nostri rifiuti, con grande convenienza dei cinesi, almeno fino al 18 luglio 2017, quando il governo di Pechino ha notificato alla WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’introduzione, a partire dal 1 gennaio 2018, del divieto di importazione per una ampia categoria di rifiuti solidi. Tra le 24 tipologie indicate, c’è molta plastica (polimeri di etilene, cloruro di vinile, Pet) e molta mixed paper, carta indifferenziata (giornali volantini, etc.), economicamente meno conveniente perché già isolata dal cartone.

 

Secondo le dichiarazioni ufficiali di alcuni funzionari di governo sarebbe proprio questa una delle ragioni che avrebbe spinto Pechino a introdurre il divieto. La maggior parte del materiale che arriva è contaminato, non adeguatamente pulito, oppure, nella maggior parte dei casi, frammisto a materiale non riciclabile. Il che significa molto lavoro manuale necessario a differenziare i rifiuti (una attività che può essere svolta solo manualmente) e  bassa qualità degli stessi per il riciclo in nuovi prodotti.

 

La decisione della Cina di focalizzarsi sul ‘suo inquinamento’ è un vero e proprio colpo per il Primo Mondo, fermo nei suoi modelli di consumo, paralizzato nei suoi vizi.

 

Mostrando i costi umani e ambientali di un modello di smaltimento dei rifiuti made in West, che scarica le sue esternalità negative sugli altri, PLASTIC CHINA ha catturato l’attenzione di tantissimi cinesi. Il governo cinese è stato costretto ad intervenire con la campagna contro il ‘foreign garbage’, una mossa decisa in risposta, tra l’altro ai molti scandali che hanno colpito l’industria del riciclo:  dal traffico illegale di rifiuti scaricati nelle discariche, alla contaminazione di rifiuti tossici da parte di ‘cattivi esportatori’, americani e inglesi in testa.

 

Kun, una delle figure centrali di PLASTIC CHINA, un tempo non molto lontano (non ha nemmeno trent’anni) era un contadino come tanti, ora è il boss di un piccolo impianto per il riciclo della plastica, dove vive circondato da rifiuti e insalubrità con la moglie, la madre e il piccolo QiQi di quattro anni.

 

“Mi guadagno da vivere riciclando plastica, non è male per un contadino. Non so fare altro per mantenere la mia famiglia.”

 

Peng lavora per lui, a sei dollari al mese. Tutta la famiglia di Peng lavora nella spazzatura. Un lavoro sporco che solo Peng (malgrado gli improperi e gli attacchi di Kun) è disposto a fare. Rovistano tra i rifiuti, selezionano quelli riciclabili, li separano dagli scarti, li lavano.

 

“Sono qui da quattro anni. Mi hanno diagnosticato l’artrosi. Non posso mantenere la mia famiglia, ho cinque figli. Non sono andato a scuola, sono come un uccello che vola qua e là a cercare cibo. Il prossimo anno torneremo a casa, nello Sichuan, lì i bambini potranno andare a scuola, da noi la scuola è gratis.” (Peng)

 

 

Senza Peng, Kun non potrebbe portare avanti la produzione, la trasformazione della plastica in una poltiglia grigia da cui si ottengono piccole palline grigie vendute per essere utilizzate nella creazione di nuovi oggetti di plastica. Il ciclo infinito della plastica. Senza Peng, che brucia e respira tutta la plastica ‘non processata’, Kun non potrebbe nutrire le sue ambizioni, mandare il figlio a scuola, portare la madre a Pechino, comprare una nuova auto.

 

“Voglio comprarmi una macchina e farmi vedere al villaggio. Anche l’uomo più povero aveva una macchina quando sono andato al matrimonio di mia sorella.” 

 

“Tutto quello che guadagno è investito nello stabilimento [..]. Dopo che abbiamo finito con la produzione, possiamo permetterci la retta per la scuola, costa 65 dollari al mese. Il costo della elettricità è aumentato, questo mese 800 dollari, poi ci sono le tasse allo Stato.” (Kun)

 

Peng è un alcolizzato e non sembra avere a cuore il futuro dei suoi quattro figli. Il quinto nascerà sotto i nostri occhi in mezzo ai rifiuti. La madre ha smesso di rovistare la plastica pochi minuti prima di darlo alla luce e riprenderà pochi minuti dopo. Per cena i pesci pescati da Yi Jie e Ah Zi nei fiumi-discariche, dove non c’è più vita.

 

Ma è su i bambini che Jiuliang Wang rivolge la sua attenzione, sulla piccola Yi Jie, dagli occhi dolci, penetranti e vivaci. Ha undici anni e non può andare a scuola perché suo padre non può permetterselo. Il mondo per Yi Jie è tutto lì, annidato sotto le alte colline di plastica, dove possono nascondersi veri e propri tesori: una Barbie rotta, occhiali da sole, pupazzi sonori, rossetti nuovi, una sim card olandese con un messaggio: Welcome to China. Le figurine di un libro di animali in lingua inglese sono una scuola per Yi Jie; copiare i nomi, imparare a scrivere goat, duck, chicken

 

Caustica e chiara la denuncia di Jiuliang Wang sulle condizioni in cui vivono i bambini in Cina rispetto ai loro coetanei occidentali.in Cina.

 

Kun vuole che QiQi vada a scuola e vorrebbe che ci andasse anche la piccola Yi Jie. Per lui la scuola è importante, è ciò che fa la differenza tra vivere a Pechino e tra quelle montagne di rifiuti e quell’acqua stagnante che scola dai macchinari, putrida e infetta, con cui la piccola Yi Jie si lava la faccia.

 

 

Jiuliang Wang lascia al tema delle disuguaglianze il messaggio finale di PLASTIC CHINA, in un susseguirsi di scene eloquenti.

 

La scuola di QIQi, lo scintillante salone delle auto dove Kun acquista la sua berlina (11 mila dollari a rate), la gita a Pechino con tutta la famiglia per visitare il mausoleo di Mao Tse-Tung, come ha sempre desiderato la madre. Peng, lui invece è in una stazione degli autobus con Yi Jie e Ah Zi. Non ha i soldi per comprare i biglietti per il viaggio. 85 dollari costa tornare a casa nello Sichuan, dalla madre, dove i suoi figli potranno andare a scuola.

 

“All the people will have a well-off life!” cosi recita lo slogan che scorre davanti al mausoleo del Grande Timoniere. 

 

 

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