Sembra passato un secolo, anni luce da quel 13 settembre 1993, quando sul prato della Casa Bianca due esitanti mani si avvicinano l’una all’altra alla presenza del presidente degli Stati Uniti e dei fotografi accorsi numerosi da ogni angolo del mondo per immortalare il momentum. L’evento è di quelli che passano alla Storia, che scrivono il destino di un popolo, che scandiscono la nascita di un nuovo corso.

 

Yitzhak Rabin e Yasser Arafat si stringono la mano, Bill Clinton accompagna platealmente il gesto, rimarcando simbolicamente la fatica di quell’incontro. Prima di calpestare il prato della Casa Bianca, i piedi dei legittimi rappresentanti di Israele e Palestina hanno percorso un lungo sentiero, irto di prevedibili difficoltà e battute d’arresto, ma lastricato di una insperata tenacia.

 

THE OSLO DIARIES, il documentario di Mor LoushyDaniel Sivan, presentato in anteprima mondiale all’ultimo Sundance Film Festival, è la ricostruzione, preziosa e commovente, della storia degli Accordi di Oslo attraverso i diari dei suoi principali artefici, uomini ai più sconosciuti, che dietro le quinte hanno magistralmente tessuto la trama di questa straordinaria e irripetibile diplomazia della pace.

Il materiale a cui attinge THE OSLO DIARIES è di prim’ordine. A cominciare dalla partecipazione di Shimon Peres, l’ultima testimonianza prima della sua morte. Molti i filmati d’epoca, le interviste ai sopravvissuti, la ricostruzione degli incontri segreti tra i negoziatori.

 

Dicembre 1992. Le relazioni tra israeliani e palestinesi sono al minimo storico. Nel tentativo di fermare gli spargimenti di sangue, il vice ministro degli Esteri, Yossi Beilin, avvia trattative informali e segrete con i palestinesi. L’ultima carta, l’unica.

 

Non esiste alcun documento ufficiale di questi negoziati, unicamente le memorie private di un gruppo di israeliani e palestinesi che si incontrano off the stage nei dintorni della città di Oslo: Ron Pundak, Yair Hirschfeld, Uri Savir Abu Ala, Mather al Kurd.

 

Gli 007 israeliani hanno il nome di Ron Pundak e Yair Hirschfeld. Non hanno nulla degli agenti segreti, due professori con un passato di ricerca sulla questione arabo-israeliana e nessun legame con il governo. Perfetti per il ruolo. L’eminenza grigia dei palestinesi è Abu Ala, Ministro delle Finanze dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Con lui in viaggio verso Oslo Mather el Kurd, tra i più stretti consiglieri di Arafat, e Hassan Asfour, un militante comunista particolarmente agguerrito.

 

“La copertura fu una conferenza accademica”, ricorda Ron Pundak, avevamo inviti falsi, brochure, tutto.. due israeliani e tre palestinesi questo era il summit accademico […]. Noi a differenza dei palestinesi rischiavamo l’arresto per alto tradimento, stavamo agendo fuori dalla legalità. [..] La prima stretta di mano fu piuttosto tesa, l’inizio fu piuttosto spiacevole, i palestinesi partirono con il piede sbagliato, paragonarono l’occupazione nazista a quella israeliana, posero subito sul tavolo la questione del ritiro dai territori occupati.”

 

Il canale segreto di Oslo è l’unica strada in questo momento per Peres e Rabin. La tensione fra Israele e Palestina è molto alta, Israele è in fiamme, l’Intifada è  ricominciata.

 

Yitzhak Rabin è stato eletto primo ministro nel giugno del 1992 sulla base di un programma che promette agli israeliani pace e sicurezza; dopo pochi mesi dall’inizio del suo mandato, è chiaro che ha fallito. La violenza aumenta senza sosta, il processo di pace è a un punto morto. E l’opposizione di Benjamin Netahnyau lo tallona.

 

I tempi sono maturi per una svolta. Arafat è sostanzialmente intrappolato a Tunisi (dove ha sede il quartier generale dell’OLP), e con poche prospettive di rompere lo status quo. Rabin è pronto ad assumersi il rischio della pace.

 

“Supereremo questo momento difficile, non mancherò il mio obiettivo: ottenere la pace”,  ribatte Rabin a chi ne chiede le dimissioni.

 

Il punto di partenza degli incontri segreti è la Striscia di Gaza.

 

“Con cuore pesante ci autorizzarono a continuare. Quando Peres lesse il documento contenente i punti dell’accordo, capì che aveva in mano qualcosa di esplosivo.” (Yossi Beilin).

 

Tra il candore delle nevi che avvolgono il ‘covo’, si tratta la pace, mentre a casa si continua la guerra. “Da domani nessun palestinese potrà uscire dai territori occupati [..]”. 

 

La decisione di Rabin di chiudere la Cisgiordania, in risposta alla ripresa del terrorismo palestinese, è una stilettata che arriva fino a Oslo. Le posizioni sono inconciliabili. I palestinesi chiedono l’attuazione della risoluzione ONU 242, il ritiro di Israele da tutti territori occupati dopo la Guerra dei Sei giorni del 1967. Per Israele la prima fase dei negoziati non deve e non può includere la questione di confini. Rabin spera che una roadmap, una intesa graduale, possa giocare a suo favore nella dura battaglia interna contro l’ostracismo dentro la Knesset e l’ostilità di una parte non esigua del popolo di Israele.

 

“I palestinesi non perdono mai una opportunità per perdere una opportunità.” (Uri Savir, Capo delegazione israeliano)

 

“Gli israeliani avevano respinto la nostra proposta, si rifiutavano di discutere dei confini in questa fase dei negoziati. La pace ci veniva offerta al prezzo di grandi compromessi. Abbandonare la pace o abbandonare la lotta, questa era la nostra scelta.” (Abua Ala)

 

In quasi tre anni di incontri, palestinesi e israeliani si sono conosciuti, scontrati, annusati blanditi. In qualche caso si sono piaciuti come è accaduto a Nabil Shaath e Amnan Shahak, rimasti amici fino alla morte di quest’ultimo nel 2012.

 

Giorni e notti (molte) ad intrecciare i fili dell’ordito impossibile, la costante diffidenza reciproca che si allenta, si esorcizza  – “Un terrorista mi ha baciato, oh Dio!” (Joel Singer Capo consulente legale dello Stato di Israele) –  senza scomparire mai del tutto.

 

Sgomento e rassegnazione travolte dalla determinazione e dal coraggio dei ‘cospiratori della pace.’

 

“Abbiamo passato tutta la notte a smussare le nostre posizioni, a trovare un compromesso sulle cinque questioni aperte. Questa notte è nata la Dichiarazione di Principi per la pace tra Israele e l’OLP.” (Ron Pundak)

 

Per la prima volta nella loro tormentatissima storia, israeliani e palestinesi fanno i conti con le rispettive esistenze. I palestinesi riconoscono lo Stato di Israele in cambio del loro stesso diritto ad esistere come nascente Autorità palestinese con poteri di legittima rappresentanza di tutto il popolo palestinese (Oslo A) e di governo sulla Striscia di Gaza e di parte della Cisgiordania. È il cosiddetto Oslo-B, il core dello storico accordo. Cinque anni di tempo per sistemare tutte le questioni aperte: lo status della città di Gerusalemme, il diritto dei rifugiati a ritornare nei territori occupati, le frontiere della nuova Autorità. Nessuna menzione o allusione alla creazione di uno Stato palestinese alla fine del periodo di transizione.

 

La ‘Versailles della Palestina’, cosi Edward Said, il celebre intellettuale palestinese, bolla gli Accordi di Oslo. La Cisgiordania è divisa in tre sezioni: una zona A con sei città sotto pieno controllo palestinese, una zona B posta cogestita da israeliani (sicurezza militare) e palestinesi (amministrazione civile) e una zona C (più di due terzi della West Bank) sotto il completo controllo israeliano. Una ripartizione ancora in piedi, modificata nei fatti dalla politica degli insediamenti israeliani nella zona C, intensificatasi a dismisura negli ultimi anni.

 

Nella capitale norvegese la notizia dell’Accordo si diffonde, i media danno invano la caccia ai negoziatori segreti, la televisione trasmette lo scoop dello storico riconoscimento israeliano dell’OLP. “Non ne so nulla, non c’è nessun riconoscimento”, si affretta a smentire Beilin. Ma il circolo vizioso della violenza, degli attentati e delle ritorsioni si è già messo in moto. Il Likud, il partito delle destra nazionalista guidato da Netahnyau dà il via alla campagna contro ‘i traditori del popolo d’Israele’.

 

Le immagini della cerimonia segreta per la firma dell’accordo sono tra le più emozionanti di THE OSLO DIARIES.

 

“Voi siete i vicini con cui vogliamo vivere” (Uri Savir) “Ora inizia la battaglia più difficile, la battaglia per la pace.” (Abua Ala)

 

“Era strano, eravamo quindici di noi dopo centinaia di ore di negoziati, non c’era alcun senso di euforia o di gioia ma una sorta di pesantezza, di estraneità.” (Uri Savir)

 

Il 13 settembre 1993 alla Casa Bianca le lancette della Storia per un attimo si fermano. “Il tempo per la pace è arrivato”, annuncia Rabin. Arafat è irremovibile. Indosserà la divisa militare e non un abito civile, come vorrebbe Bill Clinton.

 

 

Memorabile la sua postura di paciere di fronte alla palese esitazione del primo ministro israeliano ad avvicinarsi ad Arafat. Eppure è quell’indugiare, composto e onesto, che ci rende, forse più di ogni suo discorso, la grandezza dello statista, del politico capace di mettere da parte l’uomo, sacrificando le sue convinzioni più intime in nome della forza della ragione.

 

“Era contro l’OLP. Il suo cuore non era li […]” (Shimon Peres)

 

Quello che è successo dopo quel 13 settembre è stata il progressivo affossamento del processo di pace nato a Oslo.

 

“La più grande tragedia di Oslo è stata la mancanza di visione dopo la cerimonia alla Casa Bianca. Rabin e Peres non hanno detto chiaramente che la creazione di uno Stato palestinese era all’orizzonte.” (Ron Pundak)

 

Il 4 maggio 1994 la prima fase degli Accordi di Oslo viene implementata con la firma dell’Accordo del Cairo alla presenza del presidente egiziano Mubarak. Gaza e Gerico passano all’Autorità palestinese. I negoziati che precedono l’incontro ufficiale al Cairo si sono svolti nel clima incandescente del massacro di Hebron, dove il 25 febbraio 1994, un colono israeliano, Baruch Goldstein, uccide 29 palestinesi in preghiera sulla tomba dei Patriarchi.

 

 

“Un ebreo che uccide è un assassino. Un ebreo che uccide fedeli alle spalle in un luogo sacro per noi e per gli arabi è un nazista non un ebreo.” (Rabin alla Knesset) 

 

14 giorni dopo il massacro di Hebron iniziano le ritorsioni palestinesi. 21.000 palestinesi sono stati arrestati.

 

“[..] il nostro popolo stava perdendo fiducia nel processo di pace”, ricorda Saeb Erekat, capo delegazione palestinese, “l’82% dei palestinesi era a favore degli Accordi di Oslo, ma gli israeliani continuarono la politica degli insediamenti e delle demolizioni. Perché se era in netto contrasto con gli impegni assunti? I nostri incubi diventavano realtà. Ma sapevo in cuor mio, che non dovevamo mollare.”

 

Il 1 giugno 1994 Arafat torna in Palestina, riprende i toni duri della lotta, arringa la folla, ma di fatto la Palestina è stata formalmente divisa e gli autobus a Gerusalemme continuano a saltare in aria. Nel settembre del 1995, a Taba, il negoziato tocca il punto più vicino al fallimento, arenandosi sul ritiro di Israele dalla Cisgiordania.

 

“In base agli Accordi Israele si sarebbe ritirato da gran parte della Cisgiordania, i palestinesi si aspettavano di ricevere il controllo sui territori, invece Israele chiese, a sorpresa, il ritiro graduale e solo per il 2% dei territori. Il restante 98% sarebbe rimasto sotto il controllo dell’esercito israeliano. Fu una umiliazione per Arafat che abbandonò il tavolo.” (Mather el Kurd)

 

Poche ore dopo Abu Ala viene ricoverato in ospedale per un collasso. Le trattative tuttavia riprendono, avanzano, miracolosamente, malgrado le minacce di morte che piovono su Arafat. È il leader palestinese in questo momento a pagare il prezzo più alto. Ma ‘il giorno dei risultati’, come lo definisce Rabin, arriva.

 

“Oggi l’esercito israeliano controlla più di due milioni di palestinesi, governa le loro vite. Non è una soluzione per la pace, possiamo continuare cosi, continuare a combattere, oppure possiamo dare una possibilità alla pace.”

 

Il 4 novembre del 1995 il partito laborista organizza una grande manifestazione a sostegno della pace di Oslo. Sulle prime Rabin non è d’accordo, teme che la gente ‘non uscirà dalle loro case’, che il popolo di Israele diserterà la Piazza dei Re di Israele. Sono in tanti invece ad uscire di casa, fiumi di folla, soprattutto giovani.

 

 

Pochi giorni prima, Binyamin Netanyahu ha radunato il suo popolo per una contro-manifestazione di protesta contro gli Accordi, aveva dichiarato “Metteremo fine a tutto questo, la nazione è più forte di questo governo.”

 

Più forte è di certo la mano di Yigal Amir, il fanatico religioso che la sera del 4 novembre del 1995 stronca la vita di Rabin e con essa le speranze di pace. Yigal Amir non è un lupo solitario, la protesta contro gli accordi con i palestinesi e contro l’uomo che li incarnava ha molti proseliti e in Binyamin Netanyahu una guida carismatica. “A morte Rabin“, il tam tam fra la folla che Bibi non mette a tacere.

 

La morte di Rabin è quasi immediata. Sulla piazza in festa fino a un attimo prima cala la gelida consapevolezza che con lui qualcosa se n’è andato per sempre.

 

“Ricordo di non averlo mai visto cosi felice come quella sera. Lo conoscevo da 50 anni e non lo avevo mai visto cantare. Cantammo tutti insieme una canzone per la pace. «Don’t say the day will come, bring the day».” (Shimon Peres)

 

La tragica uscita di scena di Rabin accelera il processo di polarizzazione nel Paese e la sua  deriva nazionalista. La strategia terroristica di Hamas mina il consenso verso il partito socialista a tutto vantaggio del Likud, tradizionalmente ostile al ritiro di Israele dai territori occupati e alla nascita della AP. Alle elezioni del maggio 1996, con il 50,4% dei voti  Binyamin Netanyahu batte Simon Peres e tutto l’impianto costruito a Oslo.

 

Con la sconfitta politica di Peres si chiude definitivamente un’epoca, la Storia volta pagina, cosi come i negoziatori di Oslo. Joel Singer si è trasferito negli Stati Uniti, dove oggi lavora come consulente legale per una delle più grandi aziende di Washington; Uri Savir ha lasciato la politica per dirigere una organizzazione che promuove l’impegno dei giovani a favore della pace; Abua Ala è stato primo ministro della AP e ha preso parte ai negoziati di pace fino al 2008. Lui e Uri Savir sono ancora amici.

 

A Camp David nel luglio del 2000 è oramai chiaro che l’accordo tra Israeliani guidati dal nuovo primo ministro Ehud Barak (che ha sconfitto Netanyahu nel 1999) e palestinesi su Gerusalemme, il ritorno dei rifugiati palestinesi e la definizione dei confini non è possibile. Scoppia la seconda Intifada.

 

Dal collasso del processo di pace nel 1996 ad oggi, più di 16 mila persone, tra israeliani e palestinesi, hanno perso la vita. Gli insediamenti israeliani sui territori occupati, (oltre la green line, in aperta violazione dello spirito e della lettera degli Accordi) sono passati da 115 mila nel 1993 a 382 mila nel 2017 (dati dell’Istituto nazionale israeliano di statistica). Il controllo di Hamas su Gaza e l’ascesa della destra nazionalista in Israele hanno aggravato il quadro.

 

Shimon Peres è morto il 28 settembre del 2016. THE OSLO DIARIES raccoglie la sua ultima intervista.

 

“Pensa ci sarà mai la pace tra israeliani e palestinesi?”

 

                                                “Non c’è alternativa alla pace.” (Shimon Peres)