“Sono cresciuta con i tuoi silenzi, con i tuoi sensi di colpa per essere sopravvissuto.”

 

È una figlia che parla al padre, Neary Adeline Hay, giovane documentarista autrice di ANGKAR, presentato a Parigi all’ultima edizione del festival internazionale del documentario Cinéma du Réel.

 

Per trenta lunghi anni Khonsaly Hay ha vissuto l’oblio forzato della memoria, rifugio della mente umana quando il peso dei ricordi è insopportabile e il rapporto con il passato inconciliabile.

 

“Era l’Anno Zero. L’inizio di una nuova era. Tutto quello che eravamo stati fino a quel momento non esisteva più. Tutto quello che avevamo ci venne tolto. Innanzitutto la nostra identità individuale e collettiva. Da quel momento eravamo persone nuove, in un mondo nuovo fatto di violenza, di silenzi e di morte. Angkar, ‘l’organizzazione’, non aveva forma, non aveva volto, ma aveva occhi ovunque.” (Khonsaly)

 

Khonsaly Hay è un cambogiano. Era un farmacista quando la rivoluzione nichilista dei Khmer Rossi si scatenò. Nella seconda metà degli anni Settanta. Come altre vittime degli orrori della storia, Khonsaly “ha perso la memoria” per trenta lunghi anni, fino al giorno in cui ha deciso di rimestare nel passato, lasciando riaffiorare in superficie  quel pezzo di vita, in fondo breve, ma infinito nella sua scia.

 

ANGKAR è la storia del suo viaggio a Ta Saeng, il villaggio dove ha vissuto quatto anni, dove ha rischiato di morire innumerevoli volte, da dove è riuscito a fuggire portandosi dietro il senso di colpa di essere sopravvissuto ad uno dei peggiori inferni sulla terra che il Novecento possa annoverare. Il genocidio di circa due milioni di cambogiani per mano dei propri connazionali. Un mondo oscuro fatto di violenza e di silenzi.

 

A Ta Saeng Khonsaly incontra “gli altri sopravvissuti”, i suoi carnefici, gli aguzzini, le guardie, le spie, i tagliagole Khmer. Tutti si ricordano di lui ma lui non ricorda nessuno. La rimozione ha scavato in profondità. Pat è vecchio, curvo e raggrinzito.  Era l’esecutore del campo. “Sono ancora tutti vivi, uno schifo, i fratelli Koy, Taso, tutti vivi!”

 

“Anche il tagliagole, Moeung Sang?” (Khonsaly)

“Si, oggi è il vice capo del villaggio. Ma è un ignorante.”

 

Se la ride il vecchio Pat al pensiero di Moeung Sang, un tempo scannava i “nemici della ideologia”, tagliava gole, un modo efficiente per risparmiare pallottole. Ora è entrato in politica, amministra il villaggio. Fa bene a ridersela il vecchio Pat.

 

“Era un mercoledi, il 17 aprile del 1975, quando i Khmer Rossi divennero i padroni della Cambogia. Ci evacuarono immediatamente da Phnom Pehn, ci fecero camminare per giorni, non sapevamo cosa ne sarebbe stato di noi, c’erano corpi dappertutto. Dall’alba alla sera nei campi di lavoro con razioni da fame. Angkar aveva trovato un modo industriale per liberarsi dei più deboli di noi.”

 

Nel lugubre laboratorio di ingegneria sociale della Cambogia Anno Zero, “l’uomo sociale” Khonsaly era il nemico più pericoloso, il prototipo di quella borghesia urbana a cui estirpare chirurgicamente il passato e iniettare nuova identità.

Chiunque fosse solo sospettato di influenze occidentali doveva essere eliminato. Era sufficiente parlare una lingua straniera o indossare un cappello western style (affatto inusuale in una ex colonia francese) per morire.

 

A migliaia furono i cambogiani deportatiti dalle città alle campagne verso i nuovi working field, destinati ben presto a diventare killing field. Insegnanti, medici, avvocati, commercianti, giornalisti. La cosiddetta New People. La neonata Repubblica Democratica di Kampuchea apparteneva alla Old People, ai contadini della tradizione khmer (l’etnia predominante in Cambogia), che “non erano stati contaminati dal capitalismo, dalla modernità, dall’Occidente. Tutto quello che conoscevano era la terra che coltivavano, gli animali che allevavano. Cantavano canzoni rivoluzionarie tutto il giorno [..]. Divennero spie, informatori, soldati, esecutori.” (Khonsaly)

 

I Khmer Rossi (fu il re Norodom Sihanouk a dare  questo nome al movimento), nacquero nel 1967 come braccio armato del Partito Comunista di Kampuchea, un ramo dell’ Esercito Popolare del Vietnam del Nord. Arrivati al potere nel 1975, i Khmer di Pol Pot, il ‘Fratello numero 1’, abolirono la religione, bandirono le scuole, chiusero gli ospedali, eliminarono i monaci buddisti, rasero al suolo i templi. L’unico credo pseudo religioso era Angkar, l’organizzazione. Contro le minoranze, cinesi, vietnamiti, tailandesi, un vero e proprio pogrom. Il più cruento fu contro la minoranza musulmana dei cham.

 

“Non provavi pietà per noi?” chiede Khonsaly alla vecchia guardia. “Si, camminavo tra i deportati, parlavo con loro.”

 

 

Cammina per la città Khonsaly, raccoglie i suoi ricordi, visita luoghi. La sua vecchia casa, la farmacia.

 

“Non voglio chiamarli Khmer Rossi, c’è la parola Khmer e la gente la associa al regime. Quando penso ad Angkar, preferisco parlare di comunisti.”(Khonsaly)

 

Tra le ideologie mortifere del ‘Secolo breve’, l’utopia di stampo maoista-stalinista realizzata in Cambogia nella seconda metà degli anni 70 è stata probabilmente la più crudele, la più macabra. Un quarto dei 7 milioni della popolazione morì durante i 3 anni, 8 mesi e 20 giorni di uno dei più radicali esperimenti sociale mai realizzati: la trasformazione della Cambogia in una società agraria comunista, una grande cooperativa rurale sul modello dei gulag di staliniana memoria. Un popolo ridotto in totale schiavitù, annientato da malattie, malnutrizione, stremato dai lavori forzati, ucciso da torture agghiaccianti. Tutte meticolosamente riportate nei rapporti dei carnefici e nelle numerose fosse comuni.

 

Ta San, la spia. “Fammi pure le tue domande, non ho paura di niente Non c’è sangue nelle mie mani, le mie mani sono pulite. Sono stato una spia solo per un anno. È stata molto dura.”

 

“Io e tua madre siamo stati sposati contro il nostro volere – racconta Khonsaly alla figlia  Neary Adeline – senza conoscerci, insieme ad altre 20 coppie. Un soldato Khmer disse «Angkar vi unisce». Noi dovevamo creare una nuova generazione per il partito. Non c’era amore, non c’erano sentimenti, erano proibiti.” (Khonsaly)

 

La società non esisteva più, né la famiglia né nessun altro legame, mariti separati dalle mogli, genitori dai figli: solo l’uomo automa al servizio nella nuova società comunista senza classi.

 

“Io, mio fratello e mio cugino dopo un mese nel campo decidemmo di fuggire in Thailandia. Eravamo ancora giovani potevamo farcela. Lasciai la mia famiglia in mezzo a una massa di deportati. I soldati di Angkar erano dietro di noi, ci braccava. Dopo cinque giorni nella giungla ci portarono in un villaggio chiamato Ta Saeng, quel giorno conobbi Ta Sao, il capo del distretto, Pat, l’esecutore, Moeung Sang, il taglia-gole, Ta San, la spia.” (Khonsaly)

 

“È stata molto dura durante il comunismo, se ci avessimo pensato meglio [..], ma devo ammettere che non abbiamo fatto le cose per bene, molti dei nostri rapporti erano sbagliati esagerati, ogni cosa assumeva dimensioni gigantesche” (Ta Sao)

 

Molte cose erano “gigantesche” a quel tempo. L’intera regione, l’ex Indocina francese, era avvolta nel fuoco della guerra in Vietnam. Attraverso il famoso sentiero di Ho Chi Minh, che collegava il Nord e il Sud del Vietnam, per anni i comunisti vietnamiti infiltrarono armi e uomini per sostenere i guerriglieri vietcong che combattevano nel Sud del Paese con il benestare di Sihanouk, convinto che i vietcong avrebbero avuto la meglio sugli americani. Ai quali pure lasciò mano libera di bombardare le basi vietnamite nella parte orientale della Cambogia.

 

 

La pioggia di bombe scatenata dai B 52 americani fu determinante nella radicalizzazione ideologica della guerriglia dei Khmer, accolti come liberatori quando conquistano il Paese il 17 aprile 1975, dopo aver sconfitto il governo filo americano del Generale Lon Nol (autore nel 1970 di un colpo di stato che aveva detronizzato Sihanouk) e messo la parola fine ad una devastante guerra civile che durava da cinque anni.

Resteranno al potere fino al ’79, quando l’invasione del vicino Vietnam (in risposta ad una serie di provocazioni dei Khmer lungo la frontiere) porrà fine all’utopia radicale degli asceti di Mao. Fu solo allora che emersero le atrocità perpetrate dagli uomini di Pol Pot, quando migliaia di persone affamate e spossate si riversarono nella vicina Thailandia, mentre la Cambogia si avviava a finire sotto il giogo vietnamita per un decennio. Spalleggiato da Pechino e ospitato da Bangkok, Pol Pot, oramai una pedina nel gioco della geopolitica anti vietnamita, e quindi anti sovietica, seppe tuttavia usare bene gli interstizi che l’equilibrio bipolare offriva, riuscendo ad assicurare al suo governo in esilio, lungo tutto il decennio degli anni 80, il riconoscimento degli Stati Uniti e di molti altri paesi, nonché un seggio alle Nazioni Unite.

 

Si avvia al termine il viaggio di Khonsaly alla riscoperta di luoghi e di volti, riesumando ricordi sepolti sotto il terriccio del silenzio della vergogna per essere vivo. Non c’è odio né rancore in lui, solo silenzio.

 

“Sono felice di vedere la Old People. Sono un sopravvissuto tra milioni di morti. Tre anni, 8 mesi e 20 giorni come se non fossero mai accaduti, come se avessi sognato tutto quell’orrore. Dopo la caduta del regime sono fuggito con l’intenzione di non tornare mai più. Anni dopo ho scoperto cosa era accaduto alla mia famiglia, furono ammazzati tutti il 7 gennaio 1979, il giorno in cui Angkar crollò. Mi sono chiesto spesso perché sono sopravvissuto, proprio io. Per raccontare questa storia, perché questa storia è la vostra memoria.

 

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