“Voglio solo girare il mondo per un anno riprendendo tutto quello che mi passa davanti.”

 

Lo ha fatto Michael Glawogger, documentarista austriaco di fama mondiale, regalandoci un fiume in piena di immagini che rompono gli argini da subito, inarrestabili, senza controllo, sempre intensissime.

 

Oltre quattro mesi di riprese in una dozzina di paesi, UNTITLED, potente, emozionale e umanissimo è l’ultimo lavoro di Glawogger. Non ci sarà un altro saggio della sua straordinaria capacità di immergersi nel reale poetico del mondo.

 

Nell’aprile del 2014, a soli 54 anni, Glawogger muore di malaria, nel mezzo del suo viaggio senza fine. Il suo viaggio terreno, invece, si è fermato in Liberia, alla fine della Africa, mentre stava girando il suo viaggio senza fine “per fare il film più bello che potevo immaginare, quello che non si ferma mai..”

 

UNTITLED, realizzato dalla montatrice di Michael Glawogger, Monika Willi, è una “accozzaglia” di luoghi, di volti, di suoni, di voci (mai tradotte), raccolte attraverso i diari e le riprese dell’autore.

 

 

Un viaggio senza meta, un film senza trama, eppure capace di snodarsi attraverso un percorso visivo in cui ogni paesaggio, ogni corpo, ogni spazio sono legati fra loro in una narrazione minuziosa, sensata, apparentemente casuale. Mai rappezzata.

 

UNTITLED non è un film sul nulla, è un film ‘sul molto’, sulle infinite combinazioni del nostro viaggio terreno alla scoperta dell’Altro, alla ricerca della essenza della Libertà, oltre lingue e confini. UNTITLED non è nemmeno un film senza trama, ma un copione che si rivela attraverso uomini, donne, animali e paesaggi, tutti comparse di quel palcoscenico umanissimo che è il mondo. Una babele globale che frastorna attorno alla quale Glawogger lascia tuttavia emergere chiaramente i suoi Leitmotiv: l’ambiente, la natura, gli animali, la povertà.

 

 

3 dicembre 2013 – Austria, Ungheria, Bosnia Erzegovina, Croazia, Serbia Montenegro, Albania, Italia, Marocco, Mauritania, Senegal, Guinea Bissau, Guinea, Sierra Leone, Liberia.

 

Dai Balcani all’Africa, dagli edifici senza vita crivellati dalla guerra ai deserti polverosi, dalle discariche a cielo aperto ai ghetti urbani del Terzo Mondo, dalle carogne sui cigli delle strade sterrate ai cani affamati di vita, dai setacciatori d’oro ai bambini a caccia di un tesoro dentro l’ultimo carico di l’immondizia tra cui rovistare.

 

Lottatori sulla spiaggia di Dakar, arbusti uccisi dal fuoco in un bosco anonimo, vagoni merci che fendono il vento del deserto in lotta per la sopravvivenza contro le dune. Una donna allatta il suo bambino, due uomini contano le mercanzie. Tutto intorno, il silenzio del deserto, profondo, intenso, vigile al passaggio dei cammellieri. Il silenzio tra le cime innevate dei monti balcanici, maestoso, surreale, terso. Il ronzio elettrico di una motosega è vita.

 

Il mondo animale e il suo rapporto con l’uomo è centrale in UNTITLED.

Il parto di una capra in una discarica è una delle sue scene più crude e viscerali. I primi passi claudicanti del cucciolo di capretto ci rammentano la commovente fatica di venire al mondo. Ma il mondo animale è anche spietato. Capre che si azzuffano tra i rifiuti, asini che si contendono spazi di libertà in uno sabbioso stallo del Senegal, vermi che divorano gaudenti la carcassa di un asino.

 

Mani africane filtrano l’arena, a caccia delle magiche pagliuzze dorate; mani spaccapietre di bambini, tutto il giorno seduti con un martello fra le gambe a frantumare pietre.

 

Frammenti dai Balcani.

 

“Scheletri di mattoni scoperti, rovine e vecchie case ancora intatte ma crivellate, come se avessero cicatrici su corpi malconci. In vent’anni nessuno si era preoccupato di liberarsi di quelle cicatrici, nessuno parlava più della guerra che però era ancora palpabile ovunque. Le case di chi era stato ucciso erano rimaste vuote, quelle vuote erano semplicemente nuove.”  (Michael Glawogger)

 

 

Fede e preghiera. Il traffico congestionato di una città africana interrotto da corpi genuflessi verso la Mecca, la cantilena tonante del muezzin si fonde con il raglio degli asini, in una chiesa serbai i piatti tradizionali della Pasqua ortodossa attendono la benedizione, i sermoni del predicatore africano si infrangono nella esuberanza dei canti e delle vesti delle donne.

 

Un grande mercato in una città slum, al buio, immersa in una cacofonia di suoni.

 

“[…] c’erano molti gradi di luce prima che tutto diventasse nero, quanto più viveva in queste notti senza elettricità tanto più luminose gli sembravano. Erano blu a causa delle pile elettriche e dei cellulari ed erano erano rumorose a causa dei generatori accesi in tutta la città … chissà a cosa sarebbero somigliati i minuti quando la luce si fosse spenta.”

 

In Liberia, dove ha trovato la morte, Glawogger sognava di diventare ‘invisibile’, di sparire ad Harper, un tempo Cape Palmas, uno dei primi luoghi di insediamento degli schiavisti americani,

Harper, sulla punta più meridionale dell’Africa occidentale, sull’oceano Atlantico, una città progettata con una grandezza quasi spensierata spaziosa e sonnolenta, dove si torna alla fine del ritorno a casa dopo la schiavitù, e dopo alla fine di una sanguinosa guerra civile (200 mila morti) combattuta tra i soldati governativi di Charles Taylor e le milizie ribelli. Dieci anni di atroci violenze, dieci anni di abusi sulle migliaia di bambini soldato arruolati dallo spietato dittatore.

 

“Una persona dovrebbe potersi nascondere. Dove se non qui? Ma lui era bianco bianco e straniero, avrebbe potuto vagare un po’ nei boschi senza farsi notare, ma presto o tardi sarebbe incappato in un villaggio alla fine sarebbe passato un poliziotto e se il suo passaporto non era più valido lo avrebbero riconsegnato al mondo da cui veniva. Non c’è nessun luogo cosi fuori mano da non avere bisogno dei documenti. Il mondo è tanto grande, ci deve essere un luogo dove nascondersi e non farsi trovare. Harper potrebbe essere quel luogo, all’estremità della Liberia [..]. In nessun posto esiste il nulla, ma qui il nulla era oramai molto vicino.”

 

 

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