Non fu solo ‘guerra delle pietre’, fu anche una guerra delle donne e per le donne la Prima Intifada palestinese (1987-1993) scoppiata nei territori occupati della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. Un fiume in piena difficile da arginare, un movimento di protesta poco noto e ingiustamente sottaciuto che fece della resistenza non violenta e della disobbedienza civile un’arma, efficacissima, contro l’occupazione israeliana.

 

NAILA AND THE UPRISING della regista Julia Bacha, combinando animazione grafica interviste e filmati d’epoca, porta sul grande schermo la storia di Naila Ayshel, una delle principali protagoniste dell’Intifada delle donne palestinesi.

 

Nel 1969 Naila aveva otto anni quando nel cortile della sua scuola a Ramallah sentì che soldati israeliani avevano demolito l’abitazione di Ibrahim Ayesh, suo padre. La sua casa sbriciolata, gli occhi smarriti del padre, ricordi che accompagneranno Naila tutta la vita, alimentando una profonda ostilità verso l’occupazione israeliana e una incrollabile vocazione da attivista di prima linea.

 

“In quel periodo senza il permesso israeliano ai palestinesi non era consentito commerciare i prodotti agricoli né viaggiare. Erano cittadini di seconda classe nelle loro terre. Ci furono molti arresti, Israele controllava ogni aspetto della nostra vita, perfino i libri di testo erano decisi dagli israeliani. Alle scuole superiori mi fu chiaro che l’unica soluzione era porre fine alla occupazione. E mi fu altrettanto chiaro che l’arma più importante per le donne era l’istruzione. Andai a studiare in Bulgaria con una borsa di studio, era una opportunità per studiare più liberamente e conoscere palestinesi da ogni parte, Siria, Giordania, Libano.” (Naila Ayshel)

 

Uno la colpì in particolare, Jamal Zakout, un attivista di Gaza. Amore a prima vista, i due tornati a Ramallah, si sposarono. Un legame costruito prima ancora che sull’amore, sulla comune consacrazione della loro unione alla lotta per la liberazione dei territori occupati dal 1967, da quando l’esercito israeliano, respingendo la coalizione sirio-egiziana-giordana con la Guerra dei sei giorni, ridisegnò la mappa del Medio Oriente.

 

“Avevamo scelto lo stesso destino, resistere all’occupazione.” (Naila Ayshel)

 

Naila entrò nel Fronte democratico per la Liberazione della Palestina, la frangia più radicale dell’OLP, facendosi promotrice della partecipazione delle donne al movimento di disobbedienza civile che andava formandosi, alla lotta contro l’occupazione militare, alla emancipazione femminile all’interno della loro stessa comunità. La sua attività era capillare e totale, Naila arrivava ai campi profughi, diffondeva in mezzo al pane volanti e istruzioni; una chiamata alle armi delle resistenza passiva, più che sufficiente a farla finire dietro le sbarre delle carceri israeliane.

 

“Mi ammanettarono e mi misero in una macchina. Mi portarono alla prigione di Maskubiya a Gerusalemme. Fui interrogata per due settimane, legata ad una sedia per giorni. Ero incinta e lo avevo detto.” (Naila Ayshel)

 

“Guardai dentro la storia, chiamai la polizia, negarono tutto” – racconta Oren Cohjen, un giornalista israeliano che aveva seguito la vicenda – “I servizi segreti facevano parte della macchina oliata per fiaccare lo spirito di resistenza.” 

 

Naila venne lasciata notti intere all’agghiaccio, gli venne negata ogni assistenza medica, fino a quando non confessò di essere un membro del Fronte democratico. Nel frattempo aveva perso il bambino.

 

Nel 1988 l’Intifada era esplosa in tutti i territori occupati. La reazione israeliana fu immediata e durissima. Dopo otto mesi dall’inizio delle proteste, 28 palestinesi furono  deportati, 200 uccisi. La deportazione colpì tutte le classi, giornalisti, medici, avvocati, non solo gli attivisti.

Jamal venne portato via sotto gli occhi di Naila e del piccolo Majed, appena nato. Erano  molte a Gaza le ‘vedove bianche’, donne di uomini uccisi, scomparsi o deportati come Jamal. Sarebbero state loro la spina dorsale della più coraggiosa battaglia pacifista e femminista che il Medio Oriente ricordi. Sarebbero state loro a costringere il mondo intero a guardare alla Palestina.

 

“Formammo un gruppo per famiglie con deportati, incarcerati, scomparsi. Eravamo l’unione delle donne. Nella società palestinese l’autorità era nelle mani degli uomini. La gente non voleva che le donne partecipassero alla vita politica.” (Naila Ayshel)

 

L’arresto di molti uomini aprì la porta alle donne, favorì il loro ingresso in posizioni di primo piano anche all’interno di al-Fatàh, il partito di Yasser Arafat.

 

“La nostra idea era che la battaglia, la protesta dovesse avvenire in diversi luoghi” – ricorda in una intervista Zahira Kamal, leader di spicco del movimento per i diritti delle donne all’interno dell’Unione democratica palestinese (il partito di orientamento socialdemocratico all’interno dell’OLP) – “volevamo organizzare un evento per donne palestinesi e israeliane, da donne a donne, un appello a tutte le donne [..]. L’Intifada non durò cinque anni perché i giovani palestinesi lanciavano le pietre contro i blindati israeliani. Fummo noi donne a renderla possibile.”

 

L’Intifada si estese rapidamente in tutti i territori occupati, la resistenza passiva fece del  boicottaggio dei prodotti israeliani la sua arma vincente: il 90% delle forniture dei territori provenivano da Israele.

 

“Dovevamo chiudere i negozi ogni giorno, appena ci arrivava notizia su un pezzo di carta a tutti noi negozianti e commercianti. era un movimento economico, non combattevamo con le armi.”  (Commerciante palestinese)

 

L’esercito israeliano impose il coprifuoco su oltre 200 mila palestinesi per punirli dello sciopero commerciale, ordinò la chiusura di tutte le scuole arabe della Cisgiordania per limitare la partecipazione degli studenti nella rivolta palestinese, tagliò elettricità e acqua. L’azione passò alle donne dell’Intifada. In breve tempo assunsero il comando della organizzazione politica e sociale della protesta, crearono e gestirono cooperative economiche, presidi sanitari, scuole clandestine; un vero e proprio governo della società civile con istituzioni parallele, un governo ombra che si sostituì al governo palestinese, riuscendo ad evitare il collasso della società e dell’economia palestinese strozzate dalla rappresaglia israeliana. La parola Intifada era diventata il termine più potente nel vocabolario palestinese.

 

Nel 1988 Naila fu arrestata di nuovo, nel cuore della notte.

 

“Mi chiesero di lasciare mio figlio. Mi portarono alla prigione di Telmond, per le prigioniere politiche. Sono stata tenuta in carcere senza accuse. Avevo visite ogni due settimane […]. Quando uscimmo di prigione Majed aveva un anno. Per suo padre era uno sconosciuto.” (Naila Ayshel)

 

 

Lasciare Ramallah, volare al Cairo, raggiungere Jamal. Naila ci aveva provato più volte, e ogni volte le era stato impedito di lasciare il Paese.

 

“Ci appellammo a tutte le organizzazioni umanitarie, per i diritti umani, perfino a un gruppo israeliano contro l’occupazione. All’interno della società israeliana c’erano molte persone solidali con l’Intifada. Centinaia di donne israeliane scesero in piazza vestite di nero per sostenere la nostra causa.” (Jamal Zakout)

 

Una concessione a caro prezzo, dilaniante come ogni partenza da cui non è possibile tornare indietro.

 

“Non potevo viaggiare, il solo modo che avevo era accettare di non tornare per due anni, avrei dovuto accettare due anni di esilio. Sapevo che Israele voleva svuotare le nostre terre dalla sua gente. Accettai, non avevo scelta. Al Cairo diventammo finalmente una famiglia.” (Naila Ayshel)

 

 

“Per la prima volta non aspettavamo istruzioni da fuori. Il coinvolgimento della società civile era totale, dalle università alle famiglie, ai sindacati. L’establishment israeliano era scioccato dall’Intifada, semplicemente non la videro arrivare. Intifada fu una insurrezione popolare, sembrò essere il risultato di qualcosa di ben organizzato in realtà fu un movimento spontaneo che mise la questione palestinese sulla agenda internazionale.” (Zahira Kamal)

 

Nell’ottobre del 1991 Israele fu infatti costretto a sedere al tavolo dei negoziati, convocati a Madrid da Stati Uniti e URSS. Glielo imposero le conseguenze economiche del lungo boicottaggio, ma soprattutto glielo impose George H. Bush che minacciò di bloccare i 10 miliardi di dollari di finanziamenti concessi al governo di Tel Aviv. A trattare per conto dei palestinesi (l’OLP era considerata una organizzazione terroristica e quindi esclusa dalla conferenza) la delegazione giordana di cui fanno parte tre donne delegate palestinesi.

 

“La conferenza di Madrid non sarebbe stata possibile senza l’Intifada. La nostra posizione era chiara- Non avremmo negoziato fino a quando non fossero interrotti gli insediamenti.” (Zahira Kamal)

 

Nelle tre giornate di Madrid tutti ignorarono che in una residenza della periferia di Oslo si stava “tramando” segretamente la pace. Il momento di trattare direttamente con Arafat era arrivato secondo Yitzhak Rabin; la situazione di stallo causata dall’Intifada e l’isolamento internazionale dell’OLP potevano giocare a favore di Israele. Per il leader palestinese la posta in gioco era il riconoscimento internazionale, indispensabile per arginare la crescita di Hamas, emersa durante gli anni di esilio dell’OLP.

 

“Fummo molto sorpresi di saperlo attraverso i media, come tutti gli altri. “L’OLP lanciò i negoziati di Oslo dall’estero, senza consultarci, senza consultare i palestinesi che avevano guidato la prima Intifada e che stavano conducendo negoziati a Madrid con Israele e Stati Uniti. Le donne, la spina dorsale del movimento di resistenza, erano assenti dalla delegazione di negoziatori a Oslo.” (Zahira Kamal)

 

Un duplice tradimento, cocentissimo per le donne dell’Intifada.

 

“A Madrid per la prima volta avevamo potevamo esercitare un potere negoziale perché avevamo la partecipazione della società civile dietro di noi, grazie all’Intifada. Oslo fu un colpo mortale per il popolo palestinese.”

 

 

Yasser Arafat ritornò dall’esilio come unico legittimo rappresentante della nascente Autorità Palestinese, Israele accettò il ritiro da Gaza e da una parte della Cisgiordania, ma non interruppe la politica gli insediamenti.

 

“Quando paragoniamo ciò per cui stavamo lottando a Madrid e i risultati degli Accordi di Oslo, ci sentiamo davvero tristi. Molto meno di quanto stavamo negoziando noi. La gente nel mondo ha creduto che si sarebbe aperta un’era di pace ma l’occupazione era lì a ricordarci che non era cosi. Nessuno di noi ha creduto che Israele si sarebbe ritirato dai territori o che si sarebbe stato uno Stato palestinese. Gli Accordi di Oslo furono semplicemente un disastro. E un successo per Israele. Per i palestinesi il processo di pace ha portato altre sofferenze. Non avremmo dovuto interrompere l’Intifada finché i nostri obiettivi non fossero stati raggiunti.” (Zahira Kamal)

 

A seguito degli Accordi di Oslo, Israele acconsentì al rientro di una parte dei deportati palestinesi. Tra questi c’era anche Jamal.

 

“Il ritorno non fu cosi speciale. Le donne furono lasciate fuori dal processo di creazione della Autorità Palestinese. Noi rappresentavamo il 50% e anche più della società, se il 50% della popolazione non partecipa nelle decisioni questo significa che la società è per metà paralizzata. Eravamo profondamente deluse.” (Naila Ayshel)

 

Naila Ayshel oggi vive a Gaza con suo marito Jamal, dove dirige il Women’s Affairs Center di Gaza. Zaira Kamal è Segretario generale dell’Unione democratica palestinese. È ancora l’unica donna a far parte di uno dei principali partiti politici.

 

Non possiamo essere libere come donne se non viviamo in un Paese libero, e anche se siamo libere dalla occupazione non conosceremo la libertà finché siamo soggiogate nelle nostre società. (Naila Ayshel)