Peace, love and freedom. La formula magica del pensiero hippy degli anni Settanta oltre la Cortina di ferro, su per i suoi tralicci, tra le crepe della soffocante sorveglianza sovietica.

 

SOVIET HIPPIES della giovane regista estone Terje Toomistu, presentato all’ultima edizione del Trieste Film Festival racconta la storia, poco nota, del movimento hippy nello spazio sovietico negli anni della post beat generation, quando i Beatles cantavano Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e Breznev imponeva la ‘normalizzazione’ del sistema dopo le devianze del disgelo di Nikita Khrushchev.

 

SOVIET HIPPIES è un collage di sequenze psichedeliche, interviste, materiale di archivi privati, preziosi quanto rari. Non esistono infatti tracce ufficiali degli hippies sovietici, la cui esistenza è stata a lungo addirittura negata.

La musica ci cattura insieme alle loro storie in un crescendo di curiosità e stupore di fronte al mondo variopinto e pacifista degli hippies comunisti. Ancora più sorpresi, scopriamo che il fenomeno in Unione Sovietica durò più a lungo che altrove, fino all’inizio degli anni Novanta.

Ispirati dai cugini occidentali, i figli dei fiori sovietici portavano capelli lunghi, ascoltavano rock psichedelico, usavano sostanze stupefacenti e soprattutto erano anti-sistema. Il che era una altra cosa al di là della Cortina, dove anche la meditazione yoga era considerata una devianza dalla ortodossia di regime, “ideologicamente pericolosa”, secondo i rapporti del KGB.

 

A Est come a Ovest della divisione bipolare, la musica hippy fu una forma di protesta politica, ma in un regime che non ammetteva eccezioni, i suoi seguaci, con la loro anarchia fisica e sociale contrapposta al livellamento del pensiero unico comunista, assumeva una connotazione assai più politica rispetto agli omologhi americani o europei che opponevano una resistenza passiva ai valori borghesi.

 

SOVIET HIPPIES si apre con immagini di repertorio di una spiaggia e giovani in cammino dietro a un crocifisso. Icona di pace, in fondo Gesù Cristo è stato il primo hippy della storia. E la religione, in un Paese dove l’ateismo era credo di Stato, aveva un sapore rivoluzionario. Hippies di ieri solcano oggi la stessa spiaggia. Barbe bianche, occhi scavati, sguardi profondamente intensi. Ogni anno, da oltre quarant’anni, si ritrovano a Mosca, al Tsaritsyno Park, per commemorare la tragica repressione del primo giugno 1971.

 

La rivoluzione culturale hippy si affermò nell’area baltica e più precisamente in Estonia, l’avanguardia della psichedelica londinese e del rock progressive made in URSS (la prima rock band psichedelica nell’Unione Sovietica, la Keldriline Heli nacque a Tallin), per poi diffondersi nelle principali città della Russia grazie alla Rete. Non Web naturalmente, ma una  catena umana, il “Sistema del sole”, come l’aveva chiamata il suo ideatore, Yuriy Burakov detto Sunny; una organizzazione capillare armata di block notes su cui segnare i numeri di telefono di altri hippies di altre città.

 

“Nel ’69 scoprimmo l’autostop e scoprimmo che c’erano hippies dappertutto, a Riga, Leningrado, Vilnus, Sevastopol, Tartus, in tutte le più grandi città dell’URSS. Il KGB non riusciva a capire come comunicassimo, non potevano controllarci in un sistema che si evolveva cosi rapidamente.” (Alik Woody)

 

Nei primi anni Settanta, Sistema era diventata un vero e proprio movimento culturale orientato dalla musica prodotta in Occidente, riservata solo a chi poteva avervi accesso senza rischiare troppo, ovvero i giovani figli della upper class comunista, della nomenclatura. Un movimento ‘classista’ nel Paese che aveva nella lotta di classe il suo mito fondativo.

 

“Nessuno di noi parlava inglese, non avevamo la più pallida idea di cosa cantavamo [..] erano vibrazioni per noi” (Aksel)

 

I dischi in Estonia arrivavano clandestinamente e riprodotti con registratori a bobine. Jimi Hendrix e Janis Joplin erano i loro eroi, gli Hare Krishna la loro guida spirituale, la marijuana una ventata d’aria sotto la cappa della grigia realtà sovietica, gli acidi (fatti in casa mischiando fra loro medicinali) un viatico per il corpo e la mente.

 

Aare Loit Babai, la voce principale del documentario, racconta di essere finito in una clinica psichiatrica a causa del brano Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. La madre pensò fosse impazzito perché lo ascoltava di continuo. Gli scarafaggi di Liverpool gli costarono una terapia per coma insulinico fino allo shock cerebrale.

Finiti inevitabilmente nell’occhio del Grande Fratello, spiati, schedati, scovati, percossi, incarcerati arbitrariamente, i soviet hippies venivano sistematicamente costretti con la forza a tagliarsi i capelli.

 

 

“Il solo fatto che esistessimo era una offesa per il sistema, eravamo un corpo estraneo alla loro società di cui liberarsi. Un giovane con la barba e i capelli lunghi era una persona sospetta […] uscire era come andare in guerra, ogni occasione per arrestarci era buona, c’erano violenze, stupri.” (Fanya)

 

ll 28 maggio 1971 Sistema organizzò una manifestazione pacifista contro la guerra del Vietnam a Town Hall Square, la piazza centrale di Tallin.

 

“Era stata una idea di Sunny, aveva chiesto il permesso alle autorità e lo aveva ottenuto. Al regime piaceva una manifestazione contro il militarismo americano in Vietnam.” (Aare)

 

Solo a Mosca c’erano 1.000 hippies. La manifestazione doveva avere il suo sit-in davanti alla Ambasciata americana. Non ci sarebbero mai arrivati i capelloni estoni con le loro bandiere colorate e i loro cerchi della pace; agenti del KGB in borghese (travestiti da hippy!) si infiltrarono tra i manifestanti, adescarono le figure di maggior spicco offrendosi di accompagnarli in autobus fino alla ambasciata.

Probabilmente solo in quel momento i nostri realizzarono la trappola in cui erano caduti; il KGB aveva orchestrato tutto per decapitare il movimento hippy delle sue avanguardie, privandolo cosi della sua connotazione politica. Oltre 3000 giovani furono arrestati, la metà di loro arruolata e spedita al confine con la Cina. Una tortura per un pacifista. Altri restarono in prigione o in molti casi al manicomio.

 

“Non sono sicuro che fosse una operazione del KGB o della milizia, ma cambiò il movimento radicalmente. Il regime raggiunse il suo scopo, divenne più pericoloso essere hippy, ora sapevamo per certo che non ci avrebbero più tollerato […], il movimento ripiegò su stesso, divenne più underground, più politico. Sunny scivolò nell’alcolismo.” (Aare Loit Babai)

 

“Il KGB controllava ogni cosa, cumuli e cumuli di rapporti [..], di fatto sistematizzò il sistema” (Senia Skorpion)

 

Alla fine degli anni Settanta molti degli hippies sopravvissuti emigrarono; alcuni fuggirono, altri combinarono un finto matrimonio “Ho pagato alcune migliaia di dollari a una colombiana per farmi sposare” – racconta uno di loro.

 

Il movimento peace and love dell’Europa dell’est finisce con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Gli hippies sovietici, diversamente da quelli occidentali, avevano combattuto il conformismo culturale imposto dall’Impero sovietico; la sua implosione ha svuotato in parte il movimento delle sue ragioni; la fine della mobilità all’interno della sfera sovietica con la nascita di nuovi stati ha reso più difficile la contaminazione fra le anime hippy.

 

Il primo giugno, il giorno degli hippie. Arrivano da ogni parte a Tsaritsyno Park, e non sono solo nostalgici; ci sono molti giovani che nel raduno hippy in memoria della brutale repressione del ’71 trovano la loro casa. Ci sono tutti i vecchi hippies di Tallin. I sopravvissuti: Aare, Senia, Fanya, Aksel.

 

“[…] eravamo più politici durante il sistema sovietico – commenta una donna che al raduno  ci vien da 40 anni  – ora c’è Putin non capisco come sia possibile noi eravamo contro tutte le guerre.” Sorprendentemente, c’è anche chi Putin lo sostiene.

 

Il parco chiude, il raduno si scioglie, gli hippies sono accompagnati all’uscita sotto lo sguardo vigile della polizia. È cambiato molto dagli anni Settanta in quello che fu lo ‘spazio sovietico’, ma Peace and Love continua ad attraversare la storia.