Hissa Hilal è una donna saudita di poco più di quarant’anni con marito e figli. Oltre ad essere una studiosa di folklore, scrittrice e poetessa, Hissa è una attivista femminista. In Arabia Saudita, un Paese dove le donne sono sistematicamente bandite dalla vita pubblica.

 

Una voce dietro un velo, robusta e potente, Hissa è diventata una star in tutto il mondo arabo (e oltre) con “la sola forza” delle sue poesie, denunciando in versi il fanatismo jihadista e le fatwa degli imam che annichiliscono le donne.

 

Poetessa talentuosa di origini beduine, Hissa è diventata simbolo e megafono della condizione di oppressione e oscurantismo in cui vivono le donne nel regno del giovane principe Mohammad bin Salman Al Saud.

 

La conosciamo e ne ammiriamo lo straordinario coraggio in THE POETESS, il documentario di Stefanie Brockhaus e Andreas Wolff presentato in prima mondiale all’ultimo Festival di Locarno; la seguiamo nella sua ascesa verso la celebrità con la decisione di partecipare alle audizioni di Million’s Poet (la risposta mediorientale a Chi vuol Essere Milionario), lo scintillante talent show in stile hollywoodiano ideato per far rivivere la poesia Nabati, l’antica poesia beduina.

 

Trasmesso ogni due anni e sponsorizzato dalla Abu Dhabi Authority for Culture, Million’s poet, con una audience di oltre 17 milioni di spettatori, richiama verseggiatori da tutto il mondo arabo: Oman, Arabia Saudita, Giordania, Kuwait, Tunisia.

 

Tra i 48 concorrenti selezionati dalla giuria c’è un’unica donna, lei, Hissa. In palio 15 milioni di dirham (circa 3 milioni di euro) a chi si aggiudicherà The Flag of the Poet, il prezioso drappo rosso ricamato d’oro.

 

 

«Mi sono avvicinata alla poesia da bambina, i miei genitori amavano la poesia», racconta Hissa. Moglie fortunata di uno scrittore – «[…] è risolvere metà dei problemi se una donna è accettata nel mondo della scrittura, se uno scrittore chiede la mano di una donna, le rende le cose più facili» Hissa Hilal per il suo pubblico è Remia.

 

«Ha scelto lo pseudonimo di Remia perchè sua madre è una beduina molto conservatrice, non le consentiva di usare il suo vero nome. Quando è venuta a vivere con me, le ho detto che poteva farlo.» (Marito di Hissa)

 

In una intervista del 2015 Hissa racconta come è arrivata tra i finalisti dello show più seguito dalla galassia televisiva araba. «[…] la prima volta che ho sentito di questo show l’ho letto sui giornali, non ero interessata. Più tardi vedendolo in televisione l’ho trovato molto bello, un nuovo stile, una nuova tecnologia, ma mi sono accorta che nessuna donna portava la poesia Nabati […].»

 

Primo dei tre appuntamenti della kermesse poetica mediorientale. Hissa, sul palco da sola in mezzo a tanti uomini, critica la rigidità religiosa, la violenza, il terrorismo in nome dell’Islam. Indossa il niqab, per tutta la durata del documentario vedremo solo i suoi occhi, ma ascolteremo la sua voce decisa lanciarsi come un fendente su una platea stracolma (uomini e donne naturalmente separati), e di lì rimbalzare su nell’etere e poi giù, nelle case di milioni di famiglie.

 

«[…] gli uomini sono protettori delle donne, quando entrano nella tua vita la riempiono di luce, ma dopo che ti hanno preso presto diventerai l’ultima, quando se ne vanno ti schiacciano con la coda. Una nuova moglie sostituirà i ricordi della vecchia [..] collezionatori di mogli che portano via il loro onore lasciandole deboli e indifese [..]. Donne con dignità, di grandi, discendenze sostituite con nuovi trionfi.»

 

Nel secondo round, con il secondo poema, Hissa incalza, sfida impavidamente il clero, il mondo maschile e maschilista della società saudita, colpisce a fondo i pilastri della sua  impalcatura culturale. «La mia poesia distrugge e distrugge seriamente, colpisce con gli artigli il pensiero della gente.»

 

Nel terzo, con la poesia contro le fatwa Hissa supera la linea rossa.

 

«Ho visto il male negli occhi di fatwa sovversive in un tempo in cui ciò che è legale è diventato illegale [..]; un mostro selvaggio, barbaro nel pensiero e nella azione che indossa la morte come un vestito con una cinta sopra.»

 

Un giornalista in sala scrive di lei. La popolarità di Hissa cresce non solo fra le donne, e non solo tra i media internazionali a caccia di una intervista. Inevitabili arrivano anche le minacce di morte. «Qualcuno può darmi il suo indirizzo?» si legge sui social. Milioni di sostenitori si schierano dalla sua parte. Hissa conquista l’82% di gradimento (a votare sono i telespettatori oltre che la platea).

 

«Ho criticato le fatwa estremiste e terroriste e gli assassini. Ho rotto un tabù e intorno a me una grande esplosione. Il mio poema è schietto, è chiaro a chiunque conosca la poesia Nabati. Sono una musulmana moderata, amo l’Islam per la sua grande storia Queste fatwa vogliono isolare la società araba e dichiarare tutti gli altri come nemici.»

 

Non è stata sempre cosi l’Arabia Saudita. Hissa ci ricorda che il suo Paese è stato anche altro prima che venissero chiusi i cinema e alle donne venisse imposto il niqab e “il guardiano”.

 

Con immagini d’archivio ripercorriamo la parabola discendente della società saudita, da quel fatidico 20 novembre 1979, allorquando un gruppo di estremisti islamici guidati da Juhayman al-Otaibi, un giovane sunnita di buona famiglia, assalì la Grande Moschea della Mecca gremita di fedeli durante lo Hajj, il pellegrinaggio di purificazione dei fedeli. 270 morti, oltre 500 feriti, due settimane d’assedio. Un commando  islamista di più di  trecento uomini contro la decadenza dei valori islamici e la corruzione della monarchia saudita “insozzata dai petroldollari”.

 

Un episodio spartiacque nella storia del regno degli al Saud che ne mostrò tutta la debolezza mettendo la dinastia sulla difensiva, timorosa di essere spodestata dagli Ulema, il potentissimo clero salafita.

 

«La società saudita fino a quel momento era conservatrice come tutto il mondo arabo ma non rigida. Le donne indossavano il burqa per proteggersi dal sole o dagli uomini nel deserto. Gli anni Settanta erano i tempi degli scrittori, dei poeti degli artisti, dei pittori, dei musicisti, degli intellettuali. Alla tv potevi vedere Um Kulthum e Fairouz con i loro abiti normali. Temi quali il diritto delle donne di lavorare o guidare una macchina o di scegliere gli studi erano oggetto di dibattito pubblico.»

 

Il decennio della modernizzazione, della grande liberalizzazione culturale della società saudita uscita, grazie al petrolio, dall’era rurale. Il 1979 innescò la retromarcia, cambiò completamente la cartina geopolitica del Medio Oriente proiettandosi fino al Greater Middle East, l’Asia centrale. Dalla rivoluzione khomeinista alla invasione sovietica dell’Afghanistan passando per l’Arabia Saudita. L’ansia di Riyadh di riaffermare la sua centralità all’interno nella grande Umma dopo lo schiaffo della Grande Moschea e il prestigio conquistato da Khomeini portò re Khalid  al Saud a sostenere finanziariamente il jihad afgano antisovietico e, forse peggio, a consegnare il Paese al conservatorismo wahabita, la versione più purista dell’Islam sunnita. Due mosse sature di conseguenze fino ai giorni nostri.

 

«Tutto è cambiato dopo Juhayman, è cominciata la rigidità religiosa. La scuola, la giustizia, i media, la cultura, tutto è passato sotto il controllo del clero. L’intera gestione della società. La polizia religiosa ha imposto alle donne un abbigliamento molto più rigido già da bambine, prima se avevi meno di quindici anni eri considerata una bambina, dopo è stato diverso.»

 

Il giorno della finale. Le poesie di Hissa sono le più forti, le più acclamate, non solo dalle donne. È la super favorita. Ma non per il pubblico che, diversamente dalla giuria, la condanna a un terzo posto.

 

«Sapevo dall’inizio che la Bandiera della poesia era fuori dalla portata di una donna.» (Hissa Hilal)

 

 

 

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