“[…] quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo.[…]” (Antico Testamento, Genesi 19,24)

 

Da sempre fonte di ispirazione artistica, trasfigurazione allegorica e simbolica delle decadenze morali dell’umanità, il racconto della Genesi è l’ultima chiamata, l’appello finale ad agire contro le nostre empietà prima che il grande fuoco purificatore si abbatta su di noi, come a Sodoma e Gomorra. Le fiamme della vendetta divina avvolsero gli abitanti delle due città perché “il loro peccato era molto grave”; erano malvagi, immorali, sessualmente perversi.

 

‘Fuoco e peccato’ ad Agbogbloshie, una immensa discarica di prodotti elettronici, la più grande e la più tossica al mondo, alle porte di Accra. Otto ettari di terreno melmoso su quella che un tempo era l’incontaminata laguna di Korle, ora uno stagno strozzato dai rifiuti.

 

Per questo gli abitanti del posto devono averla soprannominata Sodoma, un luogo dove le fiamme bruciano tutto il giorno, dove carcasse di apparecchi elettronici arrivano da Stati Uniti e Europa (circa 250.000 tonnellate all’anno) per essere maciullati: computer, televisori, smartphone. C’è spazio pure per frigoriferi, forni, perfino un autobus da sventrare alla ricerca di metalli da rivendere. Ferro e alluminio, ma soprattutto rame estratto bruciando centinaia di chili di e-waste. La plastica si brucia, il rame si vende, e anche a buon prezzo. Ma non cosi alto come quello che la diossina e altre tossicità sprigionate dalla continue combustioni impongono alla salute degli abitanti di Agbogbloshie: nausea, anoressia, disturbi del sonno, problemi respiratori, cancro.

 

Circa 6000 famiglie vivono e lavorano (per pochi dollari al giorno) in questo inferno, ripreso da Florian Weigensamer e Christian Krönes in WELCOME TO SODOM, presentato all’ultimo festival internazionale del documentario di Copenhagen.

 

 

Novanta minuti di immagini forti ma mai forzate, mai scioccanti, mai a caccia di una scontata miseria da mettere in mostra. Tutto è molto (tristemente) reale in WELCOME TO SODOM, nudo  e crudo, compreso il belato di ossute pecore che pascolano su una enorme distesa di rifiuti come fossero in un prato. Impossibile trovare un filo d’erba, solo fili elettrici. Il mondo animale resiliente alla nostra bulimia tecnologica. Cosi come lo è l’economia di Agbogbloshie, discarica trasformata in un distretto del riciclo dove ‘la tecnologia spacciata va in sala operatoria’, dove ogni attività è organizzata e ogni fase appartiene a qualcuno: fabbri, meccanici, piccoli faccendieri, affaristi. Alle donne sono destinate le attività meno remunerative, come la vendita di acqua “pure”.

 

Tranne lei, la ragazza col magnete, trascinato pazientemente a caccia di qualche avanzo di metallo disperso dalle combustioni. Si spaccia per un ragazzo, si è sempre sentita un ragazzo.

 

“Nella mia città la polizia mi arresterebbe. Qui nessuno ci bada, tutti i bambini lavorano. Posso fare più soldi con il ferro che vendendo acqua come le altre ragazze.”

 

Non è l’unico caso di “disagio sessuale” in WELCOME TO SODOM. C’è un uomo ricurvo sui rifiuti, è di origini ebree. Frequentava la facoltà di medicina, racconta, poi hanno scoperto che era gay e la sua vita è cambiata.

 

“Nel mio Paese molti gay sono stati torturati per curarci dalla nostra malattia non dimenticherò mai i giorni passati in prigione, per questo mi nascondo qui.”

 

In Ghana, società cattolica e fortemente conservatrice, il codice penale del 1960 (section 104 1.b) punisce con il carcere le relazioni tra persone dello stesso sesso. Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch la comunità LGBT è vittima di violenze fisiche e psicologiche in famiglia e sistematicamente discriminata nella vita pubblica.

 

Agbogbloshie ha una sua struttura sociale, pur nella infernale caoticità del luogo. C’è un campetto di calcio e pure uno spazio dedicato alla preghiera. Molti dei suoi “abitanti” sono immigrati, provengono da paesi vicini o per lo più dal nord del Ghana, prevalentemente musulmano (circa il 17% su una popolazione di 28 milioni di abitanti).

 

C’è chi si sta preparando al meglio per il suo viaggio in Europa, non con i barconi come tanti altri, ma con il passaporto pagando a destra e a manca. “Ho scelto di vivere qui perché è una terra di nessuno, nessuno fa domande, la gente va e viene, è un porto sicuro per me, ma non è un posto dove puoi stare troppo a lungo.”

 

C’è Amerigo, il dealer. “[…] compro tutto, computer, monitor, telefoni, televisioni. Li compro, li smonto e vendo i pezzi per il rame che c’è dentro.” 

 

Molta parte di quello che arriva ad Agbogbloshie è difatti acquistato da artigiani e commercianti del rottame, proprio come Amerigo.

 

“Noi siamo i migliori a riciclare, sappiamo sempre come trovare metallo dentro ogni cosa che ci arriva […]. Mia madre mi ha chiamato come l’America, la terra delle opportunità.”

 

Del nostro irresponsabile consumismo Agbogbloshie ci vive, trasformando una diseconomia in una “benedizione”, adeguandosi ad una economia globale che scarica le sue esternalità sui paesi più deboli, il punto di arrivo della economia digitalizzata, l’ultimo anello della catena del valore aggiunto.

 

“In Europa, quando le cose si rompono, vengono gettate via; ma noi con queste cose ci facciamo i soldi; più si spreca, migliori saranno i miei affari.” (Awal)

 

La Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi e sulla loro eliminazione del 1989, (di cui il Ghana è parte contraente) vieta l’esportazione di rifiuti elettronici da Europa e Stati Uniti salvo farli passare come apparecchi di seconda mano. In Ghana nessuno controlla cosa c’è davvero sotto l’etichetta.

 

Secondo l’Environment Program delle Nazioni Unite (UNEP) ogni anno migliaia di tonnellate di rifiuti elettronici sono esportati in questo modo dai paesi sviluppati verso i “paesi pattumiera”: Ghana, Nigeria, Cina, India, Vietnam. Il paradosso, sempre secondo l’UNEP, è questi paesi, allungando la vita di tablet, smartphone, computer e di tutta la tecnologia che noi scartiamo diventano essi stessi produttori di e-waste. In sostanza, i nostri rifiuti diventano realmente i loro.

 

In una catapecchia D-Boy registra la sua musica. Rap, contenuti duri, di denuncia. “Welcome to Sodom, welcome, you are welcome, brother go front and don’t look back.”

 

Un camaleonte con occhio inquisitore si interroga su come l’uomo abbia potuto trasformare la terra in un inferno. Ma il giorno del giudizio sta arrivando, annuncia dimenandosi il predicatore cristiano in tunica bianca alle migliaia di musulmani che vivono ad Agbogbloshie.

The judgement day is coming, the judgement day is coming very soon!