Ines va a caccia di uomini, al di là del muro. Impudentemente. Oltrepassa il muro dell’apartheid, della oppressione, della vergogna; gli oltre 400 chilometri di cemento e acciaio che si snodano lungo il confine tra Israele e Cisgiordania, che sconfinano all’interno dei Territori Occupati dividendo le stesse  comunità palestinesi fra loro. Oltre 60 mila i palestinesi che ogni giorno attraversano il valico che collega la Cisgiordania occidentale con Gerusalemme Est per andare a lavoro, a scuola, in ospedale. Relazioni umane e sentimentali non sono completate nei permessi di ingresso. Ines Moldavsky, giovane regista israeliana vincitrice dell’Orso D’Oro Miglior Cortometraggio alla ultima Berlinale, sfida questa barriera con il suo THE MEN BEHIND THE WALL, uno sguardo irriverente al conflitto israelo-palestinese filtrato attraverso la lente di Tinder e OkCupid, applicazioni social per incontri a scopo amoroso-sessuale.

 

Israeliani e palestinesi potrebbero andare a letto insieme se lo volessero?

 

Muovendosi sui due piani paralleli del politico e del sociale, THE MEN BEHIND THE WALL enfatizza l’assurdità della segregazione e dei confini fisici nell’era dei social media.

 

Ines Moldavsky abborda uomini palestinesi che vivono al di là della barriera di sicurezza, “vicini eppure cosi lontani”. Tinder, OkCupid e altre app del genere «non riconoscono che c’è un confine fisico tra questi uomini e me», commenta la regista.

 

Con cinquanta milioni di utenti nel mondo e la sua vetrina-catalogo di volti tra cui scegliere, Tinder mette in contatto persone che si trovano in luoghi vicini, permette loro di chattare ed eventualmente, se scatta il match, di incontrarsi.

Le conversazioni di Ines con gli uomini agganciati sono vivaci, audaci, libidinose, a tratti spinte, hard-core. Non ci sarebbe nulla di nuovo rispetto a quanto accade in questo genere di conoscenze in altre parti del mondo, se non fosse che siamo dove siamo e gli approcci conoscitivi di Ines con gli uomini arabi finiscono con l’approdare inevitabilmente sul terreno del conflitto israelo-palestinese per esserne fortemente condizionate nei reciproci rapporti di forza: Donna-Uomo, Israele-Palestina.

 

«Faccio tutto quello che ti piace» «Mi puoi prendere con la forza e sbattere la mia testa al muro?» (Ines ad un giovane arabo in chat)  «No, la testa al muro, no.»

«Sono di Tel Aviv. Hai mai scopato una ragazza ebrea?» «No, saresti la prima.»

«Se vuoi possiamo diventare amici per fare sesso, se vuoi vengo da te.»

 

In alcuni casi i Tinder match sono seguiti da incontri reali, Ines grazie al suo passaporto argentino riesce ad entrare nei Territori, in diverse città della Cisgiordania, a conoscere  alcune degli uomini contattati. Con il solo passaporto israeliano non le sarebbe possibile; ai suoi cittadini il governo israeliano vieta, per ragioni di sicurezza, l’ingresso nei territori palestinesi.

 

Dopo la Seconda Intifada nel 2000 e la costruzione della barriera-fortezza è sempre più difficile per i giovani palestinesi e israeliani venire in contatto tra loro. La reciproca diffidenza aumenta. La paura sempre in agguato, anche con Tinder, come con Adam Nail, 24 anni di Dayr al Hatab, un villaggio a est di Nablus.

 

«Non hai paura di me?” (Ines)» «Perché dovrei?” (Adam Nail)   

«Perché sono israeliana e sono una donna»

«No, l’unica cosa di cui posso avere paura è se sei una spia o qualcosa del genere, ma mi fido di te. E tu non hai paura di me?» «No, affatto, sei cosi gentile.»

Per molti palestinesi gli israeliani sono solo militari o coloni, molti israeliani conoscono i palestinesi solo attraverso i media e solo come terroristi o profughi.

 

Il 30% della popolazione palestinese ha tra i 15 e i 29 anni, la maggior parte dei giovani, sia israeliani che palestinesi, a differenza dei loro genitori o dei loro nonni, non è interessata al processo di pace.

 

Se è pur vero che Tinder “non riconosce confini fisici”, quando si tratta di avvicinare uomini di Gaza la faccenda è più complicata.

 

 

«Non hai lascito Gaza da vent’anni?» (Ines)

«No, se venissi a trovarti non potrei più tornare a casa, sarei arrestato di certo e per Hamas sarebbe un bel punto interrogativo. Sono molto scrupolosi quando si tratta di relazioni tra persone che vivono qui e persone che vivono dentro i green borders […]. Hamas ha preso la volontà della gente, l’ha distorta e ne ha fatto quello che ha voluto […]. Viviamo in una prigione, tutto intorno a noi recinzioni elettriche, torri di controllo. Non c’è possibilità di incontri casuali, di sesso occasionale.»

 

Come in ogni prigione, a Gaza non c’è sesso. Come ogni Muro, quello israeliano in Cisgiordania ha alterato la vita delle comunità che attraversa, recidendo arterie di comunicazione e convivenza pulsanti sotto il resistente “folklore” della divisione permanente delle due popolazioni.

 

Dal 2002 i palestinesi vivono in diverse parti del Paese, hanno diversi documenti di identità e spesso sono separati fra loro da otto metri di cemento. Più di tre milioni vivono in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, due nella Striscia di Gaza, altrettanti in Israele con la cittadinanza israeliana e oltre una cinquantina di leggi fatte apposta per loro, per i non ebrei.

 

Ma se potessero incontrarsi, frequentarsi e, perché no, avere un affaire come andrebbe tra giovani palestinesi e israeliani? E se fossero le dating app, piattaforme come Tinder, “che non conosce confini fisici”, che combina appuntamenti con le sole identity match, incurante di divieti, barriere e rapporti di forza, a scardinare il Muro della segregazione?