Sono rossi o rosa? Di che colore sono i passaporti, si chiede Mohammed guardando quelli di Fathi e di Yassir, sua moglie e suo figlio. Quel prezioso documento dal colore intenso, quel pezzo di carta dal valore inestimabile, sopravvissuto feticcio dello Stato-nazione che divide il mondo tra chi è dentro e chi è fuori, Mohammed può solo sognarlo. LOST WARRIOR di Nasib Farah e Søren Steen Jespersen, presentato all’ultimi festival internazionale del documentario di Copenaghen, è la sua storia, di un ex foreign fighter jihadista di ventitré anni e del suo futuro, comune a migliaia di giovani ‘in ritirata dai campi di battaglia’ dopo la fascinazione  dell’estremismo islamico rivoluzionario.

 

Mohammed è inglese; in Gran Bretagna ci è arrivato all’età di tre anni quando, scoppiata la guerra civile in Somalia, i genitori lo mettono al sicuro da una sorellastra. Scatenatosi nel 1992, dopo la cacciata del Generale Muhammad Siad Barre, il satrapo che ha governato per trent’ anni il paese, il conflitto somalo è durato un ventennio senza mai ‘lasciare in pace’ il Paese. Tra 350 mila e un milione le vittime dello spezzettamento della Somalia tra Somaliland, (nord ovest), Puntland (nord est) e Jubaland (sud); disintegrata nella totale anarchia dalle faide dei Warlords, i Signori della guerra con le loro fazioni in lotta per tutto il corso degli anni Novanta.

Due decenni di caos politico e disastro umanitario resistenti al massiccio intervento delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti messo in campo tra il 1992 e il 1995, il cui ritiro ha favorito l’emergere delle Corti Islamiche e del gruppo estremista di Al-Shabaab, il loro braccio operativo.

 

 

Mohammed cresce senza genitori, con la sorellastra. È un bambino come tanti altri, frequenta la scuola elementare, poi le scuole medie, il college, gioca a pallone. Fino a quando a sedici anni finisce in un giro di droga, come molti della sua età. Di lì al carcere il passo è breve.

 

«In questi due anni di carcere sono cambiato, sono diventato religioso, cercavo un senso di appartenenza. Dopo il carcere sono stato espulso in Somalia e sono entrato in Al Shabaab.»

 

«[…] Mi sembravano bravi ragazzi, combattevano per il popolo somalo. Mi hanno dato l’opportunità di iniziare la mia vita in Africa. Non sono mai stato in prima linea, non ho mai portato un fucile. Non ho mai ucciso nessuno. Parlavo inglese, ero istruito, sapevo usare il computer, mi facevano fare altre cose. Non sono un terrorista, non sono un attentatore suicida. Quando ho visto i civili morire negli attentati allora ho capito e ho realizzato che Al Shabaab è una organizzazione terrorista che uccide persone innocenti. Mi hanno ingannato, allora ho capito.»

 

Ci sono strade senza ritorno, ammiccamenti sciagurati, scelte che non ammettono il rewind. Al-Shabaab come ogni formazione terroristica non tollera pentiti e fuoriusciti. Mohammed viene arrestato più volte per la sua breve affiliazione jihadista. Suo zio e il capo del clan locale lo aiutano ad uscire dal carcere, ma addosso, indelebile, gli resta il marchio di Al Shabab.

 

L’organizzazione affiliata ad al-Qaeda ha reclutato centinaia di giovani somali dall’Occidente e riconquistato il controllo del sud del Paese dove è stata ricacciata negli anni precedenti dall’intervento militare etiope (2006-2011).

 

Dal 2014 il numero dei civili ucciso dai miliziani di Al Shabaab è aumentato costantemente, malgrado l’intensificarsi dei raid americani e la massiccio dispiegamento di forze della AMISOM, la missione della Unione africana autorizzata dal Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite.

 

Il 14 ottobre 2017 la Somalia ha vissuto l’attacco più devastante della sua storia; un l’attentato suicida ha ucciso più di trecento persone dimostrando che Al Shabab, lungi dall’essere infiacchito, ha fatto ritorno a Mogadisho dopo essere stato ricacciato nelle aree rurali del Paese.

«Non ho un passaporto britannico, non posso tornare nel Regno Unito perchè ero un membro di Al Shabaab. È molto difficile tornare in Inghilterra ed è pericoloso restare qui, mi vogliono uccidere.»

 

Mohammed ha vissuto a Mogadisho come un apolide, cercando inutilmente una via di ingresso nel Regno Unito, dove vivono Fathi e il piccolo Yassir, che non ha mai visto. Non c’è nessuna possibilità per lui, nemmeno la protezione internazionale, come gli spiega  una avvocatessa inglese per i diritti umani. «Non penso che hai compreso la tua posizione legale Mohammed. Sei stato condannato e deportato in Somalia. Tu non avrai mai la cittadinanza britannica nè un permesso speciale per restare perché sei stato espulso. Avendo fatto due domande di asilo, la possibilità che tu riesca ad entrare in UK è molto remota e anche cosi sarai comunque condannato per coinvolgimento in organizzazioni terroristiche. C’è gente che è stata condannata fino a 18 anni di carcere. Le tue prospettive non sono buone.»

 

«Ma non considerano che sono arrivato in Inghilterra senza famiglia, senza genitori?»

 

Fathi e suo figlio Yassir vivono a Londra, in un piccolo appartamento a East London con altre nove persone. Quando aveva 15 anni Fathi è stata mandata via per tre anni per una “rieducazione” in Somalia. Lì ha incontrato Mohammed, si sono sposati. Fathi è tornata a  Londra da sola, a 17 anni, incinta.

 

«Era scritto, doveva accadere.» (Fathi)

 

Tutte le porte sono chiuse per Mohammed anche quella della ambasciata somala a Nairobi, dove arriva attraversando il confine illegalmente in un container per trasporti. Mohammed non ha un passaporto come la maggior parte degli oltre 250,000 immigrati somali che vivono a Little Mogadisho, un sobborgo nella parte orientale della capitale.

 

«Se non posso tornare in Gran Bretagna in alcun modo c’è sempre il piano C ….tornare in Africa”, dice Mohameed a Fathi che lo ha raggiunto insieme al loro bambino a Nairobi.»

 

Ma è fuori discussione per Fathi. «Non c’è modo di stare in Africa per me e il bambino, non mi vedo in Africa.»

 

Un ultimo giro di giostra con il piccolo Yassir, quel figlio che vivrà senza un padre, esattamente come lui. Mohammed vive ancora a Nairobi in un centro di detenzione e riabilitazione per ex foreign fighter in attesa che qualcuno consideri che lui era un ragazzo solo senza genitori, che ha mai ucciso nessuno, che non è un terrorista né un attentatore suicida….