Le doti erano proprie dell’uomo. L’intonazione della voce, la direzione dello sguardo, la calibratura delle pause. Ronald Reagan era stato un attore, prima ancora un radiocronista sportivo e un conduttore televisivo per la General Electric, la multinazionale statunitense dell’energia. Sapeva sempre come catturare l’immaginazione del pubblico, anche quando questo era il popolo degli Stati Uniti d’America. Che lo ha amato e spesso rimpianto.

 

THE REAGAN SHOW di Sierra Pettengill e Pacho Velez, realizzato esclusivamente con filmati prodotti dalla stessa amministrazione, è un reality con un interessante e divertente back stage. Video e riprese immortalano un presidente suadente, empatico, caloroso. Reagan in mezzo al popolo, con il casco da muratore, con il motosega, tra i banchi di scuola; Reagan che abbraccia Topolino, riceve Michel Jackson, che dribbla le domande dei cronisti fra la folla.

 

«Non riesco a sentirvi ragazzi» sorride ai giornalisti che lo incalzano sulla crisi di Wall Street o sullo scandalo Iran-Contras. Il rombare dell’elicottero sul prato della Casa Bianca gli forniva sempre un assist formidabile.

 

THE REAGAN SHOW non aggiunge pezzi al puzzle storico di quegli anni, che pure hanno cambiato profondamente l’America e il mondo intero. THE REAGAN SHOW è un documentario sul personaggio Reagan, sul Good Guy e la sua capacità, ante litteram, di “stage the message”.

 

A David Brinkley di ABC News che nell’ultima intervista prima di lasciare la Casa Bianca, il 21 dicembre 1988, gli chiede se il passato da attore gli sia stato utile durante gli otto anni di presidenza, Reagan riserva una delle sue memorabili battute: «Ci sono state volte in questi anni che mi sono chiesto come avrei potuto fare questo lavoro se non fossi stato prima un attore.»

 

Molti anni prima, nel 1966, quando gli fu chiesto che tipo di governatore sarebbe stato per la California rispose «Non lo so, non ho mai fatto il governatore.»

 

Ex democratico, sconfitto alle primarie repubblicane da Nixon (1968) e da Ford (1976), nel 1980 Reagan si afferma su George H. Bush e poi alle presidenziali, con ampio scarto, sul presidente in carica Jimmy Carter.

 

Ronald Reagan, il presidente cowboy, il più anziano a salire alla Casa Bianca (69 anni), come nei suoi film incarna l’eroe comune; Reagan, il padre della “rivoluzione conservatrice” che cambia il volto dell’America, che archivia gli hippy e incensa gli yuppie, che ai fiori della pace preferisce le guerre stellari contro “l’impero del male”.

 

Ronald Reagan non ha rappresentato solo una rivoluzione culturale. Ronald Reagan ha compiuto una rivoluzione politica. Con la corsa al riamo, la sfida ai sovietici, lo scudo spaziale, The Gipper (soprannominato cosi per aver interpretato la star del football George Gipp) ha restituito all’America l’orgoglio in se stessa dopo gli anni del Vietnam e la sua lunga sindrome. Reagan, l’ottimista, il ‘grande comunicatore’, colui che con la sua fede nell’individualismo ha dato una scossa al Paese a colpi di sorrisi, battute, grandi retoriche sui valori americani e sul patriottismo.

 

«Essere preparati alla guerra è uno dei modi più efficaci per conservare la pace.»

 

La sua più grande capacità, secondo Michael Deaver, vice capo staff della Casa Bianca, era di essere un leader, di ispirare, di guidare.

 

«Together we make America great again.»

 

Dal cinema alla televisione. Negli anni Ottanta domina il telegiornalismo, la televisione è medium incontrastato, imbattibile nell’influenzare le opinioni della gente e raccogliere consensi. Reagan ha usato la forza del marketing televisivo come nessun altro presidente aveva fatto prima di lui. Con lui nasce la White House Television, il canale video della Casa Bianca. La vita del presidente, moglie e cavalli compresi, entra nelle case di milioni di americani.

 

«Con lui la Casa Bianca diventa un palcoscenico.» (David Gergen, direttore della comunicazioni della Casa Bianca)

 

Un palcoscenico che Reagan ha calcato con innata maestria, usando le grandi occasioni che il momento storico gli offriva, prima fra tutte l’arrivo al Cremlino di Mikhail Gorbachev, l’uomo giusto al momento giusto, che rilancia l’immagine appannata di un presidente che aveva portato la spesa militare a livelli altissimi, nella profonda convinzione che la teatrale affermazione della superiorità americana con il Strategic Defense Initiative, il sistema di intercettazione e distruzione di missili balistici nello spazio, avrebbe fatto franare l’argilla nei piedi del colosso sovietico.

 

Nel novembre 1985, in una perfetta cornice da set hollywoodiano, si tiene a Ginevra il primo incontro tra un presidente americano e uno russo dopo sessant’anni. Oltre tremila giornalisti accreditati da tutto il mondo per seguire l’evento. Gorbachev è la nuova star; Reagan recita la liturgia del messianismo americano «Abbiamo il potere di dare al mondo un nuovo inizio.»

 

A Reykjavik, l’anno successivo, Gorbachev versus Reagan; con una mossa a sorpresa il Segretario del PCUS sfida l’uomo che voleva stanare i sovietici, proponendo l’eliminazione di tutte le armi nucleari entro il 2000. Per il Cremlino è l’unica carta da giocare per bloccare la realizzazione di quello scudo spaziale con cui non può competere. Il vertice finisce senza un accordo formale, per la maggioranza degli americani è un fallimento. In televisione, Reagan racconta che un accordo sul disarmo non era mai stato cosi vicino dall’essere raggiunto.

 

Un calembour, secondo molti commentatori, una capriola verbale. Non la prima e non l’unica.

Non poche le contraddizioni, le incoerenze, gli aggiustamenti e le sterzate magistralmente confezionate dal Presidente per il pubblico americano, come quando si appella alla perdita di memoria per giustificarsi di aver mentito sull’Iran-Contras Affair, un illecito traffico di armi che lega la Repubblica islamica dell’Iran ai contras, i movimenti anticomunisti del Nicaragua. Il Congresso americano negava i fondi necessari per contrastare il comunismo nel “cortile di casa”, l’amministrazione Reagan se li procurò vendendo segretamente armi ad un paese nemico, l’Iran di Khomeini, in cambio della liberazione di ostaggi americani caduti nelle mani degli Hezbollah libanesi. Armi che all’Iran servivano proprio per armare il Partito di Dio e altre milizie sciite del Medio Oriente.

 

In televisione Reagan dichiara: «Alcune settimane fa, ho detto agli americani che non avevo scambiato armi per la liberazione degli ostaggi. Il mio cuore e le mie migliori intenzioni ancora mi dicono che è vero, ma i fatti e le prove dicono che le cose sono andate diversamente.»

 

Una pietra miliare nella ideologia della post verità, la definiscono i politologi. Uno scandalo che rischia di compromettere irrimediabilmente l’immagine del presidente. Non fu cosi. Pochi mesi dopo, sul palcoscenico principale della Guerra fredda, a Berlino, Reagan attacca Gorbachev sul terreno dei diritti umani.

 

«C’è una sola cosa inequivocabile che i sovietici possono fare. Se davvero vuole la pace e la prosperità, Mr Gorbachev, tear down the wall»

 

È la rimonta. Nel dicembre del 1987 Gorbachev arriva a Washington per la firma del Trattato INF (Intermediate Range Nuclear Forces) sulla rimozione dei missili a medio e corto raggio in Europa. Una svolta epocale nel processo negoziale tra le due superpotenze sul controllo degli armamenti.

 

L’anno successivo Reagan ricambia la visita a Mosca per proseguire i colloqui sul disarmo nucleare. Con lui, oltre a Nancy, sbarcano centinaia di consiglieri, giornalisti e fotografi. Una vera e propria tournée con tanto di merchandising (10 mila t-shirt sul summit vengono prodotte in America e spedite in Russia), i suoi abbracci a copione, il mantra del trust but verify, lo slogan preferito di Reagan, recitato in lingua russa ad ogni vertice, come gli fa notare lo stesso Gorbachev. Le televisioni, sovietica e americana, seguono ogni passo dei due leader.

 

« […] abbiamo venduto le nostre tecniche di pubbliche relazioni ai sovietici.» (David Gergen)

 

L’incontro di Mosca apre la strada al più grande negoziato sul controllo degli armamenti mai realizzato, il Trattato START (Strategic Arms Reduction Treaty), siglato il 31 luglio 1991, sulla riduzione progressiva degli arsenali atomici.

 

«Cosa è stato più difficile essere dinanzi al pubblico da presidente o da attore?» (David Brinkley)

 

«Da presidente devi scrivere il copione.» 

 

Reagan aveva una straordinaria abilità oratoria, era capace di vedere e comunicare la sua visione del futuro. E la sua visione non era solo retorica, i suoi discorsi contenevano valori e verità che andavano incontro al comune sentire della maggior parte del popolo americano.

 

«Non sono stato un gran comunicatore, ma ho comunicato grandi cose. Sono venute fuori dal cuore di una grande nazione, dalla nostra esperienza, dalla nostra saggezza e dai principi che ci guidano da due secoli.» 

 

Il 21 dicembre del 1988, il presidente cowboy apre la porta finestra dello studio ovale, percorre da solo il porticato verso il giardino, calibra alternandoli passi in avanti e saluti. Proprio come un attore che ha ripassato tante volte la parte.