Quando si dice underground in Iran, si dice arte, cultura, musica. Si dice vita.

 

Nella Repubblica islamica dell’Iran la vita culturale è underground nel senso più pieno del termine: sotterranea, nascosta nelle viscere della terra. È qui che vive la musica iraniana, e in generale le arti performative contemporanee. Lontano dal concetto proprio delle società occidentali, dove underground è sinonimo di purismo artistico, indipendenza creativa, ribellione alle logiche di mercato e ai gusti dell’establishment, in Iran la musica, salvo volersi accontentare di quella tradizionale, classica o religiosa, deve essere per forza sotterranea. Jazz, pop, rock, rap, house, techno sono relegate, ufficialmente e rigidamente, nel regno del proibito.

 

Cantine, appartamenti, sottoscala, ritrovi privati e sicuri, lontani dagli occhi indagatori della Gasht-e Ershad, la “polizia morale” al servizio di Ali Khamenei, la Guida Suprema.

 

Anoosh Raki, Arash Shadram e la loro Blade & Beard Band sono i protagonisti di RAVING IRAN, documentario di successo di Susanne Regina Meures, realizzato per lo più con la fotocamera di un cellulare e volti spesso pixellati per ragioni di sicurezza.

 

Sono bravi Anoosh e Arash, DJ iraniani con la passione per la musica techno e la deep house. Si esibiscono in party privati e rave proibiti. Anche nel deserto, a cento chilometri da Isfahan, dove arrivano in tanti, in autobus, attraversando villaggi fantasma di cammellieri, accorti a non attirare l’attenzione degli informatori della polizia, pronti a lasciarsi andare tutta la notte al ritmo pulsante dei suoni vibranti e travolgenti che escono dai sintetizzatori  magicamente animati dalle mani di Anoosh e Arash.

 

Come tanti altri giovani iraniani, conoscono i trucchi per aggirare la censura, gabbare la sorveglianza dei posti di blocco notturni, salvare gli strumenti del mestiere dal sequestro e dalla distruzione. «Sono per un matrimonio», rispondono al poliziotto di turno che gli perquisisce la macchina. Riescono sempre a farla franca, o quasi sempre. Una delle tante retata della polizia in un appartamento chiassoso, Anoosh finisce in carcere. «Settanta persone in una cella, tutti drogati di crack e cristalli.» L’Iran è flagellato dalla piaga della tossicodipendenza giovanile.

 

Con i suoi ritmi martellanti, la musica techno poco si presta agli spazi ridotti, e in Iran un concerto non è possibile farlo. E nemmeno incidere un CD. Ci vuole il permesso del Ministero della Cultura e della Guida islamica, creazione della Rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, nel 1979, quando la musica di ogni genere sparisce dalla scena culturale ufficiale perché “occidentale, non islamica e anti-iraniana”. Khomeini l’aveva definita “non diversa dall’oppio”; in una parola, “satanica” a causa del suo presunto potere di seduzione e corruzione.

 

Con la fine della guerra con l’Iraq nel 1988 e la morte di Khomeini, la musica classica e popolare tornano a vivere nelle radio e nella televisione di Stato, mentre la musica pop si arrampica lentamente sulle vetrine nei negozi musicali delle principali città. Negli anni Novanta, durante la presidenza riformista di Mohammad Khatami (1997-2005) le maglie della censura si allargano fino a consentire, tacitamente, la nascita di un mercato nero per i prodotti della industria culturale e creativa occidentale, e l’emergere di una scena musicale pop e rock made in Iran.

 

“Se non castamente, almeno cautamente”, la massima si adatta perfettamente alla musica, cosi come alle altre espressioni artistiche, tutte (o quasi) tollerate, purché nell’ombra, lontane da riflettori ufficiali e soprattutto dal rischio di mettere pubblicamente in discussione l’identità islamica. La contraddizione terminologica è solo apparente, la musica underground in Iran è di massa, seguita e amata dalla stragrande maggioranza di una popolazione che è tra le più giovani al mondo (il 60% con meno di trent’anni).

 

«Volete ironizzare sulla barba?» chiede divertita una giovane impiegata del Ministero della Cultura. Blade & Beard non è propriamente il nome più adatto (per di più scritto in inglese) per passare al vaglio delle autorità preposte alla purezza della cultura iraniana. In realtà, la tecnologia digitale offre anche in Iran ottime alternative alla mancanza di mezzi e di permessi.

 

«Abbiamo una donna come vocalista. È un problema?» «Una donna? Siete impazziti? Avete mai visto una donna cantare in una band in questo Paese? Le donne possono stare solo dietro, e con il velo.» Lei però ha il piercing….

 

Non va meglio nel mondo della clandestinità e del mercato nero, diffusissimo in tutto il Paese. Un mondo parallelo. Tipografie e sale di incisione clandestine, feste e rave clandestini, bar e ritrovi clandestini, dove le donne fumano ascoltando musica occidentale.

 

«Siamo costantemente sotto controllo, se le autorità trovano una copia come questa senza permesso e con questa copertina mi chiudono il negozio», racconta un negoziante di dischi. Ad un altro glielo hanno chiuso malgrado vendesse biglietti autorizzati per un concerto. Ogni giorno doveva fare rapporto alla polizia. L’autorizzazione nel frattempo era stata revocata, il concerto in realtà era di heavy metal. Eludere la censura è diventata un’arte di per sé in Iran.

 

«La Repubblica islamica ci ha insegnato a prendere scorciatoie, a mentire, amano essere ingannati»dice un rivenditore di dischi e strumenti musicali. Tira fuori decine di CD senza permesso. «Nessuno se ne accorge, basta avere due copertine.»

 

Non è cambiato molto con il moderato Hassan Rohani, il nuovo presidente eletto nel  2013, almeno non per Anoosh, Arash e artisti come loro. Per la Blade & Beard Band è tempo di seguire le orme della diaspora musicale iraniana, nata ai tempi della Rivoluzione khomeinista a Los Angeles e diffusasi con successo in tutto il modo occidentale, fino a fare di DJ e musicisti iraniani un marchio di qualità molto apprezzato dalle avanguardie musicali delle capitali europee.

 

Via Skype Anoosh e Arash contattano un trafficante: passaporti e visti per 10.000 dollari. «[…] abbiamo intermediari in tutte le ambasciate del mondo, possiamo fornirvi tutti i documenti che vi servono anche la carta di identità di un musicista.»

 

Troppo costoso, troppo rischioso. A Zurigo si tiene ogni anno la Street Parade, il festival di musica techno più grande d’Europa. Anoosh e Arash si iscrivono a partecipare, essere invitati gli darebbe una opportunità unica. Che accade. La loro prima volta sul suolo europeo. Davanti ai loro occhi, migliaia di giovani da tutta Europa riuniti lì per vivere insieme la musica, allo scoperto, senza veli né polizia morale.

 

Intervistati alla radio Arash and Anoosh non nascondono di sentirsi come nel Paese delle meraviglie. «Non ho mai vissuto nulla del genere, nel nostro paese è tutto….underground. Sono stanco di vivere tutto di nascosto, segretamente.»

 

In valigia, Anoosh e Arash si sono portati un’idea, una suggestione, una tentazione difficile da allontanare. Strappare il passaporto e chiedere asilo politico. Non tornare, non guardarsi indietro. Il visto di cinque giorni è scaduto. È tempo di tornare in Iran, da famiglie e fidanzate. Dove ci sono i migliori pistacchi del mondo. In taxi, verso l’aeroporto, Anoosh e Arash non si scambiano parola, assorti nel silenzio di quella sospensione temporale che sembra non finire mai.

 

«Può fermarsi per favore? Non andiamo all’aeroporto.»