È lui la star di Venezia 75. Lontanissimo dai più blandi canoni della notorietà, José Mujica è una celebrità mondiale, un gigante. All’ex Presidente dell’Uruguay la 75esima edizione della Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia ha dedicato due opere, in continuum fra loro nel raccontare la sua incredibile vita: LA NOCHE DE 12 AÑOS di Alvaro Brechner, straziante ricostruzione degli anni di carcere di José Mujica, e un documentario, EL PEPE, UNA VIDA SUPREMA di Emir Kusturica, una testimonianza dell’uomo e del politico, il racconto intimo della sua vita, dalla prigionia alla presidenza fino al ritorno alla normalità, che, come noto, lui, il presidente più atipico del mondo, non ha mai lasciato durante i cinque anni in cui ha guidato l’Uruguay.

 

LA NOCHE DE 12 AÑOS è una emozione continua, empatica, agghiacciante. Catartica. Siamo in Uruguay, negli anni Settanta (nel 1973, per l’esattezza) durante uno dei casi più drammatici e poco noti di violenza politica all’interno delle dittature militari che in quel periodo infestavano il continente sudamericano.

 

José Mujica è stato un Tupamaro, un personaggio di primo piano di quel movimento di ispirazione marxista-leninista-castrista che sul finire degli anni Sessanta creò la prima strategia di guerriglia urbana del Sud America. Rapine in banche, sequestri di persona (il più noto l’ambasciatore inglese Geoffrey Jackson), ferimenti, uccisioni (tra cui Daniel Mitrione, un agente della sicurezza americana). Una sistematica azione di lotta contro lo Stato, in nome di una società liberata dalla fame, dall’ingiustizia e dalle disuguaglianze.

 

La storia dei Tupamaros e della loro espressione politica, il Movimento di Liberazione nazionale (MLN), è stata ampiamente dimenticata. Tra i principali meriti (e intenzioni) di LA NOCHE DE 12 AÑOS c’è di certo quello di aver portato al grande pubblico una storia drammaticamente vera con cui gli stessi uruguaiani non hanno mai fatto i conti.

 

Nel 1972 i Tupamaros furono letteralmente stroncati dalla dittatura militare instauratasi con il semi-colpo di Stato (il Presidente Juan María Bordaberry rimase formalmente al potere), del giugno del 1973. Il Consiglio per la sicurezza nazionale, vero organo di governo del Paese, diede carta bianca ai militari: nel 1976 l’Uruguay aveva il più alto tasso di prigionieri politici di ogni altro Paese al mondo in rapporto alla popolazione. Oltre duemila persone, attivisti politici e simpatizzanti dei Tupamaros finirono in carcere. Molti sparirono. Tortura, droghe, isolamento, armi e tecniche di repressione fino a quel momento impensabili.

 

Una notte del settembre 1973, José Mujica, catturato e arrestato insieme ad alcuni compagni l’anno prima, viene prelevato dalla cella, bendato e trasportato segretamente in un luogo oscuro. Con Mujica, detto Pepe, Mauricio Rosencof, detto Rosco e Fernández Huidobro, detto Ñato.

 

 

Quella notte è solo la prima di una lunga serie di trasbordi e spostamenti a cui saranno sottoposti i tre prigionieri per ben dodici anni, fino a quando nel 1980 un plebiscito decreterà l’inizio della fine del potere militare aprendo la strada al ritorno della democrazia. La “lunga notte” per Mujica, Rosco e Ñato finisce nel 1985 con l’amnistia per i prigionieri politici. Un processo contro i responsabili non è mai stato messo in piedi.

 

Con una tensione narrativa costante e incalzante Alvaro Brechner riesce perfettamente a trasmetterci il senso del tempo (anche cronologico) di quei dodici anni, oscuri e brutali. In completo isolamento (salvo la compagnia dei topi) in cave e umidi sotterranei, molto spesso al buio, senza cibo o acqua. Per un anno non è stato concesso loro di lavarsi. L’uso della toilette, una volta al giorno.

 

 

Isolamento, tortura, privazione fisica e mentale spinta oltre ogni limite di umana sopportazione e sopravvivenza. Un copione diabolico messo in atto meticolosamente, un esperimento macabro quanto esemplare.

 

«Poiché non possiamo uccidervi, vi faremo impazzire», sibila il militare capo con sprezzante superbia e inumanità.

 

Uccidere tutti o quasi tutti i tremila prigionieri Tupamaros avrebbe creato clamore, pur nel clima di terrore militare instaurato nel Paese. Impazzimenti e sparizioni (le desapariciones nel Mar de la Plata) erano pratiche discrete ed efficaci in tutto il Sud America in quegli anni horribili. Anni di sopravvivenza “bestiale” per José Mujica, Mauricio Rosencof e Fernández Huidobro.

 

Eppure resistono, eppure sopravvivono, nel corpo e nello spirito. Toccanti i flashback dei ricordi, frammenti di vita di quando erano ancora “umani”, prima del carcere, prima che affetti, volti, odori diventassero compagni silenziosi nella putrescente cella di turno. Frammenti di vita a cui aggrapparsi disperatamente per rimanere vivi, antidoti alla pazzia, come l’odore della carta che Nato riesce ad avere da una guardia (a cui fa scrivano grazie al suo talento letterario), una partita a scacchi con se stessi o i brevi e ritmati battiti di dita sul muro per comunicare con chi sta dall’altra.

 

Durante i lunghi anni di detenzione Mujica soffre di allucinazioni sempre più frequenti, voci, visioni, suoni gli rimbombavano incessantemente nel cervello. La sua ossessione è di essere spiato, segretamente, da una cimice. Il suo unico contatto con il mondo sono state le due sole visite che la madre riesce ad ottenere nel corso di tutti gli anni di detenzione. O di sequestro, dovremmo dire.

 

«Per sette anni non ho potuto leggere un libro», racconta Mujica. «[…] Avevamo creato la prima guerriglia urbana, prima di noi la guerriglia era solo rurale, noi l’abbiamo portata in città, siamo stati i primi», continua orgoglioso El Pepe sorseggiando il suo mate, il tradizionale infuso di erbe sudamericano.

 

I Tupamaros furono amnistiati nel 1985, il Movimento di Liberazione nazionale riabilitato come soggetto politico solo nel maggio 1989. Nello stesso anno, per partecipare alle elezioni, formò con le forze di estrema sinistra il Frente Amplio (Fronte Ampio). Nel 1995 Mujica entra in Parlamento, nel 2004 con la vittoria di Tabaré Vazquez (il primo presidente di sinistra) è ministro dell’Agricoltura, nel 2009, a 74 anni e con il 90% dei voti, Presidente dell’Uruguay.

 

Gli anni della presidenza («Fratricidi perché passati troppo in fretta»), il discorso di commiato alla nazione («Non sto andato via, sto arrivando»), la sua vita sul trattore, l’amore per i fiori, i suoi progetti, i suoi ricordi, i sui rimpianti (non aver avuto figli) raccolti da Emir Kusturica in EL PEPE, UNA VIDA SUPREMA racconto e ritratto personale dell’ex Presidente dell’Uruguay.

 

 

El Pepe, come lo chiamano tutti gli uruguaiani, ha sempre dichiarato che non sarebbe l’uomo che è oggi se non avesse vissuto l’esperienza del carcere, della tortura, della strenua lotta per la sopravvivenza. Riesce perfino a farci dell’ironia. Punta Carretas, il primo carcere in cui è stato detenuto, ora è uno shopping center della capitale. «Sarebbe stato diverso, beh…un’altra cosa.» 

 

Non sarebbe stato l’uomo che è senza quella “lunga notte”, Mujica, il Presidente che rinuncia ai fasti del palazzo presidenziale di Suárez y Reyes per restare insieme alla moglie, Lucía Topolansky, ex militante rivoluzionaria anche lei, ora senatrice, nella piccola e modestissima tenuta di campagna a Rincón del Cerro. Il Presidente che ha devoluto lo stipendio a programmi di riduzione della povertà, che rifiuta la cravatta. Sempre, fosse al cospetto di Barack Obama come di Papa Francesco.

 

Il Presidente che ha legalizzato il consumo di marijuana, l’aborto fino alla 12 settimana (vietato nella maggior parte del Sud America), i matrimoni tra persone dello stesso sesso, che nei grandi consessi internazionali pronuncia discorsi sulla felicità, ma che è sempre attento all’imprescindibile ancoraggio al mercato globale, al mondo delle imprese e degli investitori esteri. Un ex guerrigliero marxista, sordo ai canti delle sirene del bolivarismo chaveziano e del comunismo del XXI secolo.

Il Presidente che ha contribuito fortemente a fare dell’Uruguay uno dei paesi più avanzati e liberali del continente, che ha attirato investimenti e più che dimezzato la povertà, che ha trasformato il Paese da importatore a esportatore netto di energia rinnovabile.

 

Muijca riempie lo schermo con la sua unicità prima ancora che con la sua imponente presenza fisica. Un saggio, un combattente, un idealista, un uomo che ha cambiato il suo Paese senza cambiare se stesso, adattando i mezzi della democrazia agli ideali di sempre, della giustizia sociale, della uguaglianza, della lotta alla povertà.

 

«Se la socialdemocrazia fosse nata in un piccolo Paese, questo sarebbe senz’altro l’Uruguay, la Svizzera dell’America Latina, ci chiamavano cosi, fino agli anni Cinquanta era cosi, fino a quando gli Stati Uniti non misero in piedi il Piano Condor […].»

 

L’operazione Condor, ovvero un’area Schengen della repressione, un sistema di cooperazione regionale tra le dittature militari sudamericane per praticare senza limiti territoriali e giudiziari la repressione degli oppositori politici.

 

Non si pente El Pepe di aver rapinato banche con in mano la sua 45. «Cos’è più grave fondare una banca o rapinarla?»

 

In fondo, se lo chiedeva già Bertold Brecht.