THE ANNOUNCEMENT è satira pura. Asciutta, gelida e pungente. Ironia pacata, umorismo caustico, critica mordace. Una commedia dell’assurdo tremendamente reale, una commedia in cui non si ride e già questo basta a classificare l’ultimo film del regista turco Mahmut Fazil Coşkun presentato a Venezia 75, come un film non facile. Eppure molto valido.

 

THE ANNOUNCEMENT inizia in uno studio medico, un paziente sul lettino, un medico e una assistente, in realtà è una interprete. Siamo in Germania, alla parete Eine Gastarbeiter ist auch dein Näechter, un lavoratore straniero è anche il tuo vicino.

 

Murat è turco, vuole entrare in Germania, regolarmente. Vuole lavorare ma gli manca un dente quindi non se ne fa niente, non è adatto, parere negativo. La prima freddura, una stoccata alle leggi sull’immigrazione in Germania. Ma il film di Fazil Coşkun è altro, di Germania non si parlerà più e nemmeno del dente di Murat, garzone nel forno di Kemal, uno dei personaggi centrali di questa trama farsesca.

 

È un cospiratore, come Reha e Sinasi. Insieme formano uno sgangherato e dappoco gruppo di militari in procinto, nella notte del 22 maggio 1963, di compiere qualcosa di molto serio: annunciare al Paese che è in atto un golpe militare per rovesciare il governo di Ankara. Perché il governo legittimo debba essere spodestato non è detto; immaginiamo facilmente  si tratti del consueto leitmotiv “alla turca”: tenere fuori la religione dalla politica in una nazione a prevalenza musulmana.

 

I militari in Turchia, i “guardiani della democrazia”, non hanno mai sbagliato un colpo, è il caso di dire. Sono intervenuti quattro volte (1960, 1971, 1980, 1997) a difesa del secolarismo impiantato da Mustafa Kemal Atatürk. E sempre con successo, almeno fino al 15 luglio 2016. Perché non ha funzionato, perché il tentativo di rovesciare Recep Tayyip Erdogan e la sua deriva islamica non è riuscito?

 

Forse che gli organizzatori del tentato golpe del luglio 2016 somigliano allo sprovveduto manipolo di militari che in THE ANNOUNCEMENT si lascia trascinare maldestramente in una serie di contrattempi e ritardi grotteschi ai limiti del surreale che impediscono l’obiettivo finale? Forse perché i (presunti) salvatori della democrazia parlano più di frigidaires (che incominciano a diffondersi in quegli anni in Turchia) che di azione golpista?

 

O forse perché i cospiratori non si trovano d’accordo sulla forma verbale da usare nel messaggio da trasmettere alla nazione «la vita pubblica si è paralizzata o è stata paralizzata? […]», o peggio perché il responsabile di Radio Istanbul non sa far funzionare le apparecchiature radiofoniche e bisogna girare per tutta la città alla ricerca dell’unico uomo, Tevfik, in grado di farlo, e siccome non si sa nemmeno bene come si chiama si cerca la moglie, Nejla, una brava infermiera. Che però in realtà è una anestesista impegnata in sala operatoria, e sicché non immediatamente disponibile a mollare i ferri per mettersi a manipolare una stazione radio.

 

 

Oltre a Reha e Sinasi c’è Nazif che tarda a farsi vivo nel retrobottega del forno di Kemal. In realtà è un traditore, prontamente scoperto, freddato e messo nel frigidaire. E poi c’è Rifat che ha combattuto nella guerra di Corea o meglio ha cantato in Corea durante le cerimonie dell’esercito. Un giorno, tra lo sbigottimento generale, ha cantato l’inno nazionale … della Corea del Nord! Quanto basta per essere cacciato via.

 

Come è possibile tanta improvvisazione, tanto dilettantismo, come si può solo pensare di abbattere con questo materiale umano uno dei governi strategicamente più importanti dell’Occidente?

 

Eppure i nostri partono bene, sono credibili, almeno nelle intenzioni. Autorevoli nelle loro divise. La scena che segue l’apparizione di Murat nello studio medico è terribilmente seria. Due uomini, Reha e Sinas freddano l’autista di un taxi, testimone scomodo di quanto sta bollendo in pentola ad Ankara.

 

Poi la gravità del momento si disperde in una serie di assurdi e incredibili contrattempi,  deviazioni tragicomiche all’interno di un contesto che conserva pur sempre, nella sua goffaggine, una cera solennità. I golpe sono una cosa seria, le vicende della Turchia sono una cosa seria, anche quando sono ideati male e realizzati peggio, come il 15 luglio 2016, quando dopo solo poche ore l’azione di forza ha cominciato a vacillare, mentre  Erdogan, non attraverso la radio ma con un video dal suo smartphone, ha chiamato la nazione a raccolta, e i militari, almeno la maggior parte di loro, ha dichiarato fedeltà al governo.

 

 

Nel 1960 le cose sono andate diversamente, il complotto funzionò, ricorda Murat, perché Teflik era a casa e poté fare tempestivamente l’annuncio.

 

Tempismo e velocità sono fondamentali per la riuscita di un golpe. Effetto sorpresa e aura di inevitabilità altrettanto.

 

Fattori tutti presenti nel golpe del 27 maggio 1960 quando i generali, coesi nella loro decisione, destituirono Adnan Menderes e Celal Bayar, rispettivamente Primo ministro e Presidente della repubblica, colpevoli di aver favorito la riapertura di molte mosche e scuole religiose e limitato la libertà di stampa. Il Primo ministro Menderes fu giustiziato, malgrado (a quanto si dice) il Presidente John F. Kennedy avesse chiesto al nuovo governo di commutare la pena. Nei golpe successivi (1971, 1980 e 1997) del le cose sono andate più o meno allo stesso modo. I militari sono sempre stati “all’altezza del loro compito”.

 

Ma le cose possono andare diversamente anche tra le fila del collaudato esercito turco, figuriamoci con i nostri quattro temerari. Perché nel film, quando pure si riesce alla fine a fare il fatidico annuncio, si snocciola il consueto copione – «le forze militari sono state costrette ad assumere il controllo del governo per ristabilire la pace e la sicurezza della nazione, l’Assemblea nazionale e il senato sono stati sciolti, tutti i partiti politici sono stati chiusi […] noi formeremo un governo stabile e democratico.»

 

Da Ankara però, dove si sta facendo il lavoro grosso (occupare il governo), non si hanno segni di vita e carri armati per le strade di Istanbul non se ne vedono.

L’annuncio è fatto, il piano è riuscito, si può brindare con un Martini. Superba bevanda italiana oltre che «l’arma americana più letale che esista, come una volta ebbe a dire Nikita Krusciov», ricorda Rifat. Il piano è riuscito, seppur tra non pochi inghippi non proprio degni di golpisti patentati; il piano è riuscito, anche se di li a poco Radio Istanbul annuncerà il fallito colpo di Stato da parte di un gruppo di militari a cui le autorità danno la caccia in tutto il Paese. Il piano è riuscito e i nostri prodi meritatamente si rifocillano dopo una notte alquanto movimentata.

 

THE ANNOUNCEMENT è un film farsa, una satira politica gelidissima e drammaticamente attuale. Viene facilmente da pensare che l’intento del regista sia stato quello di infliggere un colpo, questo si serio, all’esercito che nel luglio 2016 ha miserevolmente deluso, nel giro di poche ore, le aspettative di un regime change ad Ankara.

 

Fazil Coşkun in realtà, come lui stesso ha dichiarato in conferenza stampa alla Mostra di Venezia, non è stato ispirato, bensì sorpreso dagli eventi dell’estate del 2016.

 

«La sceneggiatura di THE ANNOUNCEMENT era già stata scritta da un paio di anni, quando nella estate del 2016 per una bizzarra coincidenza c’è stato davvero un tentativo di golpe.»

 

Non c’è stato nessun annuncio golpista, nessun cambio di governo, nessuna sceneggiatura tragicomica. Il finale lo conosciamo: circa 300 morti, 50.000 persone arrestate tra giornalisti, militari, avvocati, professori, oltre 120.000 funzionari pubblici licenziati.