ISIS TOMORROW, THE LOST SOULS OF MOSUL, il documentario di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, presentato Fuori Concorso a Venezia, ha un titolo drammaticamente allarmante.

 

L’ISIS, domani. Ancora. Magari sventolerà un altro vessillo o subirà un’altra mutazione genetica del suo nome (da ISI – Stato islamico dell’Iraq – a ISIS – nome arabo per la regione della Grande Siria – per poi diventare, con la nascita del Califfato nel 2014, IS – Stato islamico), ma sarà lì a seminare terrore, morte, violenza sanguinolenta con le sue teste infilzate, le schiave del sesso, i suoi guerrieri neri, il Rule of Law oppressivo, le leggi di vita oscurantiste, il proibizionismo dell’animo, il nichilismo del cuore.

 

Il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, nato a Mosul il 29 giugno 2014 e sepolto sotto le sue macerie il 7 luglio 2017, non sarebbe morto ma solo pesantemente tramortito dalle mitragliatrici dei peshmerga curdi e dai missili americani.

 

 

Gli autori di ISIS Tomorrow hanno realizzato numerose interviste a Mosul, tra il 2016 e il 2018. Interviste che non hanno tralasciato nessuna delle parti in causa. Ne viene fuori una inquietante realtà: oltre alla polvere delle macerie, a Mosul si respira aria di vendetta, il lezzo del jihadismo nero non ha smesso di diffondersi, l’ideologia dell’Isis non è affatto morta.

 

Il testimone è nelle mani dei bambini, i figli dell’Isis, quei figli su cui ricadono le colpe dei padri e le cui orme, loro, nella maggior parte dei casi, sono decisi a seguire. Bambini ghettizzati, isolati, allontanati come appestati dalla popolazione sopravvissuta alle barbarie delle milizie jihadiste; bambini che la comunità internazionale ignora nascondendosi dietro l’ipocrita liturgia dei lunghi tempi della riconciliazione.

 

Rimasta sotto il controllo dell’Isis per tre anni (dal 10 giugno 2014 al 9 luglio 2017) Mosul, la seconda città dell’Iraq, è stata liberata da se stessa. Gran parte della popolazione ha aderito al progetto dell’Isis, tanto radicata era l’ostilità nei confronti delle forze di sicurezza locali, spesso considerate alla stessa stregua dei nemici. Brutale sottomissione a parte, l’efficacia della nuova “macchina statale” nella fornitura di servizi essenziali ha poi fatto il resto. Molte donne irachene hanno incoraggiato mariti e figli a unirsi alla nuova amministrazione del Califfato per avere di che vivere. Alle radici del jihadismo violento ci sono state motivazioni ben più banali del fervore religioso. Sarebbe bene tenerne conto nelle geometrie della ricostruzione.

 

L’offensiva per la liberazione della città, durata un anno e mezzo (da gennaio 2016 a luglio 2017), ha reso Mosul, una città fantasma, rasa al suolo, sventrata. Con un’ottima fotografia ISIS Tomorrow ci rende perfettamente l’idea dell’apocalisse di Mosul, dove si è combattuta una delle più feroci battaglie dalla Seconda guerra mondiale.

 

Impossibile stabile l’esatto numero delle vittime (secondo l’Associated Press circa 10.000),  ancor più conoscere il numero degli orfani dello Stato islamico in Siria e in Iraq. Ma è chiaro che molti sono i bambini emersi dalla devastazione militare. Nei tre anni di occupazione, a Mosul hanno vissuto circa 500 mila minori, la guerra gli ha tolto tutto. Genitori, amici, la scuola; gli ha rubato l’infanzia, irrimediabilmente, per sempre.

 

Come Abudi. Ha dieci anni. Ascoltarlo mette i brividi. La sua testimonianza è disperazione pura. Invalido ad una gamba, Abudi non ha altri vestiti se non quelli che indossa. Si muove tra le macerie con la destrezza di un cane randagio. Ha perso il padre, lo zio, i cugini. Uccisi dagli uomini della milizia islamica.

 

«Ho visto morire tanta gente, a volte li lapidavano li uccidevano le pietre, gli tagliavano la gola. Anche molti bambini lo facevano. Chiamavano le persone infedeli. Mia madre è stata picchiata davanti ai miei occhi, frustata perché non era vestita in modo adeguato. Se avessi avuto un’arma li avrei uccisi, se avessi un’arma li ucciderei, per vendicare tutta la mia famiglia.» (Abudi)

 

Mahmoud ha 16 anni, è figlio di un combattente dell’Isis. Lavorava in una officina per la riparazione di motociclette con il padre prima che questi lo costringesse ad arruolarsi insieme a lui. Il padre è stato ucciso e lui non riesce a perdonarlo. Mohammed ha 10 anni, gli hanno ucciso il fratello.  Omar, 16 anni, è in carcere. Sognava di tagliare la testa ad un americano.

 

E cosi tanti altri. «Ce ne sono tanti di figli dell’Isis, tanti sono in carcere, quasi tutti minori.» racconta un ufficiale dell’esercito iracheno intervistato. Sono loro le anime perse di Mosul, accampati, quando non in carcere, nelle sezioni dei campi profughi riservate alle famiglie dei miliziani. Le loro case requisite o distrutte, sui muri di quelle ancora in piedi la parola Daesh (la parola araba per Isis).

 

Molti civili nelle aree sotto il controllo dello Stato islamico hanno collaborato a diversi livelli con la nuova organizzazione semi-statale di al-Baghdadi. Molti si sono uniti per soldi, gente di origine modesta che faticava a mantenere le famiglie in un contesto di guerra.

 

Un altro militare, molto giovane, racconta commosso di aver ucciso bambini combattenti. «Un giorno un bambino si è fatto esplodere davanti ai miei occhi, una parte del corpo da una parte una altra dall’altra, non sono riuscito a fermarlo, potevo solo sparargli, non ragionava più, […] speravo di non incontrare più bambini per non doverli uccidere.»

 

In un video di propaganda del Califfato l’orribile addestramento dei bambini soldato nella Moschea di Al Nuhri. Scuole fucine del lavaggio del cervello.

 

Campo Al Jeddah sezione D, riservata alle famiglie dell’Isis. Il film entra in questa “riserva indiana”, incontra le vedove dell’Isis insieme ai loro figli.

 

In tutte è forte un senso di orgoglio e un anelito di vendetta. Sono orgogliose di far parte della guerra santa. «Non ci danno acqua», racconta una di loro, «anche se i bambini volessero dimenticare non ce lo permetteranno. Verrà il nostro momento, oggi è il loro, domani sarà il nostro.» 

 

A parlare è Arwa, una delle vedove dell’Isis. Sua figlia ha perso la vista a seguito di un attacco aereo della coalizione alleata. «Le ho promesso che la porterò a Baghdad dove le restituiranno gli occhi […] Non abbiamo elettricità perché siamo dell’Isis. Non ci mischiamo con nessuno, preferiamo morire per Allah.»

 

 

A Mosul l’ideologia dell’Isis è trasmessa da madre in figlio. Sono loro, «le vedove nere», le depositarie dell’eredità del Califfato e su di loro si scaglia l’odio della popolazione vittima delle sue atrocità. I vinti di ieri, i vincitori di oggi.

 

«Non esco», racconta Abdullah, «fuori mi insultano, mi picchiano, non voglio tornare a scuola.»

 

I bambini, l’investimento più prezioso di Al Baghdadi, cellule dormienti del terrorismo di domani, ancora istruiti su quella ideologia, viepiù fomentata dai crimini su larga scala commessi dalle forze speciali irachene e dalle milizie sciite e curde per liberare la città.

Cosa ne sarà di loro è molto difficile prevederlo. Senza documenti non possono andare a scuola, lavorare, ricevere assistenza medica. Il loro trauma è cosi profondo che è difficile perfino immaginare un barlume di speranza per un futuro migliore. Addestrati al martirio, candidati al paradiso di Allah, questi bambini oggi vivono l’inferno in terra, bersagli facili della vendetta dei sopravvissuti. Hanno l’animo stracolmo d’odio e di retorica jihadista.

 

Non basterà certo una generazione a rimuovere i loro traumi, ma di certo in assenza di una via d’uscita per i figli dell’Isis e per le loro madri, in assenza di lavoro e di diritti, domani sarà di nuovo Isis.