Il regista maori Barry Barclay coniò il termine “quarto cinema” per descrivere il cinema degli indigeni, cioè quei film mostrati per lo più nei circuiti dei festival. Oltre al Native Program del Sundance Festival, nato negli anni Novanta, la Berlinale ha lanciato, nel 2013, il suo NATIVe Programme, cosi come diversi festival di più piccole dimensioni hanno scelto di selezionare esclusivamente produzioni indigene. Non c’è tuttavia un vero consenso su che cosa si intenda per cinema indigeno. Houston Wood, autore di ‘Native Features’, suggerisce di collocare queste produzioni cinematografiche sulla base degli attori, degli argomenti, dello stile. Il festival canadese imagineNATIVE accetta un film solo in presenza di un indigeno, sia esso il regista, lo scrittore o il produttore; Jason Ryle, direttore artistico del festival, preferisce trattare film indigeni come se fossero tedeschi o svedesi e non come un genere a sè, come invece spesso accade altrove.

 

Consapevole di queste distinzioni, il regista di origini iraniane Babak Jalali nel suo ultimo film LAND sceglie un tema piuttosto controverso. Negli ultimi anni si è sviluppato un dibattito su cosa esattamente si intenda con il termine storie di indigeni. Guardando ad alcuni classici, NANOOK OF THE NORTH di Robert J. Flaherty e BALLA COI LUPI di Kevin Costner, la prospettiva di chi è all’esterno è sempre stata prevalente, probabilmente come risultato della oppressione e della colonizzazione subita dai nativi. Grazie ad una certa democratizzazione cinematografica, un numero sempre maggiore di nativi indigeni hanno iniziato a fare cinema raccontando le loro storie. Negli ultimi anni il numero di film indigeni, di vario format e genere, è aumentato, in alcuni casi con riconoscimenti importanti. Eppure il film di Babak Jalali è l’esempio di come un “estraneo” ancora osi raccontare storie senza includere il talento degli indigeni nel processo creativo del film.

 

 

Come è chiaro dal titolo, LAND è incentrato su un territorio dove vivono i bianchi e i nativi americani, e dove è evidente la difficoltà di questi ultimi, ancora oggi vittime di discriminazioni. Il film racconta la storia di Mary Yellow Eagle e della sua famiglia, la loro lotta quotidiana, il loro rapporto con la comunità locale dei bianchi. Gli Yellow Eagle sembrano destinati ad essere percepiti dal pubblico come l’idealtipo del nativo americano. Proprio come loro, molti nativi americani vivono nelle riserve, sono disoccupati, tossicodipendenti  o alcolisti. Il tasso dei suicidi inoltre è molto più altro fra i Nativi che in qualsiasi altro gruppo etnico. Il figlio più grande di Mary, Raymond, si è lasciato il suo passato di alcolista alle spalle, lavora e ha una famiglia. Il figlio più giovane è stato ucciso (o si è ucciso) in Afghanistan mentre era in servizio nell’esercito americano. L’altro figlio, Wesley, è disoccupato e alcolizzato. Ogni mattina Mary lo accompagna al negozio di liquori dove lui passa intere giornate senza far nulla in compagnia della sua fidanzata. Scene, queste, che possono sembrare devastanti e poignant, proprio come il fatto che centinaia di donne indigene ogni anno spariscono nel nulla o sono uccise. Il film non scava in questo terreno, limitandosi a ritrarre la realtà di un solo Nativo.

 

La comunicazione verbale è limitata alle informazioni più importanti, ad esprimere resistenza o frustrazione. Il principale conflitto emerge quando il più giovane dei figli di Mary muore. Il fatto che un Nativo sia arruolato nell’esercito americano potrebbe sorprendere; in realtà, i Nativi americani hanno combattuto al fianco degli americani durante la Seconda guerra mondiale, alcuni veterani di Navajo sono stati invitati alla Casa Bianca non molto tempo fa. Il simbolo nazionale più amato da Donald Trump, la bandiera americana, occupa un ruolo centrale in LAND. Malgrado le proteste della famiglia, l’Air Force americana insiste sul funerale militare per il giovane della famiglia Yellow Eagle; il Maggiore Robertson arriva con una bara coperta da quella bandiera per ricordarlo come eroe morto per il suo Paese. ‘E’ morto per il suo lavoro, non per il suo Paese’, dice la madre al Maggiore, rivelando cosi tutta la sua resistenza ad accettare gli Stati Uniti come la sua patria.

 

 

Mary Yellow Eagle e il resto delle donne in LAND non esercitano la loro influenza nè guidano in alcun modo la loro comunità. Mentre il conflitto intorno a Wesley aumenta, il proprietario del negoziodi liquori, Bob’s Liquor Store, accusa Mary di non essere capace di tenere a bada la sua gente. Lei si muove come uno sceriffo del vecchio West, un genere confermato dalla musica del film e dai luoghi. Considerando il ritratto dei Nativi americani nei film western, la questione e l’importanza della rappresentazione diventa cruciale. Indipendentemente dalla sua età, il personaggio di Mary dimostra forza e fiducia nel futuro della sua famiglia e della sua comunità. Ecco perché solleva il sopracciglio quando a casa qualcuno della famiglia parla in inglese, quasi a temere che la lingua indigena scompaia. Come in altri paesi, gli Stati Uniti mandano i giovani indigeni nei colleggi, separandoli dalle loro famiglie per assimilarli alla società americana.

 

Registi stranieri come Jalali di solito mancano di una certa nuances, e perciò rafforzano in maniera falsata l’esistenza di un gruppo coeso di popoli indigeni. A volte anche i popoli indigeni sono costretti a recitare ruoli stereotipati per avere successo al botteghino. Senza un cambiamento sistematico e senza che registi indigeni raccontino le loro storie come meglio credono, il cinema indigeno non riuscirà mai a stupire le masse e a mostrare la diversità della loro etnicità, della loro vita e del loro stile. LAND di Babak Jalali si colloca a metà tra le produzioni indigene e non indigene. L’immenso infinito paesaggio nelle lunghe riprese statiche illustra l’essenza del rispetto dei popoli indigeni per la natura. E’ anche un elemento caratteristico nei film indigeni. Dall’altra parte, primi piani e riprese più da vicino catturano le emozioni sui volti dei protagonisti, per lo più confinate nell’intimo. I dialoghi sparsi, le lunghe riprese, la resobria restituiscono un film con un ritmo misurato più vicino probabilmente alla vita di alcuni ma non di tutti i Nativi americani.

 

di Barbara Majsa