Film basati su found-footage occupano un posto specifico nella storia del cinema. L’uso di materiale pre-esistente per raccontare il presente facendo riferimento al passato è tanto paradossale quanto iconografico. Igor Minaiev presenta già dal titolo l’idea di base del found-footage ENTHUSIASM: SYMPHONY OF THE DONBAS (1931) di Dziga Vertov, collegandolo al presente nella THE CACOPHONY OF DONBAS. Il ragionamento dietro al titolo è chiaro già dall’inizio con la voce narrante apparentemente onnisciente utilizzata per decostruire la propaganda sovietica tra gli anni Trenta e gli anni Novanta.

 

 

31 agosto 1935. Alexey Stakhanov, un minatore che sarebbe diventato l’eroe nazionale della propaganda imposta dalle autorità sovietiche al fine di costruire una immagine pubblica di superiorità del lavoratore socialista (il cosiddetto “movimento stacanovista”) che raggiunge il record mondiale di 102 tonnellate in un turno. Nel cinegiornale sovietico si racconta che il salario di un minatore è tra 1500 e 1700 rubli al mese, abbastanza per consentire a un minatore e alla sua famiglia di vivere bene nell’Unione Sovietica. Quando l’alcolismo dei minatori diventa di dominio pubblico, le autorità dichiarano di avere il problema sotto controllo, grazie a nuovi rimedi farmacologici. Minaiev decostruisce vecchi miti, l’informazione propagandistica e le leggende mostrando gli scioperi dei minatori degli anni Novanta. Il record di Alexey Stakhanov  era stato inventato, come tutto l’apparato di promozione del minatore sovietico. Alexey Stakhanov morì a causa di una malattia provocata dall’alcolismo. Una serie di interviste ai minatori che partecipano agli scioperi degli anni Novanta sotto il regime di Gorbachev mostrano una classe di lavoratori arrabbiati, delusi e stanchi.

 

Sequenze di cinegiornali, film di propaganda, interviste e video musicali sono messi insieme per sottolineare una certa discrepanza tra la propaganda e la verità. E non sono solo le drammatiche conclusioni del suo film-saggio, ma un certo tipo di humor che tradisce la ridicolaggine di questi materiali agli occhi del pubblico contemporaneo. Il regista alla fine approda al tema del Donbas del XXI secolo, ma solo dopo un passaggio dalla breve introduzione sulla costruzione articifiale della propaganda sovietica e i più recenti filmati, cioè una intervista all’artista ucraino Arsen Savadov sul suo progetto del 1997 Donbass Chocolate. Su questa parte del film, che è la più ampia, resta da dire che, anche se la voce narrante indugia su uno stile da saggio accademico e anche se il suo punto di forza è l’uso di materiale audiovisivo, Minaiev non attinge mai ad una fonte per rafforzare la sua tesi e non mostra mai materiale audiovisivo a totale supporto delle sue conclusioni contro-propagandistiche.

 

 

I filmati attuali dei recenti eventi del Donbas riguardano interviste con due cittadini ucraini vittime dei separatisti russi e filmati amatoriali  che presentano una coppia che organizza il suo matrimonio come un omaggio al militarismo. Minaiev non tira mai conclusioni socio-politiche, soffermando piuttosto sull’odio fra le persone e i popoli. Ciònonostante, la tesi dietro l’uso del  found-footage diventa evidente – dopo aver decostruito e demolito le radici del Donbas nella storia russa – gli eventi a partire dal 2014 sembrano improvvisamente senza senso e ingiustificabili, soprattutto quando l’elemento umano presente nei due ucraini è volutamente pensato come il punto di partenza nella descrizione degli orrori della guerra.

 

di Călin Boto