Dopo la prima mondiale all’ultima Mostra internazionale del cinema di Venezia, dove ha vinto il premio Miglior Film Rassegna Orizzonti, Manta Ray, opera prima di Phuttiphong Aroonpheng, è stato presentato al festival di Toronto, di San Sebastian e di Busan, attirando l’attenzione sia della critica che del pubblico per il suo sottile e impegnativo ritratto estetico del sempre presente tema dell’immigrazione all’interno della società thailandese. La storia slow-core di un pescatore che trova uno straniero privo di sensi e di una ex-moglie che combatte per trovare una sua collocazione.

 

Avendo dedicato il suo film ai Rohingya – una minoranza musulmana del Myanmar che spesso cerca di emigrare in Thailandia o in Bangladesh – Aroonpheng ambienta Manta Ray in un contesto decisamente sociale, mentre la trama lenta e con pochi dialoghi richiama lo stile di Tsai Ming-liang, in particolare I DON’T WANT TO SLEEP ALONE (2006). Non siamo a Kuala Lumpur ma a Mae Sot, una città di confine in Tailandia abitata da thailandesi e birmani, dove le simboliche e irrealisticamente grandi falene lasciano spazio alle credenze locali sui manta ray.

 

 

Proprio come nelle opere successive di Tsai, il tema socio-politico è rappresentato attraverso relazioni basate su una comprensione silenziosa tra i due popoli: l’esilio di un Rohingya ferito (che ha il nome di una popstar thailandese, Thongchai), e il nativo thailandese che lo riporta in vita; un disadattato in armatura luccicante e capelli biondi, abbandonato dalla moglie. Il rapporto fra i due basato sul suo monologo gira intorno a un certo realismo magico e romanticismo. Li vediamo andare su una ruota panoramica, ballare sotto le luminarie. Ma sotto la superfice di un linguaggio visivo raffinato (grazie all’acclamato DP Nawarophaat Rungphiboonsophit), Aroonpheng in realtà accende i riflettori sulla metafora della appartenenza nazionale.

 

Manta Ray infatti è l’insieme di un corto diretto da Aroonpheng nel 2015 (FERRIS WHEEL), in cui il simbolismo della ruota panoramica veniva usato per afferrare il significato del cerchio della vita. In entrambi i film la giustapposizione di riprese in controcampo, catturando i protagonisti, riflette la condizione degli esseri umani nel mondo moderno – il nativo messo al bando dalla società e l’immigrato ferito che sconfina, che va su e giù sulla stessa ruota. Non importa quanto arrivano in alto, alla fine entrambi saranno riportati sulla terra, ai loro conflitti di identità. La ruota rappresenta l’idea di non andare in nessun posto, come la guerra che sta raccogliendo l’anima dei Rohingya da decenni. Le riprese in controcampo presagiscono uno scambio di identità, consentendo al regista di catturare un immagine di società in cui ‘lo straniero’ diventa il suo opposto. C’è speranza quindi dietro l’angolo.

 

 

Attraverso questa rappresentazione, simbolica eppure descrittiva, Aroonpheng riesce a creare un viaggio etereo nella sua visione della moderna Thailandia, dove la deviazione dai valori universali fa  la sua apparizione. Le illuminazioni di Natale e il realismo magico sono la chiave per rispondere alla brutalità della lotta di ogni giorno che sono la realtà dove ad ogni angolo c’è la sensazione inconscia di un crimine commesso. Ciò che è bello sullo schermo non riesce a prevalere fuori schermo. Mentre ci si immerge nel viaggio, si sente il disturbo delle lampade pulsanti, si è infastiditi da un enigmatico  killer che si aggira tra le tombe di un cimitero. Ci vuole tempo per  attirare un diavolo di mare, ma ne vale la pena quando ne vedi uno, un manta ray.

 

di Lukasz Mankowski