Il debutto cinematografico di Joost Vandebrug BRUCE LEE AND THE OUTLAW ha le sue radici nella sua carriera di fotografo, oltre che nella prima rappresentazione della Romania come “Paese libero” all’interno dei media negli anni Novanta. Gli orfanatrofi dell’orrore, come la stampa rumena chiamava i rifugi dove migliaia di bambini venivano tenuti in condizioni miserabili durante il periodo di caos politico in cui versava la Romania durante la transizione. Un tema che ha trovato ampio spazio nei mezzi di informazione e una macchia all’interno della storia del Paese.

 

Nicu, anche noto come Haiducul/The Outlaw, porta la telecamera di Vanderbrughe nelle viscere di Bucarest.  Questo mondo sotterraneo è la dimora dei senzatetto, una comunità particolarmente povera guidata da ‘Bruce Lee’, una figura paterna problematica che condivide ogni cosa con i suoi ‘figli’, dall’amore all’abuso di droga. Le riprese, che ricordano Jean Rouch, tracciano una immagine offuscata, mobile, una fotografia col palmare di questa banda fuori dal mondo (o forse sotto il mondo) di emarginati e della loro vita quotidiana.

 

 

Nicu è uno dei molti bambini orfani che ha trovato qui una dimora dieci anni prima. Vandebrug lo segue nei suoi movimenti, un ragazzo in transizione che alla fine si rivela una storia di successo grazie ad attivisti della ONG (Raluca Pahomi) che cercano di reintegrarlo nella società, con pochi altri dei suoi compagni che hanno la stessa fortuna.  Il materiale è duro, con Pahomi che discute di AIDS e tubercolosi e Nicu che visita la tomba di una diciottenne, e le immagini di uno scandaloso reportage televisivo (“From underground to the ground”).

 

In termini di immagini il film è notevolmente eclettico, con il regista che utilizza insieme materiale proprio con episodi girati da Nicu e dai suoi amici, interviste a Bruce Lee, conversazioni tra i bambini e Vandebrug, impressionanti momenti di immediatezza, come quando il regista deve fermarsi dalle riprese per aiutate Nicu che si è ammalato. Il documentario accoglie il dolore degli altri, richiamandosi al cinema-verità degli anni Sessanta. La voce narrante è spesso quella di Nicu, più in là con gli anni, che racconta la sua vita come un di diario. Le notizie alla televisione si alternano con i capitoli che indagano la dinamica tra “il mondo e il sottomondo.

 

La cronaca del passato di Nicu rende inutile farsi domande sul suo consenso. Nel dibattito che riguarda il ruolo del regista nei documentari di osservazione, Vandebrug prende una chiara posizione, lasciando che la sua integrità personale e sociale prenda il sopravvento sulla missione professionale. Basti dire che la sua soluzione al dilemma se salvare un uomo mentre sta annegando o il suo film  (come il regista giapponese Kazuo Hara dichiara in una intervista in Film Menu), finisce con la scelta di mettere a terra la video camera e tuffarsi.

 

di Călin Boto