Il primo film semi-autobiografico di Yona Rozenkier è una sguardo su una cultura di violenza, militarismo e machismo – non necessariamente limitato al Paese di provenienza del regista. Debutto al Festival di Locarno, THE DIVE è la storia di tre fratelli riuniti per il funerale del padre, ognuno di loro con un diverso approccio al servizio militare nei primi giorni della guerra del Libano nel 2006. La trama del film, un dramma familiare, ispirato al genere western, non entra mai nel vivo delle vicende politiche di Israele e delle sue azioni militari, piuttosto mantiene per tutto il tempo la prospettiva dei militari soffermandosi sui disturbi da stress post-traumatico e sull’impatto culturale del conflitto.

 

THE DIVE è ambientato in un kibbutz semi abbandonato, dove è rimasta un’unica famiglia. Tutto intorno il deserto. In questo scenario arriva Yoav, un eroe solitario con un passato oscuro, per la sepoltura del padre per il quale Yoav è stato una profonda delusione. Dopo anni di lontanaza dalla famiglia, Yoav si riunisce con Itai (interpretato dallo stessa regista), il fratello scontroso ma orgoglioso e Avishai, l’ultimo dei tre fratelli, in procinto di partire per la guerra dopo soli giorni di addestramento. La sceneggiatura, ben congegnata,  aggiunge diversi livelli di conflitto tra Yoav e Itai, che tuttavia sembrano sempre tornare alla questione di combattere per il proprio Paese. Per Itai è un dovere mentre Yoav non né vede più il senso. Non sapremo mai cosa è accaduto a Yoav durante la sua precedente esperienza militare, ma i suoi attacchi di panico parlano, cosi come i suoi tentativi di dissuadere il fratello più giovane dal ritornare alla sua unità.

 

 

Il film ci mostra come la violenza e il militarismo sono radicati nella nostra cultura. Nella maggior parte dei casi le questioni fra i due fratelli si trasformano in aggressioni, come nella scena tra le vecchie rovine dell’edificio dove Itai “uccide” Yoav con un fucile da paintball, o durante le simulazioni delle battute di guerra. THE DIVE pare volerci suggerire che la nostra abitudine a varie forme di aggressione nella nostra cultura – anche in giochi “innocenti” – ci impedisce di vedere quanto siamo familiari con questi orrori che ci affrettiamo comunque e sempre a condannare. Nella più esplicita condanna della cultura pop, Yoav guarda un poster di Clint Eastwood, in posa da “eroe western” prima di concludere “E’ tutta colpa tua.”

 

Questa posizione rende il film alquanto universale, si focalizza su un soldato che è spinto ad arruolarsi (per patriottismo, per giustizia o per altro) e su una società in cui questo meccanismo è profondamente radicato. Allo stesso tempo non possiamo ignorare l’ambientazione israeliana, con la sua peculiare storia di militarismo, sebbene il film non entri mai nel merito della guerra libanese. L’intento è di mostrare quanto il servizio militare e la minaccia costante della guerra impatti sulle relazioni all’interno della famiglia. Yoav è dovuto fuggire via dalla sua famiglia e dalla sua cultura militare, rifiutandosi di perdonare il padre perfino dopo la sua morte. E, scoppi di violenza a parte, il film rivela dettagli poco eclatanti di cosa significhi vivere in questa culture: personaggi che portano via armi, spesso modernissimo fucili automatici.

 

 

Lontano dall’assumere una posa pacifista, THE DIVE scandaglia una cultura che assume la violenza come una regola. E con Yoav che abbandona la sua famiglia anche nel momento del bisogno il film mette in discussione la sua bussola morale, lontano dal ritrarlo come un eroe senza macchia. Questo è un altro momento in cui è volutamente evidente la complessità del problema e l’impossibilità di una facile risposta, che THE DIVE infatti non dà.

 

di Tomas Hudak