Prima del 5 ottobre 2018 non erano in molti a conoscere Nadia Murad. Un volto e una voce noti per lo più a chi si occupa di Medio Oriente o a chi ha visto ON HER SHOULDERS, il documentario di Alexandria Bombach, premio per la migliore regia all’ultimo Sundance Festival.

 

A Oslo, il 5 ottobre 2018 a Nadia Murad viene conferito, insieme a Denis Mukwege, il Premio Nobel per la Pace 2018 per il loro impegno nella lotta contro la violenza sessuale in contesti di guerra. Entrambi conoscono bene la potenza distruttiva dello stupro, arma di guerra efficacissima nell’annientare un’etnia, in Congo come in Iraq. Denis Mukwege, il medico congolese che “ripara le donne”, Nadia Murad la giovane donna yazida schiava sessuale degli uomini dell’Isis.

 

«Noi vogliamo mandare un messaggio di sensibilizzazione sulle donne usate come arma di guerra, sul loro bisogno di protezione [..] e ai responsabili che dovranno essere giudicati per le loro azioni […]», ha dichiarato Berit Reiss Andersen presidente della commissione per il Nobel.

 

ON HER SHOULDERS si snoda intorno alla storia di questa giovane donna, Nadia Murad, lasciando sullo sfondo i particolari più agghiaccianti della sua esperienza e i complessi intrecci tra i conflitti regionali locali e i molteplici posizionamenti internazionali. Attivista per caso, Nadia Murad voleva essere una ragazza normale, aprire un salone di bellezza per donne, le donne della comunità yazide di cui è diventata il volto e la voce. Sono circa 500 mila gli yazidi nel mondo, colpevoli di essere etnicamente curdi e, cosa peggiore, di “adorare il diavolo”, l’angelo Pavone, la figura dominante della loro religione, un misto di islamismo e cristianesimo con elementi di zoroastrismo.

 

Non arabi e non musulmani, nel cuore della grande Umma sunnita. Colpiti e annientati dallo Stato islamico che nel giugno 2014, dopo la conquista di Mosul, avanza verso il Monte Sinjar (nella parte nordoccidentale dell’Iraq al confine con la Siria), gli yazidi sono stati vittime di una organizzata e sistematica repressione, una campagna genocidiale contro gli infedeli.

 

 

Il 3 agosto 2014, giorno in cui le milizie dello Stato islamico invadono la regione del Sinjar, Nadia Murad aveva 23 anni, viveva a Kocho, un villaggio di circa duemila anime nella parte più a sud del Monte Sinjar, prima di essere rapita, seviziata e venduta come schiava sessuale dagli uomini dell‘Isis.

 

Sono tante, più di tremila, le giovani donne yazide ad aver conosciuto la stessa orribile sorte, ricompense ai combattenti, “bottino di guerra” all’interno della neo-organizzazione statale del califfato, con tanto di commercio legalizzato di donne vendute all’interno del grande mercato della schiavitù jihadista.

 

Nella sua pubblicazione Dabiq (The revival of slavery before the hour), l’Isis ha riconosciuto la legittimità della schiavitù, giustificando la violenza sessuale con la Sharia che autorizzerebbe pratiche sessuali con schiave non musulmane. Circa 300 uomini yazidi sono stati uccisi a Kocho dai miliziani dell’Isis davanti agli occhi delle loro moglie, madri e figlie. In tutta la regione, oltre 5.000.

 

«[…] furono fatti stendere a terra e trucidati, sei dei miei fratelli erano fra questi», racconta Nadia «Mia madre insieme alle altre donne più anziane furono uccise.»

 

Nadia riesce a fuggire, arriva in Kurdistan e di lì in Germania come rifugiata all’interno di un programma di recupero per donne vittime della violenza dell’Isis. Nel 2015 Nadia non ha nessuna possibilità di tornare tra la sua gente, nel suo villaggio ancora nelle mani dell’Isis; può solo dare una voce e un volto a tutte le donne yazide ancora in cattività, a quelle che non ce l’hanno fatta a scappare, a quelle che continuano a sopportare l’inferno di violenza, a quelle che non hanno resistito e hanno preferito darsi la morte.

 

Nadia Murad ha fatto della sua storia personale la storia di tutte le donne yazide, l’ha portata in giro per il mondo nelle principali capitali europee, negli Stati Uniti, in Canada. Ha portato sulle sue spalle il peso di raccontare la storia della intera comunità yazida dopo quel tragico 3 agosto 2014, e lo ha fatto al meglio riuscendo a richiamare nei suoi numerosi incontri e interviste (17 paesi In poco più di un anno) l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale e soprattutto delle stanze del potere. Parlamentari, ambasciatori, politici di ogni orientamento.

 

 

Nadia Murad ha ripetuto decine, centinaia di volte quella storia, assicurandosi bene che arrivasse diritto alle coscienze dei suoi interlocutori. Un incessante appello al mondo, un urlo di dolore sommesso ma forte nella potenza del racconto, sempre breve, pacato ma d’effetto.

 

Non è stata sola in questa missione. Murad Ismael, direttore di Yazda, una ONG per la difesa della causa yazida e Luis Moreno Ocampo, ex procuratore capo della Corte penale internazionale, sono stati i suoi timonieri, insieme ad Amal Alamuddin Clooney, la nota avvocatessa per i diritti umani. Nel settembre del 2017 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione (2379) volta ad indagare i crimini di guerra commessi dall’Isis contro la popolazione yazida. Un numero imprecisato di donne yazide è disperso e centinaia di migliaia sono ancora dei campi profughi.

 

Alla Commissione per i Diritti Umani delle Nazione Unite Nadia fa un scorso conciso, diretto, dignitoso, toccante. Innanzitutto per Murad. Il suo pianto è tra le scene più cariche di significato di ON HER SHOULDERS. Ogni parola pronunciata da Nadia è passata al vaglio di Murad, consapevole che pochi minuti possono determinare il futuro di un popolo. Anche Nada lo sa, ha imparato la parte come un attore che si prepara ad una audizione. Nadia Murad ha avuto dinanzi a sé la difficilissima sfida di trasformare le emozioni suscitate dai suoi racconti in azioni concrete, in un momento in cui sono troppi i drammi che affollano il mondo “contendendosi la prima pagina”.

 

Nadia è riuscita a diventare il simbolo convincente di un massacro mediaticamente schiacciato tra la guerra in Siria e la nascita del Califfato. Nadia è stata violentata molte volte, ma questo come altri particolari cruenti sono appena sfiorato in On Her Shoulders. Il documentario di Alexandria Bombach ricostruisce piuttosto la creazione del “personaggio Nadia Murad”, il suo disagio a diventarlo, la necessità di accettarlo, la sua capacità di stare al gioco. Nadia impara a controllare le sue emozioni, a mantenere il contegno, la voce chiara e ferma anche quando le lacrime le solcano il viso.

 

Palchi, microfoni e telecamere diventano quella voce che gli yazidi aspettavano e a cui si aggrappano per ritrovarsi in una comunione, dolorosissima, nei raduni, nelle manifestazioni, nei campi profughi in Grecia e nelle piazze di Berlino. Attorno alla figura di Nadia esplode il dolore ma anche l’emozione di una comunità spezzata, disperatamente in cerca di un bagliore di speranza. “Sulle sue spalle” c’è un peso ancor più grande della denuncia mondiale del genocidio degli yazidi, a Nadia ora spetta tenere viva la sua comunità sparpagliata nei vari campi profughi tra Kurdistan e Europa.

 

«Ci vorrà molto tempo» dice Ocampo, «dieci anni almeno, ma nel frattempo la comunità non deve disperdersi, deve rimanere unità anche se divisa.» E senza mezzi termini, accusa l’Europa tutta: « […] sta finendo il genocidio della comunità yazida iniziato dall’Isis.»

 

Una comunità senza uomini, una comunità di vedove e di orfani.