Emir Baigazin ritorna con il suo terzo film, THE RIVER, a chiudere la trilogia, dopo HARMONY LESSONS (2013) e THE WOUNDED ANGEL (2016). In linea con i precedenti lavori Emir Baigazin  ha deciso di unire il simbolismo in cui i tempi bui della modernità sono presentati in una lenta espressione cinematografica. THE RIVER non è solo esperienza estetica, ma anche una indagine negli aspetti essenziali della umanità da una prospettiva contemporanea.

 

 

In un paesaggio arido, una famiglia di sette persone nel centro del Kazakistan, Baizagin dipinge una immagine distopica e inquietante di cosa significhi diventare uomo per i cinque ragazzi della famiglia. Questa immagine di patriarcato è chiaramente biblica, perché Aslan e gli altri non guardano oltre una storia da Vecchio Testamento. Nella versione di Baigazin, il settimo giorno Dio creò Internet, sconvolgendo le vite di chi sta qui sotto. Con un chiaro commento sul ruolo dell’intrattenimento di massa e la sua influenza pervasiva, il regista ritrae una famiglia che vive lungo l’era pre-internet – una bolla senza consapevolezza degli eventi globali e un mondo più puro, ancora incontaminato dalle tentazioni delle tecnologie digitali. La bolla scoppia quando uno “straniero” fa la sua comparsa con un tablet, costringendo la famiglia a rivedere i propri bisogni quotidiani.

 

Il richiamo al concetto proprio di Zygmunt Bauman nella figura del bambino-straniero dimostra la forza del cinema come mezzo attraverso il quale catturare l’essenza liquida dei nostri tempi. THE RIVER diventa una dichiarazione della discesa verso l’anormalità, con una intrusione improvvisa della tecnologia nelle vite di questi ragazzi in contrasto con la fluidità panteistica del fiume. Nel mondo di Baigazin, questo corpo sacro di acqua diventa un parco giochi, un luogo dove le nostre cattive emozioni scorrono via float, e una opportunità di spegnere i nostri sentimenti. Alla storia si aggiunge un pò di mistero rappresentato dall’altra parte della riva che rimane sconosciuta per la metà del film. Attraversare il fiume a causa delle correnti è una vera e propria sfida, un atto di trascendenza.

 

Si potrebbe dire che lo stile di Baizagin ruota intorno al minimalismo, in realtà siamo di fronte ad uno spettro molto ampio di riferimenti simbolici all’interno di un racconto sulla disillusione della modernità. Dall’altra parte del fiume, l’Altro si può solo immaginare con le lenti dei media. Ciò che ci interessa è noi stessi e ciò che ci circonda. Le notizie alla radio dal Myanmar o dalla Corea del Nord movimentano impegno del regista a concettualizzare un punto di vista ideologico, dando con ciò ai suoi personaggi (e al pubblico) una forma di supporto.

 

 

Perfino lo stile della recitazione, in particolare quella dei fratelli, è artistico; le loro dinamiche e i loro movimenti sono eseguiti attentamente con un occhio attento (che ricorda il regista giapponese Ozu) alla simmetria. Da una parte, ricordano creature primitive, come le scimmie di Kubrick nel suo 2001; dall’altra parte, non si può evitare di pensare a quanto tutto ciò sia calcolato.

 

Una natura algoritmica riflette perfettamente il contrasto in cui vive la società moderna. Ci muoviamo tra il meccanico e il primitivo. La condizione dell’individuo illustrate nel film presenta una prospettiva alternativa alla realtà, una in cui I media non influenzano ancora abbastanza le persone, ma ci stanno andando vicino. L’ondata di informazione catastrofiche affonda in una bolla utopistica, cambia irreversibilmente la dimensione del mondo biblico dei fratelli. Questo accade quando la modernità fa il suo ingresso: lo ‘specchio nero’ di uno schermo digitale invita le persone ad essere un dio. Baizagin stesso lo adora, consegnando una esperienza ricca, profonda, quasi una re-immaginazione spaventosa di KYNODONTAS (2009) di Lanthimos.

 

di Łukasz Mańkowski