Il Vecchio va, il Nuovo arriva, un gioco di specchi i cui effetti ottici ci restituiscono figure dalle prospettive distorte, ectoplasmi in trasmutazione dietro un giro di porte, figure esanimi, lunghe ombre della Storia. Regimi oppressivi, dittature liberticide, gerontocrazie autoritarie sopravvissute a se stesse tra un Secolo breve e uno più lungo, con i loro eserciti di torturatori, scagnozzi, faccendieri, prime e seconde file di pretoriani intenti a fermare il vento con le mani, quando pure soffia inesorabilmente.

 

Psicologie contorte e distorte, umanità e disumanità in conflitto, realtà e illusione in concorrenza esistenziale. Un microcosmo di personaggi idealtipo nella Albania dei primi anni Novanta, messi in scena con pungente intensità, e sottile sceneggiatura da Bujar Alimani, in THE DELEGATION, vincitore dell’ultimo Festival internazionale di Varsavia.

 

Albania 1990, l’ultimo bastione del comunismo ortodosso. Il film si apre nella mensa di un carcere dove i detenuti (al primo colpo d’occhio si capisce che non sono delinquenti comuni) commentano la notizia del giorno alla televisione: una delegazione della Comunità per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) è in visita nel Paese delle Aquile. Dalla scaletta dell’aereo, come di rito, scende un uomo misuratamente sorridente e naturalmente distinto, il diplomatico, Sasha Loherin. Lui è l’uomo a cui bisogna “raccontarla”, convincerlo che l’Albania ce la sta mettendo tutta per uscire dal suo torbido passato, che le riforme democratiche del governo in carica sono qualcosa di più di mere enunciazioni. Il compito è importante, in palio c’è l’Europa.

 

«Vogliono solo i soldi dell’Europa, faranno come hanno fatto con i russi e i cinesi. Inganneranno anche loro» commenta con inclemente acutezza uno dei detenuti.

 

Leo, un vecchio detenuto, un professore, un intellettuale. Per definizione un nemico dello Stato, in carcere da quindici anni per attività sovversive. Non può immaginare che l’esca dell’inganno sarà lui. O forse si, a giudicare dallo sguardo intenso con cui fissa le immagini alla televisione. Lo sguardo di chi sa qualcosa di più. All’alba del giorno dopo, Leo viene prelevato dalla sua branda, portato dal barbiere, rivestito, messo su una jeep, Non si sa perché, non si sa verso dove.

 

Forse sul luogo dell’esecuzione, come gli ha suggerito il barbiere. «È già successo con Luan, il pittore. Mi svegliarono nel cuore della notte e mi dissero di raderlo. È finito in un manicomio, dicono. Ma io non ci credo, perché farlo rasare per poi chiuderlo in un manicomio…»

 

Improbabile, non si sarebbero presi la briga di un viaggio cosi lungo. È presto chiaro che la meta è Tirana. Perché? Insieme a Leo, la scorta carceraria, il Compagno Spiro, un pezzo grosso del Ministero dell’Interno, e Asilan, uno sgherro del vecchio regime.

 

L’Albania di Enver Hoxha, dopo quarant’anni di dittatura è improvvisamente denudata della sua identità. Come i tre protagonisti di questo viaggio tra cime innevate, strade sterrate,  ciottoli e buche. Ognuno di loro ha motivi diversi per guardare con prospettive diverse al futuro. Chi sopravviverà al cambiamento politico, chi dovrà nascondere il proprio passato?

 

 

Asilan e Leo. I due non sono al primo incontro, si sono già scontrati lungo le parti opposte della barricata. Leo ovviamente ha perso e di questo Asilan, che ha dedicato la vita a “proteggere lo Stato” dai corpi infetti, ne è ancora compiaciuto. Per lui il professore, dopo quindici anni, è ancora una pericolosa minaccia. Arrestato per “agitazione e propaganda politica”, condannato ai lavori forzati, Leo uscirà dal carcere nel 1996. O forse prima, per via della amnistia che l’Europa chiede per i prigionieri politici.

 

«Meritavi questa punizione?» (Asilan) 

«Lo sa lo Stato.» (Leo)

 

Nell’aprile del 1990, Ramiz Alia, successore designato da Enver Hoxha prima della sua morte nel 1985, apre il Paese alle relazioni diplomatiche. Stati Uniti, URSS, Comunità europea, fino alla richiesta di adesione alla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa. L’asfittica Albania accetta ciò che fino a quel momento (unico Paese in Europa) ha recisamente rifiutato: l’Atto finale di Helsinki, la dichiarazione di principi su sicurezza, cooperazione e diritti umani che nel 1975 ha di fatto suggellato la politica della distensione Est-Ovest.

 

Nei primi anni Novanta lo scenario geopolitico europeo è completamente stravolto: l’implosione dell’URSS, la fine del bipolarismo, la guerra nella ex Yugoslavia, gli allargamenti a est trasformano la CSCE in un “costruttore di pace” permanente, istituzionalizzato nel 1994 con la nascita dell’OSCE. Difficile restarne fuori per l’Albania, dopo l’imponente ondata di proteste che nel 1990 porta nella Skanderbeg Square, la  piazza centrale di Tirana, 80.000 persone tra studenti e lavoratori.

 

 

Al governo di Ramiz Alia, la delegazione europea chiede un segnale concreto: rilasciare tutti i prigionieri politici. Secondo i dati in possesso di Helsinki Watch, nel marzo 1991 (quando la visita ufficiale ebbe effettivamente luogo) nelle carceri albanesi c’erano circa 2.700 criminali politici di cui 51 donne.

 

Nel 1990  l’Albania è ancora un Paese molto arretrato. Il viaggio verso Tirana è accidentato, la jeep procede a fatica, arranca fino a fermarsi. Occorre un meccanico, qualcuno che sappia dove mettere le mani nel mezzo del nulla. L’operazione richiede tempo, un tempo troppo lungo per ingabbiare le animosità di Leo e Asilan. Una escalation di tensione fra i due, dialoghi sotto tono ma eloquenti nel condensare in una girandola di stilettate reciproche l’essenza storica del momento. Chi è il nemico del popolo?

 

«Il tuo posto è il carcere.» (Asilan) 

«Anche tu sei in prigione, solo che non lo vedi.» (Leo)

«La scuola ti ha rovinato.» (Asilan)

«Se tu fossi andato a scuola io non sarei in prigione.» (Leo)

 

Ma Asilan Beshiri è uno scagnozzo, un torturatore di professione. Non è stato cosi fortunato, lui, da studiare all’estero. Mentre chi ha potuto, come Leo, è diventato il nemico. «Cosi hai ripagato il partito? Voi non cambiate mai.» 

 

Nemmeno la ragion di Stato cambia. Impietosa costringe Asilan, per ordine del Compagno Spiro, a cedere la sua giacca a Leo. «Questo prima non sarebbe mai accaduto», bofonchia il sadico sbirro.

 

Con una trama priva di impennate e colpi di scena, THE DELEGATION lambisce appena il contesto storico che le fa da sfondo; le cause remote come gli avvenimenti più recenti dell’Albania sono appena sfiorati. Probabile fosse proprio questa l’intenzione del regista interessato, sembra, più alla complessità delle relazioni umane nel loro districarsi attraverso personaggi-soggetto (il prigioniero politico intellettuale, lo spietato poliziotto di regime, l’astuto funzionario di partito.

 

«Sono tempi difficili dobbiamo essere preparati. Hai viso cosa succede in Romania?» risponde alla giovane donna funzionario di partito preoccupata per la scomparsa delle cooperative e la privatizzazione dell’economia.

 

A Tirana intanto, con cui, incredibile ma vero, è difficile comunicare telefonicamente, il sipario si è alzato malgrado manchi l’attore principale. La mise en scène è partita, nella finta casa di Leo, con la finta madre di Leo malata di Alzeimer (e pertanto impassibile ai ricordi camerateschi di Sasha), i finti cimeli di un tempo che “sembra si sia fermato qui”, la medaglia, la penna, la foto scattata a Praga quando Leo e Sasha studiavano insieme all’inizio degli anni 60, prima che il comunismo separasse le loro strade.

 

Sasha Loherin sta al gioco, o forse nel gioco ci casca. Poco conta, non incontrerà Leo nemmeno questa volta. Ha già provato più volte in passato, ricorda, non ha mai avuto il permesso di entrare in Albania. «Ma non è colpa nostra –  si affretta a dire il funzionario – il precedente regime ci ha isolato dal mondo.»

 

Un finale a sorpresa dove va scena la tragica fedeltà a se stessi in un Paese in cui il Vecchio infetta con le sue ultime scorie un Nuovo che di esso si nutre.

 

Nel marzo del 1991, il partito del lavoro di Enver Hoxha, vince, seppur di misura, le prime elezioni multipartitiche.