Ci sono i conflict minerals, i conflict diamonds e poi i conflict timber. Il “legno di guerra”, il legno che foraggia conflitti inter-etnici e guerre civili. Come in Liberia, dove tronchi di alberi, tagliati e commercializzati illegalmente, sono stati armi nelle mani delle diverse fazioni di ribelli che hanno insanguinato la Liberia, e l’intera regione circostante, per oltre un ventennio.

 

SILAS, il documentario di Anjali Najar e Hawa Essuman è la storia di Silas Siakor, un attivista ambientale che con le sue inchieste sul malaffare del legno ha reso possibile le indagini che hanno portato all’arresto da parte delle Nazioni Unite dell’ex capo di stato liberiano Charles Taylor accusato di crimini di guerra commessi in Sierra Leone tra il 1989 e il 1993: uccisioni di massa, schiavitù sessuale, tortura, sterminio.

 

Nel 2003, la Corte Speciale per la Sierra Leone, istituita dalle Nazioni Unite e dal governo nazionale lo ha riconosciuto colpevole di aver sostenuto, addestrato e armato il Fronte Rivoluzionario Unito della Sierra Leone. Milizie temutissime per il ricorso sistematico alle amputazioni degli arti.

 

Nel 1980 Silas Siakor è poco più che un bambino quando il colpo di stato di Samuel Doe,  dà il via ad un viluppo di guerre civili e governi instabili destinato a durare venticinque anni. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta la Liberia scivola in una spirale di crisi economica, anarchia politica, sangue e violenza efferata. Le milizie del Fronte Patriottico Nazionale di Charles Taylor (NPFL) avanzano dalle campagne, dove conquistano la totalità dei villaggi, fino a Monrovia, la capitale. Il corpo seviziato di Samuel Doeviene viene trascinato in giro per i villaggi, come un trofeo.

 

 

Nel 2006 Silas Siakor riceve il Golden Environmental Price, il più importante riconoscimento conferito ai paladini dell’ambiente, impegnati in campagne di sensibilizzazione e denuncia.

 

In mezzo ci sono i quattordici anni della guerra civile (1989-2003), i massacri, le amputazioni, i diamanti insanguinati, i bambini soldato. Charles Taylor è stato il primo ad usarli. In questi quattordici anni c’è il disboscamento e il traffico illecito del legno, monopolizzato dalla Oriental Timber Company che esercita il controllo su tutte le navi che portano fuori legno e dentro armi. Armi destinate ai ribelli in Guinea, Costa d’Avorio, Sierra Leone.

 

Silas ha raccolto le prove del saccheggio delle foreste liberiane perpetrato in questi anni. «Non possiamo stare fermi e permettere alle multinazionali di distruggere le nostre foreste, perché quando abbattono gli alberi e strappano la terra, abbattono il nostro popolo e strappano la loro vita», ha dichiarato alla platea della Golden Environmental Foundation ritirando il premio.

 

Lo sfruttamento delle foreste rappresenta da sempre una componente molto importante della economia nazionale, una ricchezza che vale circa il 20% dei proventi delle esportazioni. In Liberia più di un milione di persone, un quarto della popolazione, vive in aree controllate dalle grandi aziende internazionali del legno che abbattono e commerciano illegalmente tronchi di alberi.

 

Insieme ad altri attivisti della Sustainable Development Institute, l’organizzazione con cui collabora, Silas inizia la sua missione sulle tracce dei molti casi di espropriazione illegali di terreni e di violazioni dei diritti umani. Le grandi multinazionali acquistano dallo Stato dei pezzi di terra da dove la gente è costretta ad andar via o a diventare forza lavoro al soldo dei nuovi padroni, nel silenzio più assoluto del governo e delle istituzioni. Un silenzio che Silas e gli altri attivisti vogliono rompere. Anche grazie alla tecnologia. TIMBY, un’applicazione per smartphone consente ai cittadini di denunciate sul posto, e in tempo reale, le concessioni sospette di essere illegali. Sono tante soprattutto nella Jogbhan Land, tra le aree forestali più grandi e popolose del paese.

 

E qui che si gioca il futuro di Silas, del SDI, della Liberia e del suo modello di sviluppo. Le prove raccolte sono sufficienti ad avviare un procedimento giudiziario: circa il 25% della superficie del Paese, più della metà delle sue foreste, sono date in concessione illegalmente.

 

Il 2005 è un anno importante e non solo per Silas. Il popolo liberiano è chiamato ad eleggere democraticamente il suo presidente. Per la prima volta il continente africano ha un presidente donna. Ellen Johnson Sirleaf è molto di più di un presidente. È la speranza della gente stremata da decenni di corruzione, povertà, armi e guerre. Ellen Sirleaf è la lotta al malaffare in uno dei paesi con il più alto indice di corruzione al mondo; è la lotta per i diritti delle donne in un Paese dove la mutilazione genitale femminile e lo stupro sono praticati impunemente. Ellen Sirleaf è “power to the people”. Tantissima gente la sostiene. Come Silas.

 

 

Ben presto la Sirleaf diventa un’icona, nel 2011 riceve il Nobel per la Pace per «la sua battaglia non violenta per la sicurezza e i diritti delle donne […].»

 

Sostenuta, ricevuta, ostentata dai grandi della terra, dai quali ottiene la cancellazione del debito estero e milioni di dollari in investimenti. Un boomerang per la “Lady di Ferro”. La promessa più importante, la lotta senza quartiere alla corruzione, Ellen Sirleaf l’ha mancata. Durante il secondo mandato, iniziato nel 2011, risultano più evidenti i limiti della sua azioni, come lei stessa ammetterà in occasione del suo ultimo discorso alla nazione nel 2016.

 

Ma c’è di più. Ci sono le foreste, gli alberi, il legno. Nel 2012 la presidente cade nel mirino delle accuse della Commissione Anti Corruzione a causa delle posizioni occupate da alcuni membri della sua famiglia nella gestione delle imprese di Stato, innanzitutto quelle del legno.

 

Silas è determinante per le indagini. Grazie a un whistleblower, ricostruisce la rete di connivenze, corruttele, parentele e connessioni che dalle foreste portano attraverso la Forestry Development Authority, diritto al presidente, alla sua famiglia, a suo nipote,

Augustine Johnson, il general manager della Mandra Forestry Holdings, una delle compagnie coinvolte nello scandalo.

 

Dopo tre anni di indagini, spesso temerarie, Silas riesce a portare la Equatorial Palm Oil, la società che gestisce i permessi per la deforestazione, dinanzi in un’aula di tribunale. Malgrado le prove, il processo si conclude con l’assoluzione della EPO. Purtuttavia, è vittoria per Silas e i suoi. La Corte riconosce il diritto degli abitanti di rifiutare la deforestazione nelle terre della comunità e introduce una moratoria sui permessi illegali.

 

Silas ha assolto al suo compito, è ora di voltare pagina, di puntare più in alto. Negli ultimi passaggi del documentario lo seguiamo nel tentativo di tramutare l’impegno civile in impegno politico candidandosi alle elezioni parlamentari dell’ottobre 2017. Non ci riuscirà, almeno non subito. Ci riproverà nelle elezioni del 2023.