Negli anni più recenti in Europa è emersa l’inquietante affermazione di movimenti populisti di estrema destra. Attualmente i partiti che attingono alla retorica della destra nazionalista sono premiati dall’elettorato. Soprattutto nell’Europa orientale. Polonia ed Ungheria in testa, mentre, in mezzo, la Slovacchia si mantiene nella media. Tuttavia, ciò che preoccupa maggiormente di questo Paese è il sostegno che questi movimenti ricevono dai partiti politici, la maggior parte dei quali attinge alla stessa retorica nazionalista e nativista, condivide una visione conservatice della società e politiche anti-immigrazione.

 

Su questo sfondo è ambientato WHEN THE WAR COMES il secondo documentario del regista ceco Jan Gebert, già cimentatosi con questioni politiche nel suo primo documentario STONE GAMES del 2012. Presentato in anteprima mondiale all’ultima Berlinale, nella sezione Panorama, WHEN THE WAR COMES, è uno sguardo sul mondo degli adolescenti slovacchi membri di un gruppo, ‘Slovenskí Branci‘ (Slovak recruits), che sta guadagnando sempre più popolarità tra la gente grazie ad un ‘sapiente’ uso della ideologia di estrema destra.

 

Peter Švrček, il protagonista, è giovane e ambizioso. Lo vediamo, nelle prime scene,  sostenere un esame di letteratura all’università. Interrogato su un protagonista della letteratura, lo descrive come un personaggo dominante e indipendente.

 

«Lei è indipendente?» gli chiede il professore.

«Si, penso di si»

 

Mentre potrebbe sembrare già tutto definito e inequivocabile, le ambizioni di Švrček crescono così rapidamente che diventa presto chiaro che eravamo solo all’inizio. A Švrček piace essere protagonista, indossare un’uniforme  – è l’ideologo, nonchè uno dei fondatori, di un gruppo che si è dato il nome di  ‘Slovak recruits‘, a prima vista la versione dilettantesca di una organizzazione paramilitare, dove ragazzi  (non ci sono donne tra le reclute), trascorrono il loro tempo libero a pattugliare campi profughi in attesa di maneggiare un fucile vero (disattivato) e partecipare a ritrovi di addestramento al combattimento che inizia con un ridicolo brandire di armi.

 

 

Man mano che la storia avanza si aggiungono nuove caselle alla trama: Švrček ammette di essere stato addestrato in un campo di cosacchi russi, fa discorsi sulla necessità di proteggere la democrazia mentre questa viene calpestata all’interni del gruppo stesso, la rivendicazione della supremazia slava si fa strada in una scuola secondaria, Švrček si fa fotografare alla scrivania, in posa da lavoro. C’è una immagine simile di Stalin, commenta il giovane leader. Tutti inneschi che si dipanano in una convincente azione di propaganda e una abile manipolazione di imagine. La ‘Slovak recruits‘ attira nuovi membri, come l’ingenuo Adam, un adolescente che prende il suo nuovo hobby molto sul serio, cercando la sua affermazione nella scala gerarchica.

 

Il regista si avvicina al mondo degli adolescenti focalizzandosi sulle loro ambiguità, insicurezze e perfino goffagine. Il filo attorno cui si svolge la trama è l’osservazione del personaggio Švrček e di come si afferma come leader carismatico all’interno della sua comunità. In maniera convincente Gebert mostra le sue caratteristiche fondamentali in diverse situazioni: nella risoluzione dei conflitti, nella partecipazione alle discussioni, nel fare discorsi (in particolare al raduno del movimento Panslavo.

 

«Combattiamo i vizi della nostra società […], la mia generazione è stata lasciata sola senza una guida. Io ho vent’anni, noi non vogliamo la guerra, cerchiamo di proteggere la pace, la democrazia. Giusto per essere chiari, noi non vogliamo la guerra. […].»

 

«Possiamo arrivare in tutte le regioni, abbiamo una struttura, una leadership, un posto dove addestrarci […]»

 

Il resto del gruppo, riassunto nella figura di Adam, l’adepto di Švrček, sembra essere molto più immaturo, perfino superficiale come sembrano volerci fare intedere le scene con  peluche e poster di armi, foto da bambini e scene d’addestramento, che a volte sembrano impacciati giochi di ruolo.

 

La seconda parte del film rivela questioni più inquitanti: se da un lato la goffaggine non sparisce subito dall’altro è evidente che le ambizioni personali della prima parte non sono solo momenti estemporanei. Švrček ha in mente di entrare in politica, la sua immagine cordiale di attivista innocente che ancora appare nei media è accompagnata da questo progetto e dai legami con un gruppo politicamente impegnato conosciuto sulla scena globale.

 

I ‘Lupi della Notte’, un club di motociclisti coinvolti nella guerra nell’Ucraina orientale, fa una visita al campo di addestramento. Subito dopo il regista Gebert dà maggiore centralità alla immagine di Švrček, al suo discorso sull’orgoglio slavo, alle rivelazioni dietro le quinte delle sue ambizini politiche.

 

«Le autorità non approvano le loro attività, ma non hanno  strumenti legali per sciogliere il movimento”, dice il servizio alla televisione. Švrček guarda e sorride.

 

Il governo ha dichiarato che le Slovak Recruits sono sotto osservazione, ma non può agire perchè non hanno commesso alcun crimine. Non ancora. I segnali che questa scena contiene saranno più chiari alla fine, quando azione e suono si intensificano, intrise di urla, di canzoni di guerra, di spari occasionali, di slogan, rozze intonazioni, slogans e un tormentone musicale negli episodi più ad alta tensione.

 

La posizione del regista è appena accennata in tutto il film, con l’intenzione di mantenersi in un territorio neutrale, con un tono quasi da notiziario. Se questo approccio consente di rendere una idea più profonda della esistenza del gruppo, il film tuttavia è restio dal dare giudizi. Ne viene fuori una doppia impressione: le Slovak recruits promuovono idee perniciose (il tradimento della NATO, l’immigrazione illegale, l’invasione islamica), ma cosa succede se un gruppo di ex studenti non è capace di tenere una presentazione?

 

Il che lascia perplessi perchè è proprio la mancanza di un atteggiamento forte che i membri di ‘Branci’ vogliono contrastare con la loro immagine per attrarre nuovi giovani in cerca di opportunità che il gruppo può offrire. E mentre chi li osserva cerca di capire le loro posizioni, ‘Branci’, che all’inizio diceva di volere la pace, ora cerca la guerra: diversi dei suoi membri hanno preso parte ad azioni militari al fianco dei separatisti dell’Ucraina orientale.

 

Nelle interviste il regista Gebert ammette di non ritenere ‘Branci’ con i suoi 200 seguaci come una reale minaccia; il problema tuttavia sta nella graduale accettazione della sue idee. Il film sposta la sua attenzione su questa riflessione, sul fatto che le Slovak recruits da fenomeno marginale si sono trasformate in una presenza strutturata, richiamando cosi l’attenzione dell’opinione pubblica di fronte ad una organizzazione capace di fomentare odio etnico e di propagandare idee politiche anti-europeiste e anti-establishment.

 

di Yulia Kuzischina