Non importa quanto inclusiva possa essere, la legge è sempre cieca verso alcune categorie di persone. Di solito porta con sé una certa stratificazione sociale, imponendola, e la storia dimostra che le periferie della società raramente beneficiano della sua protezione. Nondimeno, la linea tra coloro che rispettano la legge e coloro che la violano è molto sottile in una società rigida e conservatrice come quella marocchina, che pure ha fatto la sua “Rivoluzione gentile” nel fervore rivoluzionario delle Primavere arabe del 2011.

 

Quando il movimento di protesta ha preso forma in Marocco, la risposta della monarchia è stata immediata. Astutamente il re Mohammed VI ha scansato il rischio di essere rovesciato come stava accadendo ai suoi omologhi in Tunisia e in Egitto. Magrado un governo a guida islamica (il partito della Giustizia e Sviluppo) e le trappole tradizionali della élite al potere, re Mohammed ha assunto una immagine moderna e riformista offrendo una costituzione che ha garantito, fra le altre cose, l’uguaglianza di genere. Ciononostante, i passi avanti fatti dalla società marocchina sono minimi e lo scontro tra le istanze progressiste della società e le istituzioni tradizionali è dietro l’angolo.

 

Premio Miglior Sceneggiatura all’ultimo festival di Cannes Un Certain Regard, in anteprima italiana alla 24sima edizione del MedFilm Festival, la trama di SOFIA, il debutto cinematografico di Meryem Benm’barek, si snoda in questo contesto ritraendo il passaggio di una giovane donna marocchina dalla illegalità alla legalità.

 

Il film scompone analiticamente l’articolo 490 del Codice Penale marocchino che criminalizza le relazione sessuali al di fuori del matrimonio  – prima citandolo testualmente in una didascalia all’inizio del film, per poi controbilanciarlo attraverso una storia d’invenzione che cerca l’elemento umano ignorato dalla legge.

 

Ma è proprio l’uso di elementi precostituiti, semplici, ma mai semplicistici che rendono interessante il film di Benm’barek. C’è qualcosa di speciale nel modo in cui il personaggio di Sofia è recitato da Maha Alemi. L’episodio delle doglie si svolge in pochissimi minuti, dopo Sofia rimane per lo più passiva, con primi piani su un volto che ne rivela tutta la stanchezza e la confusione. Una passività che ci ricorda il concetto di Robert Bresson di “model”, una vecchia tecnica con le sue radici nella teoria di Brechtian portata da Benm’barek su un livello meno radicale.

 

La storia di Sofia inizia con le doglie del parto che rivelano una gravidanza rifiutata. Il dolore inizia durante una cena di famiglia, dove, allìinterno di un contesto borghese, si festeggia l’inizio di un affare che porterà alla famiglia di Sofia quel denaro di cui ha bisogno per mettersi al livello della famiglia di Leila. La nascita inattesa rompe il futuro di porcellana. Sofia (Maha Alemi) e sua cugina Leila (Lubna Azabal) pur consapevoli delle conseguenze dell’articolo 490 – “Tutte le persone di sesso opposto che non sono unite da matrimonio che hanno relazioni sessuali fra loro sono punibili con il carcere da un mese a un anno” – cadono nella illegalità.

 

Con tutto ciò ben chiaro in mente, Leila cerca di scoprire da Sofia chi è il padre per uscire dal circolo vizioso in cui le due sono finite: l’ospedale ha bisogno dei documenti di identità del padre, le loro famiglie vorranno sapere subito chi è, la pressione di essere fermsti dalle autorità e messe in prigione è enorme. Il bambino di Sofia potrebbe diventare una “colpa contagiosa” per Leila e tutta la famiglia.

 

 

L’unico modo per Sofia di ritornare nella legalità è trovare un padre per suo figlio. Una pratica, quella del rape marriage law, diffusa in tutto il Medio Oriente e anche in altri paesi (India, Afghanistan, etc.), introdotta per risparmiare alla famiglia la vergogna. Una donna vittima di violenza sessuale è considerata una grande macchia sull’onore di una famiglia. Per molte di queste (tra cui quella di Sofia), è preferibile sposare le figlie piuttosto che permettere che la gente sappia che sono state stuprare, come accadrebbe in caso di denuncia. Purezza, famiglia, appartenenza ad un uomo sono ancora concetti che fanno parte dello status quo e a cui la regista contrappone il personaggio di Leila.

 

 

Il nuovo Codice di Famiglia adottato nel 2004 ha portato da 15 a 18 anni l’età minima  per il matrimonio; alle donne non è più imposta l’approvazione del guardiano per sposarsi; la legge sul matrimonio in caso di stupro  – che consente al responsabile di evitare la pena sposando la vittima – è stata abrogata, ma molta parte del vecchio ordinamento sopravvive all’interno della società marocchina, dove perfino le donne possono essere ostili alla sfida che l’attuale fase di transizione rappresenta alle tradizioni islamiche.

 

I giudici possono approvare unioni tra ragazzi, spesso matrimoni forzati, le molestie sessuali sono ampiamente tollerate,  le relazioni al di fuori del matrimonio ancora criminalizzate. Il volto umano degli effetti negativi di queste leggi è quello di Sofia. Il film di Meryem Benm’barek è un insieme di scorci di donne, magistralmente dirette, dinanzi ad una oppressione istituzionalizzata come parte della cosiddetta tradizione.

 

di Călin Boto