Si svegliano prima dell’alba nelle loro tende, bevono caffè e iniziano le loro lezioni. Discutono di marxismo, di riforme agrarie, di rivoluzioni e rivoluzionari. Poi marciano nella foresta per ore. Sono le FARC, la più longeva guerriglia del Sud America. Indeboliti ma mai sconfitti militarmente, i combattenti della giungla si apprestano, a seguito dell’accordo di pace con il governo colombiano, ad uscire dalla macchia per indossare abiti civili.

 

Sjoerd van Grootheest con il suo documentario GUERRILLA VOICES li riprende, nel corso del 2017, da vicino nel campo di Monteredondo Cauca, una delle 26 Zonas Veredales, le aree transitorie di normalizzazione dove dovrebbe realizzarsi, secondo quanto stabilito dall’accordo firmato a Cartagena de Indias il 26 settembre 2016, il processo di disarmo e di riabilitazione degli combattenti delle FARC.

 

Carlos Antonio Acosta, Libardo Cedepa, Juan Ortiz, Liceth, sono i nomi di guerra di alcuni di loro, i combattenti del Sesto Fronte.  Uomini e donne raccontano la loro vita, le paure per il futuro, le emozioni di guerriglieri del passato. Le Forze armate rivoluzionarie dell’esercito popolare della Colombia (FARC) – guerriglia marxista rivoluzionaria nato all’inizio degli anni Sessanta – vengono dalle remote zone montuose del Paese, la giungla fitta e umida la loro casa, la loro patria, il loro ‘marchio di fabbrica’.

 

Dal 1994 al 2016 hanno sfidato l’autorità dello Stato in un conflitto armato che è durato più di cinquant’anni e costato oltre 200 mila morti e 7 milioni di sfollati. Nel 2016, dopo quattro anni di tortuosi negoziati ospitati all’Avana da Raul Castro, il governo di Juan Manuel Santos e le FARC, rappresentate da Rodrigo Londoño, meglio noto come Timochenko, siglano un accordo di pace la cui portata storica viene suggellata dal Nobel per la pace assegnato quello stesso anno al presidente Santos.

Sulla carta la più antica guerriglia sudamericana si impegna a deporre le armi dopo aver condotto per decenni una sanguinosa guerra civile a difesa dei diritti dei contadini contro le espropriazioni dei paramilitari al soldo dei grandi proprietari terrieri.

 

 

Le FARC, al pari di tutti i movimenti rivoluzionari di sinistra dell’America latina, hanno fatto della riforma agraria la loro battaglia, in un Paese dove il latifondo è diffuso quanto la povertà. Una battaglia finanziata a colpi di tassazioni, estorsioni (spesso contro quegli stessi contadini che dichiaravano di difendere), rapimenti (il più celebre quello di Ingrid Betancourt) e soprattutto gli introiti del traffico di cocaina.

 

In cambio del disarmo, il governo colombiano ha garantito agli ex guerriglieri il reinserimento nella vita civile e politica del Paese. Ed è proprio questo punto, l’impalcatura su cui regge il processo di pace, ad averne causato la bocciatura (seppur di misura) con il referendum dell’ottobre 2016 e il pericoloso stallo attuale, a oltre due anni dalla sua solenne celebrazione.

 

«La gente pensa che siamo terroristi, la gente non sa cosa significhi essere un combattente per la guerriglia.» (Liceth)

 

 

«Abbiamo combattuto sempre per i nostri ideali, una volta che il governo li ha riconosciuti e si è impegnato con noi sulla base di questi ideali, allora deporremo le armi […] Siamo convinti che possiamo offrire molto a questo Paese, costruiremo un partito politico per portare avanti la lotta per i nostri ideali, ci prepareremo, studieremo.» (Carlos Antonio Acosta – Comandante del Sesto Fronte)

 

A vederli da vicino, ad ascoltarli questi uomini e queste donne, sembrano crederci davvero al nuovo corso. Ma non Libardo Cedepa, lui è scettico. Si aspetta il tradimento da un momento all’altro. E il tradimento ha il volto dei paramilitari. Che continuano ad essere molto attivi avanzando nelle aree evacuate dalle FARC.

 

«Fino all’ultimo giorno ci terremo strette le armi. Questa non è la pace, ma un periodo di calma tra il governo e le Farc. È molto diverso dalla pace. Se le disuguaglianze continuano e la gente ha fame non può esserci pace.»

 

Lo scetticismo non è infondato. A Monteredondo, tre mesi dopo la scadenza stabilita all’Avana, la costruzione della community zone non è ancora iniziata, gli ex combattenti si costruiscono le capanne con le loro mani.

 

«Ci hanno detto che la costruzione dei campi sarebbe stata veloce – racconta Juan Ortiz – invece l’hanno interrotta. Vogliono farci perdere la motivazione, frustare i nostri sforzi dopo 52 anni siamo ancora una guerriglia forte ma se il governo vuole altri 100 anni di guerra civile, spetta a lui decidere […]»

 

C’è un diritto, ricorda Juan, ed è il diritto alla ribellione. La storia è nota, sostiene, è il governo ad aver causato il lungo conflitto. Cinquemila esponenti delle FARC uccisi. Da chi? Non certo dai contadini, ma dai paramilitari addestrati dallo Stato. Una volta raggiunto l’accordo, il governo avrebbe dovuto liberarsi dei paramilitari, ma questo non è avvenuto, secondo il comandante Acosta.

Difficile fidarsi. Ancor più oggi che alla guida del Paese c’è Ivan Duque,  il neo presidente eletto lo scorso mese di giugno, che sulla opposizione all’accordo di pace ha costruito lo zoccolo duro del suo consenso. Duque, che ha raccolto l’eredità di Alvaro Uribe, l’ex presidente (2002-2010) critico feroce di quella che ha sempre ritenuto una resa alle FARC senza contropartita, ha abilmente fatto leva sul punto più controverso e divisivo dell’accordo di pace: l’amnistia e l’inserimento degli ex guerriglieri nella vita politica del Paese. La maggioranza dei colombiani, anche se di strettissima misura (50,21%), ha dimostrato, bocciando con il referendum dell’ottobre 2016 l’accordo voluto da Santos, di non credere nella riconciliazione nazionale e soprattutto di non essere disposta a voltare la Pagina fondamentale nella loro storia nazionale senza che le FARC paghino il loro conto alla giustizia. La Giurisdizione speciale per la pace (Jep), prevista dall’accordo, prevede al massimo otto anni di libertà condizionata per i membri delle FARC che confessano i loro crimini.

 

A due anni dall’inizio del processo di riconciliazione nazionale, lo sviluppo delle aree di riabilitazione procede a singhiozzi, cosi come ancora aperto resta il problema, sostanziale per il processo di reinserimento degli ex guerriglieri, della terra e dei sussidi ai contadini per la riconversione delle piantagioni di coca in coltivazioni legali.

 

Tra canti e danze tradizionali a Monteredondo si festeggiano i 53 anni dalla nascita del movimento. L’atmosfera è rarefatta proprio come il senso di questo anniversario, l’ultimo prima che la guerriglia si trasformi in un partito politico. È in nome di questa convinzione che gli ex combattenti consegnano le armi alla missione delle Nazioni Unite. Per Libardo Cedepa è come lasciare un pezzo del suo cuore.

 

«Portare armi ci ha dato sicurezza, ci ha consentito di esprimere cosa sentivamo di fronte alle ingiustizie […], lasciarle è come lasciare una parte di noi stessi.»

 

Per molti guerriglieri del Sesto fronte tornare alla vita civile non vuol dire nulla. Hanno vissuto gran parte della loro vita nella giungla. Dal settembre del 2017, la maggioranza di loro  ha lasciato il campo di riabilitazione per entrare nel mondo. Quel mondo che hanno a lungo rinnegato e combattuto. In cerca delle loro famiglie e della remota possibilità di trovare un lavoro. Come Libardo, lo vediamo andar via, scendere giù per il sentiero con la sua chitarra e poco più.

 

Sono passati due anni dalla firma dell’accordo di pace e poco più di uno da quando van Grootheest ha girato GUERRILLA VOICES. Il senso di diffidenza e di inganno è aumentato, e con esso il numero di dissidenti delle FARC (più di mille) che hanno imbracciato di nuovo le armi raccogliendosi intorno all’Esercito di Liberazione nazionale (ELN).

I timori che ‘la notte oscura della violenza’ non sia finita si infittiscono come la nebbia bagnata delle foreste colombiane.