Tratto dall’omonimo libro di Samuel D. Kassow, WHO WILL WRITE OUR HISTORY, scritto e diretto da Roberta Grossman, presentato in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma, è uno straordinario documentario sulla storia di un archivio. Le voci fuori campo di Emanuel Ringelblum, storico dell’ebraismo polacco, e Rachel Auerbach, tra le prime figure intellettuali del mondo femminile ebraico, raccontano con testi tratti dall’archivio e dai diari dei protagonisti la straordinaria vita dell’archivio segreto del ghetto di Varsavia.

 

Nel 1939, quando scoppiò la guerra, Emanuel Ringelblum era uno dei principali esponenti della sinistra sionista filo marxista. Malgrado consigli e ammonimenti, Ringelblum decise di rimanere a Varsavia, la città che di lì a poco sarebbe diventata il punto di partenza delle operazioni di sterminio degli ebrei.

 

All’indomani della sua caduta, il 27 settembre del 1939, Rachel Auerbach fu contattata da Ringelbum. «Non possiamo scappare tutti», mi disse chiedendomi di gestire una mensa per ebrei rifugiati finanziata dalla diaspora ebraica negli Stati Uniti. «[…] Questo cambiò per sempre la mia vita.»

 

 

Nel 12 ottobre 1940 Varsavia venne divisa in tre settori: polacco, tedesco ed ebraico. I tedeschi chiusero tutti gli ebrei all’interno di un ghetto.

 

«Via Nalewki sembrava Hollywood, ovunque andassi vedevi una stella.»

 

Un quartiere poco tempo prima animato da una comunità ebraica eterogenea e culturalmente feconda («A livello culturale gli ebrei in Polonia erano davvero uno Stato nello Stato.») si trasformò in un girone infernale, con oltre 500 mila persone (il 30% della popolazione) ammassate in poco più di tre chilometri quadrati in condizioni inumane di stenti, fame e malattie. Il 15 novembre il ghetto venne chiuso. Iniziava qualcosa di inedito, di eccezionale. Qualcosa che sarebbe stata la Storia degli ebrei e Ringelblum lo capì.

 

Pochi giorni dopo creò la ‘Oyneg Shabes’ (letteralmente la Gioia del Sabato perché inizialmente i suoi membri si riunivano di sabato), uno società segreta attorno alla quale chiamò a raccolta  le migliori energie della vivace intellighenzia yiddish polacca di quegli anni: economisti, scrittori, rabbini, commercianti, insegnanti. Sionisti, socialisti e comunisti. A tutti distribuì taccuini: «Scrivete tutto, tutto è importante, ogni cosa che vedete.»

 

L’obiettivo di Regelblum era preciso: creare un archivio che raccogliesse le testimonianze individuali della vita (e della morte) nel ghetto. «Saranno i tedeschi a scrivere la nostra storia o saremo noi?»

 

Pagine e pagine di racconti, frasi, disegni, fotografie. «Semplici prove di vita e di morte quotidiana.» Le cantilene dei mendicanti, i lamenti dei bambini straziati dalla fame, i cadaveri lungo le strade. Perché tutto è importante quando si documenta la Storia. Vittime, carnefici, eroi, avventori. Storie di vita “normale”, lo sforzo degli ebrei di praticare i loro riti religiosi, la rete di scuole clandestine, il teatro, il gran lavoro culturale che la comunità ebraica fece nel disperato tentativo di vivere con onore. Tutto meticolosamente raccolto per poi essere selezionato dopo la fine della guerra. Per mantenere la proprietà della propria storia. Per lavare l’onta della propaganda tedesca al cinema sugli ebrei sudici, infetti, refrattari all’uso dell’acqua per igiene personale. Dopo un anno dalla chiusura del ghetto, erano già in 80 mila gli ebrei polacchi morti di fame.

 

 

 

WHO WILL WRITE OUR HISTORY è ottimamente costruito, con un impianto narrativo ed estetico molto efficace grazie una ricostruzione filmica che tesse, con attenzione maniacale per la scenografia, filmati e immagini d’archivio, interviste a storici ed esperti. Roberta Grossman riesce a coinvolgere emotivamente (e dolorosamente) lo spettatore immergendolo  in quella Storia con tutti i suoi orrori. Anche quelli commessi dalle stesse vittime, anche la rabbia degli ebrei contro gli ebrei, la brutalità della polizia ebraica spinta dalla fame a dare la caccia ai suoi fratelli.

 

«Questa è la più grande differenza tra archivio di Regelblum e gli altri scritti dopo la guerra […] non si trovano queste cose. »

 

Con la grande deportazione, nella terribile estate del 1942, fu annientata la più grande comunità ebraica d’Europa: oltre duecentomila ebrei furono rastrellati e mandati a morire nel campo di sterminio di Treblinka, tra i cinquemila e i settemila nei campi di lavoro.

 

Man mano che lo sterminio assumeva l’incredibile volto della Soluzione finale, la natura dell’archivio di Ringelblum cambiò. Accanto alla testimonianza storica e morale per le generazioni future di ebrei polacchi, le incredibili testimonianze di chi è riuscito a fuggire dai campi di lavoro sparsi nel Paese diedero valore giudiziale all’archivio, da usare dopo la guerra per giudicare e condannare i colpevoli del più efferato eccidio della storia dell’umanità. Quell’umanità che «forse non sa e se sa perché non interviene», si ripeteva ossessivamente Ringelblum, fino alla atroce presa d’atto che nessuno sarebbe intervenuto nel ghetto, a Varsavia, come altrove. Nemmeno gli inglesi anche se la BCC nel giugno del 1942 denunciò lo sterminio in atto contro gli ebrei polacchi grazie ai dispacci clandestini di Oyneg Shabes.

 

Il 7 marzo del 1944 Emanuel Ringelblum fu catturato insieme alla moglie Yehudis e al figlio Uri nel rifugio sotterraneo nel versante tedesco della città, dove per mesi estenuato dalla fame aveva continuato a scrivere il suo diario, oltre che saggi e trattati in polacco yiddish ed ebraico. Il 18 settembre 1946 un gruppo di ricercatori hanno scavato tra cumuli di macerie di quella che un tempo era stata una scuola nel ghetto, portando alla luce una parte dell’archivio di Regelblum. «Una vera e propria operazione archeologica» l’ha definita Rachel Auerbach. Una seconda parte sarà dissotterrata nel 1950, la terza ed ultima sezione dell’archivio non è stata ancora rinvenuta.

 

Ringelblum temeva che nessuno dei sui componenti sarebbe sopravvissuto per recuperare  le circa sessantamila pagine scritte dal collettivo di Oyneg Shabes prima che il ghetto fosse raso al suolo. Un timore più che fondato. Dei sessanta membri della Oyneg Shabes solo tre sopravvissero: Hersh Wasser (che diresse gli scavi dopo la guerra) sua moglie e Rachel Auerbach.

 

Nel 1999 l’archivio del ghetto di Varsavia è stato incluso nel Registro UNESCO della Memoria del Mondo, insieme ai capolavori di Chopin e alle opere scientifiche di Copernico. Una testimonianza straordinaria. Un patrimonio dell’umanità.